Don Vittorio ci ha lasciato proprio nella festa di Tutti i Santi, festa della comunione che li unisce tra loro, che ci unisce tra noi e noi con loro. È un legame che capiamo se lo viviamo unendo tutto noi stessi alla comunità, amando non con misure e convenienze ma senza misura, perché l’amore le supera e le contiene tutte. È comunione con il Santo che ci rende santi, ci vuole suoi, ci prende con sé, ci fa stare con Lui, prepara un posto nella Mensa vera, quella che contempliamo sulla terra e anticipa quella del cielo. Siamo santi perché Lui ci viene a cercare, ci chiama, ci vuole santi, non ci lascia soli quando ci perdiamo, non giudica come il fratello maggiore ma ci abbraccia. Siamo suoi perché Lui è il pastore ed è buono.
Non c’è niente che Dio non conosca e niente che possa restargli nascosto, e tutto davanti a Lui è nudo, e scoperto agli occhi del nostro Dio al quale possiamo rendere conto di tutto ciò che facciamo. Lui che conosce ci porterà a consapevolezza senza paura, come era per l’uomo della creazione, senza nascondersi perché resi puri dal suo amore puro. In questa casa don Vittorio è diventato santo il giorno del suo battesimo. Qui con la sua famiglia, suo fratello Pier Luigi e sua sorella Maria Teresa, ci uniamo anche noi al ringraziamento espresso da don Vittorio nel suo testamento, dove ha scritto parole di ammirazione e grate per la lunga, generosa e premurosa attenzione con cui Teresa si è presa cura di Pierluigi e dei genitori.
Oggi, al termine del suo generoso e intelligente servizio – era laureato in Fisica, giovane promessa degli studi -, lo accompagniamo con riconoscenza e tenerezza all’incontro con quel Maestro che lo ha invitato dolcemente ad andare dietro a Lui, mite e umile di cuore, e di prendere su di sé il giogo dolce e leggero del suo amore. Don Vittorio lo ha preso con obbedienza e temperanza servendo la sua Chiesa e il prossimo, con attenzione e scrupolo che non erano affatto diminuiti negli ultimi anni, attento a ogni confratello, grazie anche alla sua memoria infallibile. Si dispiaceva, infatti, quando non ricordava qualcuno e nella cresima che celebrai nella sua ultima parrocchia, lui elencò tutti i nomi dei non pochi cresimati.
Essere ricordato è la prima conferma di essere amati, perché l’amore ricorda. Non poteva restare senza far qualcosa, senza offrire il suo servizio, anche a costo di stancarsi, di donarsi fino alla fine. Un uomo antico, sobrio, che non è rimasto a guardare il passato, che non ha alimentato il folto gruppo dei profeti di sventura che, con zelo mal posto, disprezza il presente pensando a un mondo che comunque non c’è più, posto che ci sia stato. Ha sempre affrontato il presente perché pieno di zelo per il Signore e per la sua Chiesa, senza acidità perché serenamente obbediente, amando e scoprendo la Chiesa oggi, anche quando forse non condivideva tutto perché viveva tutto con spirito di servizio e di fiducia.
Non mancava mai in lui un tratto di ironia, sempre con molta eleganza e pieno di riguardo per l’interlocutore. L’amore di don Vittorio era ordinato, con la sua precisione proverbiale, con sobrietà ma totale dedizione. Il suo saluto all’ultima parrocchia che ha servito, dopo un lunghissimo servizio in Curia e nella parrocchia di San Ruffillo – saluto la Confraternita che lui ha voluto -, ne è evidente espressione, quando, a 85 anni, lasciò l’incarico di parroco alla Trinità.
Scrisse: “Negli ultimi due anni ho avvertito un progressivo diminuire delle mie forze fisiche, nonché una crescente difficoltà a progettare come adeguare le varie modalità di svolgimento dell’azione pastorale al continuo e rapido mutare dei condizionamenti culturali e sociali dei nostri fedeli. Sto vivendo questi giorni con la serenità che mi viene dalla consapevolezza che sto seguendo la via voluta dal Signore, pur nella sofferenza interiore dal distacco fisico da una comunità che ho cercato di amare e servire, nonostante tutti i miei limiti e i miei difetti, e che continuerò a portare nel mio cuore. Il Parroco … scadente Don Vittorio”.
Impostava, appunto, la sua vita in maniera ordinata, perché una certa compulsività, che può essere anche generosa, porta però a condurre una vita disordinata, approssimativa, sempre in affanno, che si riempie poi di recriminazioni o che facilmente finisce in un modo soggettivo e da protagonista. Penso a come la prudenza sia stata una virtù che don Vittorio ha trasmesso, perché si nutre del dominio di sé, capace di distinguere il bene e il male senza ingannarsi e che porta a quella discrezione che deve discernere in ogni circostanza la volontà di Dio. Cassiano la indica come “il governo della nostra vita”. Anche Gesù invita alla prudenza, perché non avendola l’uomo rischia di non giungere mai allo scopo, di perdersi nella presunzione e nel disordine.
Non posso non ricordare anche il suo impegno come giudice, in particolare difensore del vincolo, perché, come disse don Massimo, per anni è stato un punto di riferimento in Tribunale, non solo per l’accuratezza con cui esaminava i fascicoli degli atti, mettendo nelle sue Osservazioni in evidenza tutte le possibili sfaccettature del caso, ma anche per il suo interpellare la Cancelleria quando non riceveva sufficienti notizie di una causa in cui era coinvolto.
Oggi è accolto in quella moltitudine immensa che nessuno può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. La sua è quella veste bianca che ricevette nel battesimo e che tutti siamo chiamati a portare senza macchia fino alla vita eterna. La beatitudine non è una delle tante esperienze caduche, effimere, che finiscono appena torna un pensiero triste o quando ci si scontra con qualche avversità. La sua fermezza e la sua temperanza erano proprio il modo con cui combatteva contro i suoi pensieri tristi, forte dell’obbedienza a Dio, assoluta. La beatitudine non la viviamo da soli, perché quelle indicate da Gesù sono tutte aperte al prossimo, legano all’altro, aprono all’incontro. Le sue pecore non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla sua mano (cfr Gv 10,28).
Lo accompagniamo con gratitudine, cantando con lui il Magnificat verso la comunione che ha celebrato nella santa liturgia in attesa del giorno in cui «non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).
Caro Vittorio, non ti dimenticherai di nessuno. Accompagnaci con il tuo ricordo, sempre presente e fedele. E prega perché il tuo personale archivio del clero di Bologna, quello che portavi scritto nel cuore, si arricchisca di nuovi nomi, di tanti uomini che si mettono al servizio divino nel ministero del sacerdozio.
Riposa in pace.
