Ha detto queste cose mentre era con loro. Continua a dirle a noi, perché resta con noi tutti i giorni e perché il suo Spirito lo rende vivo oggi, insegnando e ricordando. Certo, noi siamo turbati di fronte ad un mondo minaccioso, incerto, imprevedibile, che amplifica le voci degli arroganti e degli esibizionisti e fa tacere quella flebile e disperata delle vittime, di chi sta male e cerca solo compassione e fiducia. In un mondo in cui la violenza ritorna di moda e si vuole rivestire perfino della giustificazione della giustizia. In un mondo nel quale rinascono egoismi collettivi, familiari, sociali, nazionali, tribali, razziali.
Davanti all’orizzonte del mondo – e come quel giorno quarant’anni fa siamo posti davanti all’unica casa comune dove imparare a vivere fratelli tutti – ci sentiamo spesso smarriti, rassegnati, impotenti. La pace è possibile? Non è un sogno per ingenui, per romantici idealisti, per fiacche e pavide persone che non vogliono fare i conti con la realtà? Gesù pronuncia queste parole consapevole di quello che avrebbe vissuto poco dopo. Lui porta tutti nella vita vera, nella storia! Non parla da una condizione di benessere, distante dal dolore immenso del mondo. Lui è un condannato a morte che affronta la cattiveria e la disumanità del male. La pace che Lui ci dona non è un narcotico per dimenticare, uno spazio protetto in cui isolarci, uno stato di benessere psicologico che non affronta il male.
Questa è la pace del mondo, quella del ricco epulone o dei buontemponi che giocherellano con la cetra. La pace di Gesù non è senza tribolazioni. Non è un’anestesia per non vedere e non sentire, ma è la forza di amore per affrontare e vincere ogni croce. Non siamo stupiti perché non vediamo o non ci rendiamo conto, ma perché la notte del dolore e delle tenebre è illuminata dalla luce della Pasqua, perché la tristezza e le ferite stesse diventano fonte di gioia. La pace di Gesù è la pietra ribaltata del sepolcro, come quelle che sanciscono la morte, le guerre, i nazionalismi folli che riempiono di nemici e cancellano la fraternità, le inimicizie, gli odi, le diffidenze e le indifferenze. Gesù vuole la pace vera, personale e per tutti, la pace della fine della guerra, della povertà sconfitta perché tutto è in comunione: la pace della condivisione e non la pace sfrontata della ricchezza di pochi che produce la povertà di molti. Gesù ci lascia la pace perché Lui è la pace. La pace inizia nella preghiera, nell’intercessione che ci unisce a quella di Gesù. E questa goccia di preghiera si unisce al fiume che nasce da tutte le Chiese, da tutte le comunità cristiane, da tutte le comunità che pregano, da tutte le preghiere dei credenti. Per ricevere il Paraclito dobbiamo disarmarci dallo spirito di forza del mondo che suggerisce l’egoismo e la paura. E un uomo solo di pace, lo sappiamo, avrà intorno a sé tanti uomini di pace.
Diceva Sant’Agostino: “Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso. L’occhio malato rifugge dalla luce, eppure, è stato fatto in funzione della luce. Quelli dunque che amano la pace e la vogliono possedere fanno in modo di aiutare con ogni mezzo i malati d’occhi, con ogni sforzo, con ogni tentativo: anche loro malgrado, anche se resistono alla cura, e saranno felici quando avranno riacquistato la vista! Non stancarti di aiutarlo standogli vicino”. La pace che Gesù ci lascia è la mitezza, debole e fortissima, è la compassione che fa sentire mio il dolore dell’altro e all’altro il mio amore. La pace inizia quando capisco il dolore dell’altro. È la pace per cui gli altri sono già adesso fratelli tutti. La pace che ci lascia è il perdono che libera dalla catena diabolica “dell’occhio per occhio”, dell’odio che ti rende odiatore. L’arma della sua pace è l’incontro, il dialogo che supera ogni forma di conflitto e di divisione e sa trovare le garanzie. Certo, senza una lotta contro le passioni umane, contro la cultura della potenza e l’inganno della superiorità di ogni tipo sull’altro, non c’è un cammino reale di pace. Portiamo sempre con noi la sofferenza delle vittime delle guerre, il grido del sangue di Abele, sparso su ogni terra, colpito da suo fratello. La preghiera fa suo questo grido e lo trasforma in invocazione. Gesù ci lascia la pace! Oggi la pace è possibile? Non è forse vero che l’uomo è fatto per combattere l’uomo: homo homini lupus, che la guerra è inevitabile, che bisogna correre agli armamenti, come fosse un’esigenza primaria della politica o una necessità dell’economia internazionale? Quanti ora pensano “prima la spada, poi l’aratro?”. La pace è possibile, ne va della dignità umana imparare a vivere senza odiare e senza uccidere. E questo richiede di pagare il prezzo della pace, l’unico che, al contrario del prezzo esoso ed enorme delle armi, dà la vita e non la morte. Occorrono il coraggio e l’intelligenza della pace, frutti dell’amore per Dio e per la nostra drammatica e affascinante vicenda umana.
Facciamo nostre le ammonizioni di San Francesco, indicazioni così concrete, via di pace possibile e impegno che ci aiuta ad essere una cosa sola. Perché ha detto: “Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza. Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento. Dove è povertà con letizia, ivi non è cupidigia né avarizia. Dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione. Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa, ivi il nemico non può trovare via d’entrata. Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza”. Il Signore dia al mondo la pace.
