Sono passati quarant’anni e la profezia di San Giovanni Paolo II mantiene tutta la sua forza di trasformazione e ci aiuta a capire il presente e a scegliere il futuro. Era ed è “un’anticipazione di ciò che Dio vorrebbe che fosse lo sviluppo storico dell’umanità: un viaggio fraterno nel quale ci accompagniamo gli uni gli altri verso la meta trascendente che egli stabilisce per noi”. Capiamo il rapporto stretto tra ricerca della pace e invocazione per la pace, che resta la prima opera dei cristiani e l’atteggiamento proprio dei credenti. “Solo un amore appassionato” può permettere di raggiungerla e la preghiera è ribellione alla guerra, alla sua logica, alle tante complicità, alla sottile assuefazione per cui ci abituiamo al dolore o non ne proviamo più orrore e sdegno.
Le religioni non benedicono il fratricidio, bestemmia di Dio che la vita la dona e non permette sia spenta. Mai il nome di Dio può benedire la guerra. Disse Giovanni Paolo II: “Non c’è pace senza volontà indomita per raggiungere la pace”. Ecco lo Spirito indomito di Assisi. In quel giorno, e in questi quarant’anni, abbiamo sentito tanti profeti di sventura, coloro che pensano di star bene in un mondo malato, che guardano e sentenziano come fossero spettatori, che non hanno visto la guerra con gli occhi e il corpo delle vittime, che incitano alla guerra sempre fatta da altri, che pensano sciaguratamente di avere sempre tempo, che riversano la personale visione ossessiva distorta seminando divisione, incitando all’odio, alla ricerca di nemici e non di fratelli. Alcuni arrivano a giudicare questa nostra visione di pace come ingenua, addirittura pericolosa, perché fa illudere che il nemico non sia tale, rendendolo accettabile quando, al contrario, va solo combattuto.
La convinzione di allora e di oggi non è “negoziare la fede” ma credere che “nel grande impegno per la pace l’umanità deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse”. E quante risorse spirituali, e quindi, materiali hanno trovato riferimento in quella preghiera e quante risorse sono sgorgate dallo spirito di Assisi! L’incontro, l’invocazione, il dialogo non hanno annullato le differenze ma hanno rafforzato l’impegno comune per la pace e la consapevolezza di quanto è drammaticamente necessario essere quello che Dio vuole: “Fratelli tutti”. Non una dichiarazione, ma un incontro! È forse ancora più vero oggi di allora che “la pace attende i suoi profeti. La pace attende i suoi artefici”.
Ringrazio la determinazione della Comunità di Sant’Egidio che lo ha tenuto aperto, vincendo molte difficoltà e diffidenze e lo ha reso possibile a tanti. Il cammino di questi quarant’anni ha reso consapevoli che bisogna in tutti i modi evitare il vortice che fa precipitare nella voragine della guerra e che è necessario aiutare a uscirne chi ne è prigioniero. Ogni nostro incontro ha significato “purificare i nostri spiriti dal pregiudizio, dall’odio, dall’inimicizia, dalla gelosia e dall’invidia” perché solo così si è “operatori di pace nel pensiero e nell’azione, con la mente e col cuore rivolti all’unità della famiglia umana”. Ecco cosa è disarmarsi. Solo disarmati si può disarmare.
Stiamo vivendo una preoccupante stagione in cui, al contrario, prevale il vortice che fa credere indispensabile riamarsi, vortice che produce sempre conseguente riarmo. Armati e armanti. Infatti, altra considerazione è organizzare la necessaria difesa, sempre proporzionata e sempre accompagnata dal dialogo e da mezzi diplomatici e finanziari adeguati a realizzarlo! Si è diffusa, invece, una rozza e ignorante cultura della potenza, che tra l’altro provoca il colpevole discredito di quelle Organizzazioni internazionali che, senza un’adeguata riforma e un rilancio convinto, non possono corrispondere “all’ampiezza e all’elevatezza della missione universale di pace”. La cultura della potenza emerge nella tentazione di “costruire l’identità collettiva contro un nemico.
Ha scritto Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas: “La semplificazione in schemi – ‘prima io’, ‘amico-nemico’, ‘noi-voi’ – facilita decisioni spesso irresponsabili, che minano la fiducia reciproca tra le nazioni. La forza del diritto internazionale viene così sostituita dal preteso ‘diritto del più forte’, e i suoi strumenti – dai tribunali competenti sui crimini di guerra alle corti chiamate a dirimere le controversie tra Stati – vengono spesso aggirati o indeboliti, con conseguenze devastanti sulla cultura politica e sulla convivenza” (MH 202). Già nel 1970 Papa Paolo VI aveva ammonito: “Rinasce col senso nazionale, legittima e auspicabile espressione della polivalente comunione d’un Popolo, il nazionalismo, che accentuando tale espressione fino a forme di egoismo collettivo e di antagonismo esclusivista, fa rinascere nella coscienza collettiva germi pericolosi e perfino formidabili di rivalità e di ben probabili competizioni”.
Siamo di fonte a un mare di dolore, immenso, a un oceano di lacrime, lacrime che fanno piangere e lasciano sgomenti. Non possiamo restare neutrali. Scegliamo con rinnovata convinzione la parte della pace. Ecco perché questa celebrazione è importante: se il mondo è pieno di cantieri di guerra siamo qui da credenti e fratelli tutti per vivere già oggi la pace e la giustizia e indicarle “ai reggitori” dei popoli con la stessa fede e con lo stesso rigore di San Francesco. Pace e giustizia sono due sorelle strettamente unite, anche se la proporzione tra loro può cambiare perché non c’è una formula astratta, idealizzata dell’una e dell’altra, perché solo la pace è giusta.
La preghiera per la pace non ci ha fatto abituare alla guerra, ha conservato il grido di San Paolo VI davanti all’Assemblea dell’ONU: «Non più la guerra, non più la guerra!”. Purtroppo come dice ora Papa Leone XIV: “Assistiamo alla preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso. L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione”. La guerra appare oggi quasi come “prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche”.
“Le industrie degli armamenti e i Paesi che forniscono armi traggono profitto da un mercato che prospera proprio grazie ai conflitti”. Insomma, si riempiono gli arsenali e si stanno svuotando i granai! E gli arsenali, uniti all’Intelligenza Artificiale, rendono la guerra tragicamente più disumana, decisa da un algoritmo che giustifica tutto e considera le vittime – che sono tutte comunque vittime e per le quali troppo poche condanne e scuse abbiamo ascoltato – solo degli effetti collaterali. Nel rifiutare la logica della violenza, il dialogo tra le religioni ha un ruolo decisivo, perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio spirituale e umano di pace.
“Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto: combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa”. La voce del sangue dei nostri fratelli – sempre fratelli, sia Abele che Caino – grida a Dio ma anche agli uomini che non ascoltano o si abituano. Perché tutto diventa possibile con la guerra: quello che nella vita ordinaria è una follia o semplicemente un delitto, un furto, un’ingiustizia diventa permesso, o addirittura necessario, nella logica spietata della guerra che alla fine è sempre tragicamente la stessa: mors tua vita mea. Pensare di preparare la pace con la guerra è compromettere pericolosamente il futuro.
Lo diceva già Papa Giovanni XXIII (Pit 59): “Gli armamenti, come è noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico. Inoltre va pure tenuto presente che se anche una guerra a fondo, grazie all’efficacia deterrente delle stesse armi, non avrà luogo, è giustificato il timore che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla terra. Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci”.
Disse il cardinal Lercaro: “Vorremmo che non mai ci fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità”. Tuttavia, diceva Sant’Agostino “chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace”. La pace, affermava Paolo VI che cercava “le armi” della pace, “è, nella realtà storica opera di una continua terapia; la sua salute è di natura sua precaria, composizione di rapporti, com’è, fra uomini prepotenti e volubili; essa reclama un continuo e sapiente sforzo di quella superiore fantasia creativa, che chiamiamo diplomazia, ordine internazionale, dinamica delle trattative”.
“Povera Pace! Quali sono allora le tue armi? Lo spavento di inaudite e fatali conflagrazioni, che potrebbero decimare, anzi quasi annientare l’umanità? La rassegnazione ad un certo stato di subìta sopraffazione, quale il colonialismo, o l’imperialismo, o la rivoluzione da violenta diventata inesorabilmente statica e terribilmente autoconservatrice? Gli armamenti preventivi e segreti? Un’organizzazione capitalista, cioè egoista, del mondo economico, obbligato dalla fame a contenersi sottomesso e tranquillo? L’incantesimo narcisistico d’una cultura storica, presuntuosa e persuasa dei propri perenni trionfanti destini? Ovvero le magnifiche strutture organizzative, intese a razionalizzare e ad organizzare la vita internazionale? È sufficiente, è sicura, è feconda, è felice una Pace sostenuta soltanto da tali fondamenti? Occorre di più. Ecco il nostro messaggio. Occorre innanzi tutto dare alla Pace altre armi, che non quelle destinate ad uccidere e a sterminare l’umanità. Occorrono sopra tutto le armi morali, che danno forza e prestigio al diritto internazionale; quelle, per prime, dell’osservanza dei patti. Ecco allora l’apologia delle nuove Istituzioni internazionali, mediatrici di consultazioni, di studi, di deliberazioni, che devono assolutamente escludere le così dette vie di fatto, cioè le contese di forze cieche e sfrenate, che sempre coinvolgono vittime umane e rovine senza numero e senza colpa, e raramente raggiungono lo scopo puro di rivendicare effettivamente una causa veramente giusta; le armi, le guerre in una parola, sono da escludere, dai programmi della civiltà. Il giudizioso disarmo è un’altra armatura della Pace.
Come diceva il profeta Isaia: «Egli sarà giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci» (Is: 2, 4). Ed ascoltiamo la Parola di Cristo: «Riponi la tua spada al suo posto; perché tutti quanti si serviranno della spada, di spada periranno» (Mt. 26, 52). Utopia? Per quanto tempo ancora? È la nuova Legge dell’umanità che progredisce, e arma la Pace con un formidabile principio: «Voi tutti siete fratelli» (Mt. 23, 8). Se la coscienza della fratellanza universale penetrerà davvero nel cuore degli uomini, avranno essi ancora bisogno di armarsi fino a diventare ciechi e fanatici omicidi di fratelli di per sé innocenti, e a perpetrare in omaggio alla Pace stragi d’inaudita potenza (come ad Hiroshima, il 6 agosto 1945)? Del resto non ha avuto il nostro tempo un esempio di ciò che può fare un debole Uomo, solo armato del principio della non-violenza, Gandhi, per riscattare una Nazione di centinaia di milioni di esseri umani alla libertà e alla dignità di Popolo nuovo? La civiltà cammina al seguito d’una Pace armata soltanto d’un ramo d’ulivo”. Soltanto.
Ecco lo Spirito di Assisi che continua a preparare la pace con la pace, unica via possibile. Come diceva a tutti San Francesco, disarmato e disarmante: “Il Signore ti dia pace”. Il Signore dia pace al mondo.
