L'omelia dell'arcivescovo in cattedrale

Pasqua, spalanca le porte della morte e apre alla vita

Zuppi: «Non dobbiamo tornare quelli di prima, perché abbiamo visto il male»

BOLOGNA – Ci può essere Pasqua in un tempo come il nostro, così sospeso, segnato dalla manifestazione evidente della forza del male e così incerto sul futuro?

E’ la domanda con cui si apre l’omelia dell’arcivescovo pronunciata nella Messa della Risurrezione nella Veglia Pasuale presieduta nella Cattedrale di San Pietro. Il rito, celebrato a porte chiuse e senza la presenza di fedeli è considerato la «Madre di tutte le Veglie».

«Portiamo tanto nel cuore e negli occhi la sofferenza, il disorientamento, la solitudine, la morte e non sappiamo cosa sarà domani. – ha detto ancora l’arcivescovo -. E le conseguenze del male durano a lungo, come la povertà, lo sconforto, l’incertezza, l’apatia, l’aggressività, la rassegnazione che non fa sperare più nulla e spegne la speranza. Il male sfrutta le nostre complicità, ci usa con il nostro peccato, inietta il veleno della disillusione. In questa quaresima ci siamo misurati tutti con la realtà, vera, difficile, imprevedibile, che ha svelato tante illusioni e presunzioni. La Pasqua è nella storia, non è una bella notizia soggettiva per migliorare il nostro benessere spirituale o un tranquillante per calmare le nostre inquietudini. Pasqua è vita che cambia, un sepolcro che si apre, un terremoto che butta giù le paure e la rassegnazione, che spalanca le porte della morte e apre la vita». 

L’amore non è perduto! La vita non finisce! Il male è sconfitto! Le lacrime consolate. Per arrivare alla Pasqua bisogna sapere piangere come quelle donne e continuare ad amare anche quando tutto sembra perduto e inutile. Non dobbiamo tornare quelli di prima, perché abbiamo visto il male, la sua forza di rendere un deserto la città degli uomini e il nostro cuore

Scarica qui il testo dell’omelia completa

Qui la fotogallery di Antonio Minnicelli ed Elisa Bragaglia

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