Messa per i fedeli defunti

Oggi ci fermiamo in quest’altra città, unita intimamente alla nostra città di tutti i giorni e che ne rappresenta il futuro e ne contiene la storia. Siamo sospesi tra presente e futuro. Capiamo il tempo e ci fermiamo dalla compulsiva rapidità che ci fa fare più cose ma le rende tutte uguali e superficiali. Qui si relativizzano e si stemperano le continue polarizzazioni agonistiche, così prive di coscienza e di cultura che, però, tanto ci catturano. Non servono, come non servono le apparenze che condizionano la nostra vita, tanto che questa vale a seconda della considerazione raggiunta, spesso solo in un mondo digitale senza volto e senza carne. Qui impariamo a contare i nostri giorni, aiutati dal Signore che ci apre gli occhi e la mente, asciuga le nostre lacrime, libera dalla paura e sconfigge la tristezza. Capiamo il tempo e lo spazio che qui ci vengono fatti vedere. Siamo con Gesù, siamo con i nostri cari, nella comunione dei santi che abbiamo celebrato ieri.

Capiamo il legame che c’è tra il nostro tempo e il loro, tra il nostro spazio e quello che sarà. Cercare il tempo ci fa vivere bene nello spazio. Cercare il futuro, essere santi oggi perché domani saremo santi in cielo ci fa vivere bene sulla terra e ci fa capire quello che non ci sarà tolto. La nostra generazione ha isolato anche la morte, facendone, purtroppo come la vita, qualcosa di individuale, addirittura una vergogna, come la debolezza, il limite, la malattia. La rimozione della morte è evidente. La nascondiamo, facciamo finta di non vederla, pensiamo di poterla vincere consumando il presente e non cercando il futuro e quale ne sia la via. La vera domanda è quella di Tommaso: “Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Ecco perché siamo qui. Per un legame di amore che non vogliamo finisca, che portiamo nel cuore, che sentiamo non debba finire. Siamo qui per incontrare Gesù, via, verità e vita, luce che illumina il buio terribile, sconfortante, della morte. Senza futuro viviamo male, costretti come siamo a consumare tutto oggi. Senza risolvere il problema del dopo siamo condannati ad un’immanenza che ci distrugge. Gesù ci ricorda che perdiamo per davvero la vita quando la conserviamo per paura, mentre la vita non finisce se la trasmettiamo. È quello che ci ricordano i nostri cari, che ci parlano. Ascoltiamoli. Adesso hanno solo parole di amore, riflettono solo l’amore, indicano ciò per cui vale la pena vivere e per cui non perdere tempo, regalandolo a chi ha bisogno di protezione, di cure, di affetto. Essi ci ricordano la domanda che il Vangelo pone al ricco, e ad ogni persona: “Tutto quello che hai di chi sarà?”.

Qui capiamo come il cielo davvero non ha confini, le differenze si annullano, non perché scompaiono o diventiamo tutti uguali, indistinti, ma perché impariamo a essere noi stessi e ad esserlo insieme, tessere dell’unico mosaico che è il volto di Dio nel quale vediamo la nostra “effigie”. Siamo e saremo una cosa sola con Lui e tra di noi. Il Signore ci ha redenti, ha dato la risposta alla domanda della vita: perché c’è la morte? Perché Dio la permette? Nell’ultima visita pastorale un bambino di otto anni, nella sorpresa generale, mi ha rivolto, con tanta fiducia, proprio questa domanda. La risposta la capiamo, bambini, adulti, vecchi – e non smettiamo di interrogarci e di capirla – è solo l’amore di Gesù e nel vivere forti di questo amore e amando come Lui. È l’eterno che inizia oggi. Accumulare un tesoro in cielo ci rende ricchi umanamente sulla terra. Il legame di amore – amore, non quel facile sentimento che ci illude con poco rincorrendo l’ennesima avventura per restare amanti solo di se stessi – non è spezzato da nulla. Gesù ha vinto il mondo e noi con Lui. Cristo ha sconfitto la morte e noi vivremo – e viviamo – con Lui. Con Gesù possiamo iniziare a eliminare la morte dando vita, conservando la vita, non avendo paura di trasmetterla. Con Gesù che ci ha redenti asciughiamo noi le lacrime con la consolazione delle parole della fede insieme a quelle della nostra gratuita amicizia. Liberiamo dalla condizione disonorevole, cioè diamo rispetto a chiunque, specie a chi non lo ha e crede di poterlo conquistare solo affermandosi sopra o contro gli altri, dovendosi far accettare per esistere. Non ricadiamo nella paura non per il nostro coraggio – che, come è noto, non possiamo darci e non troviamo – ma perché c’è un Padre e noi siamo suoi, santi, figli. Sì, la creazione attende con impazienza, come chi è avvolto dalla guerra dove tutto è possibile e dove la vita non vale nulla.

Il paradiso non è quaggiù – guai a crederlo! – ma lo possiamo iniziare a vedere e possiamo farlo vedere. Avviene sempre quando viviamo come Dio ci chiede, perché la Parola è parola di vita eterna per chi la ascolta e la mette in pratica. Ogni opera di misericordia che compiamo o riceviamo allora ci fa vivere quello che non finisce, e rende la nostra vita già oggi beata e piena. Risorgeremo con Lui. L’Eucarestia è già il pane del cielo, è pane degli angeli ed è pane della terra, che ci nutre qui ma è quello che troveremo pienamente. È Gesù e noi possiamo distribuirlo attraverso il nostro amore. Perché non anticipare quel giorno e farne l’oggi, iniziare a riconoscerlo nel prossimo e che il prossimo lo riconosca in noi? Davanti al mistero della morte, il mistero che definisce quello della vita, tutti, anche inconsciamente, cercano qualcosa che dia speranza. L’amore chiede eternità, quel riposo eterno, che è abbondarsi all’amore pieno, come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, amore che ci sazia e non assenza di vita. Dona loro il tuo riposo, Signore, a loro che sono i tanti nomi scritti nel mio cuore e a tutti quelli che sono amati da te. Splenda ad essi la luce, quella che iniziamo a vedere, che possiamo donare noi stessi a chi è nel buio ed è costretto a camminare a tentoni. Riposino in pace meglio, nella pace, pienamente immersi nel tuo amore. Amen

Bologna, chiesa di San Girolamo della Certosa
02/11/2026
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