La lettera dell'arcivescovo ai sacerdoti

Custodi dell’Eucaristia

In questa "particolare" Quaresima senza le Messe con i fedeli

BOLOGNA – «Oggi per la prima volta da sempre non abbiamo celebrato con le nostre comunità. E ho pensato che questo “digiuno” anche per noi ci fa riscoprire qualcosa, interrompe un automatismo che rischia di non farci accorgere delle domande vere, della sete di tanti e anche ci fa ricordare la grazia che abbiamo di essere servi, fratelli, padri, figli delle comunità che ci sono affidate».

E’ un passaggio della lettera che l’arcivescovo ha inviato a tutti i sacerdoti della diocesi domenica scorsa 8 marzo, la termine della prima domenica senza la celebrazione dell’Eucaristia con i fedeli nelle chiese.

«In fondo – ha proseguito il cardinale Zuppi – se questo inedito digiuno insegna qualcosa, e dobbiamo sempre trasformare le avversità in opportunità, ci ricorda quanto siamo preziosi e quanto i fratelli sono parte della nostra vita. La luce della Trasfigurazione, con la quale affrontiamo le tante oscurità, è affidata a noi. Tante Comunità più piccole vivono già la difficoltà di celebrare ordinariamente e la condivisione di oggi ci aiuta a comprenderne le necessità e a cercare risposte diverse. Anche noi abbiamo dovuto cambiare delle abitudini». 

Con queste parole invece l’arcivescovo aveva aperto le sue riflessioni al presbiterio: «Al termine di una domenica davvero straordinaria sento il desiderio di stringermi a voi e manifestarvi affetto e la gioia di essere un presbiterio. E’ una Quaresima diversa da tutte le altre, che ci ha portato a capire fisicamente la lotta contro il nemico di sempre che è il male, che ci rivela la fatica a realizzare i rischi e a capire i mezzi per affrontarlo. Mi sembra che noi siamo, nonostante la nostra debolezza e il limite delle nostre persone, dei punti di riferimento per le nostre comunità, così necessari quando la tempesta della vita mostra impietosamente la fragilità della nostra imbarcazione sfidata dalle onde. Un po’ come le campane in occasione della novena che ci unisce in preghiera di intercessione il cui suono arriva a tutti, anche a tanti che non conosciamo e non sapremo mai quanta consolazione hanno avuto da quel richiamo e come si sono sentite comunque parte di una comunità. Non siamo soli, ma uniti in una comunione profonda, quella dei santi, compresi i tanti “della porta accanto” che incontro visitando le nostre comunità e che mi edificano per la testimonianza della loro vita. E questo è davvero importante». 

«Le emergenze ci aiutano a cercare l’essenziale – si legge in un altro punto dello scritto – e a mostrare la parte migliore. Molti hanno trovato nei mezzi di comunicazione opportunità inedite – come le tante celebrazioni via internet, messaggi, condivisioni – il modo per superare l’isolamento. Per certi versi in pochi giorni abbiamo sperimentato nuovi modi che ci hanno permesso di raggiungere tanti che sono lontani. Ecco cos’è la conversione pastorale e missionaria, l’ospedale da campo che ci sfida e che Papa Francesco ci ha indicato in questi anni! Ricordiamo sempre a tutti il legame tra il pane dell’Eucarestia e quello della Parola e dei Poveri, i tanti vicini che più di tutti subiscono le conseguenze di questa terribile crisi e quelli lontani, come le vittime della guerra in Siria e i profughi che vivono in condizioni disumane».

«Siamo i ministri della comunione, anche perché non potendola vivere fisicamente dobbiamo amarla e difenderla spiritualmente. Paradossalmente così la vediamo di più, la costruiamo perché non possiamo darla per scontata. La nostra umanità è quella che è ma “non siamo chiamati a essere onnipotenti ma uomini peccatori perdonati e inviati”, ha scritto Papa Francesco ai preti di Roma all’inizio di questa Quaresima, discorso che vi consiglio come meditazione per i tanti spunti che contiene. “Lasciamo che anche queste “amarezze” ci indichino la via verso una maggiore adorazione al Padre e aiutino a sperimentare di nuovo la forza della sua unzione misericordiosa”. In questi giorni abbiamo avuto più tempo gratuito per noi e per la comunità, essendo saltati tanti appuntamenti e impegni, come le benedizione delle case. “La solitudine cristiana — quella di chi entra in camera sua e prega il Padre nel segreto — è una benedizione, la vera scaturigine dell’accoglienza amorevole dell’altro. Il vero problema sta nel non trovare più il tempo per stare da soli. Senza solitudine non c’è amore gratuito, e gli altri diventano un surrogato dei vuoti. In questo senso come preti dobbiamo sempre re-imparare a stare da soli “evangelicamente”, come Gesù di notte con il Padre”. In realtà è cresciuta anche la fraternità tra noi, come ad esempio celebrare assieme. “Siamo “persone riconciliate che riconciliano, pacificate che pacificano, piene di speranza che infondono speranza. Il popolo di Dio attende da noi dei maestri di spirito capaci di indicare i pozzi di acqua dolce in mezzo al deserto”». 

«Semplicemente sentitemi vicino e restiamo vicini – ha concluso l’arcivescovo -.Prego per voi e con voi. Le tante sfide pastorali e missionarie future (le zone pastorali, le parrocchie collegiate, i ministeri, una pastorale vocazionale per tutti, la catechesi degli adulti, i giovani) ci vedono come pazienti architetti per costruire comunità salde perché sulla roccia di Cristo. Nella debolezza sentiamo la grazia del nostro servizio alla casa di Dio e alla città degli uomini come figli di un padre affettuoso e amante della vita, non come dei fratelli maggiori acidi e disinteressati alla resurrezione del nostro fratello. E’ una grande consolazione camminare assieme anche nei momenti più difficili come questo che stiamo vivendo. La gioia del Signore è la nostra forza, affidandoci al Signore che ha vinto il male e all’intercessione della Vergine di San Luca, nostra Madre». 

 

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