Che gioia la festa di Tutti i Santi. La domenica è il giorno che ci aiuta a capire e a vivere il resto dei giorni e che rivela il senso dello scorrere di questi nell’implacabile clessidra! Poter celebrare la memoria di tutti i santi – quelli del calendario della Chiesa, i santi di cui il Signore conosce il nome e la beatitudine che hanno vissuto sulla terra e che diventa piena in cielo, i santi del nostro calendario personale, i nostri cari – ci aiuta a capire quello che viviamo in ogni Eucarestia, sempre festa di Tutti i Santi del cielo e della terra. Paolo scriveva le sue lettere ai “santi” di una comunità, non perché fossero già perfetti, ma perché chiamati dal Signore, semplicemente perché amati da Lui. L’Eucarestia è il già che ci permette di capire e attendere il non ancora, nella confusione e nelle incertezze della nostra vita personale e di questo mondo così minaccioso. In cielo vivremo un’eterna Eucarestia, un rendimento di grazie pienamente saziati dal suo amore. Siamo e saremo una cosa sola, e la ricompensa è per tutti i lavoratori nella vigna, sempre la stessa, con l’unico denaro quello di essere amati da Lui. Non c’è bisogno di altro, perché è quello che in realtà cerchiamo, l’unica cosa che ci serve, che resta in noi e dopo di noi: il suo amore e quello degli altri. Si usa parlare di altruismo per indicare l’uscire da sé, l’incontro con chi è altro e che ci completa e fa capire chi siamo.
Oggi è proprio la festa dell’amore di Dio che si fa nutrimento di amore e di quanti con la loro vita e umanità hanno riflesso l’amore del Signore. Anzi, lo riflettono ora, perché la santità non finisce! È festa del noi a cui apparteniamo, della comunione, legame di amore che li unisce al Santo, tra di loro e li unisce a noi. È festa di tutti e di ciascuno. Guai a chi offende o indebolisce la comunione, perché offende la santità che è un dono di Dio e quindi offende il suo amore. Non smetteremo mai di comprendere il dono dell’unità tra di noi, sempre così delicato eppure decisivo per resistere al divisore, colui che isola, fa credere che per essere se stessi bisogna essere soli, autonomi, che illude di essere forti perché contro qualche nemico. Unità e pace sono legate l’una all’altra. Quando vince il divisore si perde la pace, con l’illusione di poter stare bene da soli. Il divisore si insinua nelle relazioni, fa credere impossibile e pericoloso l’incontro, trasforma la diversità in inimicizia, come avvenne ai fratelli di Giuseppe invidiosi di quel giovane che aveva sogni e che li avrebbe salvati tutti. Funziona anche al contrario: ogni volta che liberiamo il cuore dalla tossina dell’odio, dell’ignoranza, dall’indifferenza o dalla muta ostilità o dagli atteggiamenti di superiorità e individualismo, ogni volta che con il perdono e l’amore ricostruiamo quello che il male rovina, ecco che troviamo e doniamo la pace. I santi ce lo testimoniano e quindi ci incoraggiano, ci proteggono, ci sostengono perché nella loro vita hanno visto quello che altri non credevano possibile o non sapevano vedere. Loro lo hanno reso possibile, hanno “fatto” quell’amore con la loro vita e con le loro opere. La santità resta perché è di Dio, è quello che lasciamo di più nostro ed è quello che portiamo con noi, che risplende pienamente nella luce del cielo. Tutti possiamo già oggi essere un “riflesso della presenza di Dio” (GE 7). «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16). Sii santo, perché così cambia il mondo. Ricordiamoci che la santità non è mai inutile, non la misuriamo con la prestazione, i risultati, il riconoscimento, ma è sempre efficace e rende il mondo quello che il Signore vuole. I santi, poi, non sono tutti uguali. Anzi! A volte una certa apologetica li ha resi invece fastidiosamente e ingiustamente tutti uguali, come fossero automi, privi di individualità, quando è esattamente il contrario. Ognuno di loro ha trovato se stesso, la propria originalità, proprio perché l’ha messa al servizio del Signore e del prossimo, e ha compiuto, spesso debole, povero, cose grandiose. «Ognuno per la sua via», dice il Concilio. Saggiamente Papa Francesco aggiungeva: “Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5) (GE13)”. Sì, ci incoraggia a vincere le paure, a non restare a guardare, a non calcolare, a sconfiggere il male con il bene, a fare il bene anche contro quello che sembra essere ragionevole, andando controcorrente ad un mondo che gonfia l’io e lo rende regola, un mondo che giudica e non ama, che arma le mani, le menti pensando così di star bene e di essere sicuro. Non bisogna compiere grandi scelte, ma amare e amare, e ancora amare, e farlo anche quando non conviene! Quanto abbiamo reso complicata e difficile la santità! Non è rinuncia, ma una possibilità sempre nuova. Non è tristezza, ma gioia, non è solitudine, ma compagnia, non è protagonismo, esibizionismo o prestazione, ma dare importanza al prossimo con gli infiniti gesti di amore. Il santo non si accontenta, non è ossessivo, non è mediocre, cerca sempre il meglio, non per perfezionismo astratto e inutile ma per amore verso l’amato. «La santità non è altro che la carità pienamente vissuta» (GE22). Non solo non dobbiamo aver paura della santità ma dovremmo aver paura di non cercare di essere santi, perché ciò vorrebbe dire non trovar noi stessi, e che ci lasciamo andare pieni di noi stessi e, quindi, vuoti di amore. “La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia” (GE 34). Camus si interrogava “se si può essere un santo senza Dio” e aggiungeva: “È il solo problema concreto che oggi conosca». E noi, amati come siamo, come facciamo a non essere santi? Per questo è pericoloso «un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo». E noi che conosciamo un amore così, che ci ama quando siamo lontani, che ci perdona quando siamo peccatori, che ci fa vedere l’altro mai come un estraneo e sempre, sempre, come un fratello, non portiamo questo amore in un mondo che ne ha tanto bisogno? E così ora i santi rendono concreta la gioia del Regno. Quella che non finisce.
