Il 6 maggio e il 15 settembre 1976, il Friuli fu colpito dal terremoto e la Chiesa di Bologna si mobilitò subito per soccorrere la comunità della Valle di Resia

In occasione del 50° anniversario del gemellaggio fra Bologna e Resia, iniziato nel 1976 a seguito del terremoto in Friuli, sono numerosi gli appuntamenti religiosi e civili previsti:
- Domenica 3 maggio alle 16 a Gemona del Friuli presso la Caserma Goi- Pantanali il cardinale Zuppi presiederà la Messa di ringraziamento e commemorazione
- Martedì 5 maggio alle 18.30 a Bologna nella parrocchia di Sant’Antonio di Savena sarà celebrata la Messa nel 50° del gemellaggio Bologna- Resia e 10° anniversario della morte di Mons. Cocchi.
- Sabato 13 e Domenica 14 giugno al Comune di Resia Commemorazione del gemellaggio Bologna-Resia con la visita dei volontari e incontro con la popolazione.
- Domenica 14 giugno alle 10 accoglienza e saluto da parte delle Autorità e alle 11 Messa nella Pieve di Santa Maria Assunta di Prato a Resia, presieduta dal cardinale Zuppi.
Sono trascorsi 50 anni dal terremoto che devastò il Friuli, due scosse a distanza di alcuni mesi che portarono alla morte di circa un migliaio di persone e ci furono 200.00 mila sfollati che persero la casa.
La Chiesa di Bologna scese subito in campo, all’indomani dell’evento calamitoso, don Tarciso Nardelli, all’epoca assistente di Giovani dell’Azione Cattolica, propose una mobilitazione del mondo giovanile. La Diocesi di Udine insieme alla Caritas nazionale decisero di proporre gemellaggi tra le Diocesi italiane e le singole parrocchie, ne seguì una straordinaria impresa che coinvolse in poco più di un anno circa 800 volontari giovani e adulti.
Oggi a 50 anni da quegli eventi la Chiesa bolognese ricorda il gemellaggio con le parrocchie del Comune di Resia, in provincia di Udine, come una delle fasi più feconde della sua recente storia. Lo spirito del Concilio ecumenico Vaticano II soffiava forte. La Chiesa italiana si era data come programma decennale “Evangelizzazione e promozione umana”, a bologna si preparava il Congresso eucaristico diocesano 1977 ” Eucarestia e e Vangelo per un ‘umanità nuova”
Questa storia è una cronaca da far conoscere non solo per celebrare il passato ma soprattutto per ringraziare e imparare. Una mobilitazione esemplare per tempestività, coinvolgimento della comunità civile e religiosa, collaborazione con le istituzioni. Si trattò di un ‘esperienza formativa per i giovani, ancora oggi impegnati nel nel volontariato e nell’impegno civile ed ecclesiale e fu germe fecondo di impegno per una straordinaria stagione di iniziative missionarie e sociali.
Come ci ha insegnato Papa Francesco, la memoria si conserva non solo in senso verticale ma orizzontale, è solo volgendo lo sguardo attorno a noi, vedendo tante situazioni di devastazione, guerre, violenze e disastri che capiamo la necessità di non rimanere insensibili e l’urgenza di una mobilitazione attiva che dai bisogni mondiali arriva a noi.
Stefano Ottani,
Incaricato diocesano per il 50º del Gemellaggio Bologna-Resia

La cronaca dei giorni che seguirono i drammatici eventi del 1976:
6 maggio e 15 settembre 1976. Due scosse di terremoto. Giovedì 6 maggio 1976, ore 21.06: un terremoto di magnitudo 6.5 colpisce duramente il Friuli, coinvolgendo oltre cento paesi nelle province di Udine e Pordenone. Il 15 settembre una nuova scossa di magnitudo 5.9 provoca ulteriori distruzioni. Perdono la vita complessivamente 965 persone. Il danno al patrimonio edilizio è enorme e notevole l’impatto sull’economia: quasi 200.000 persone perdono la casa e circa 15mila lavoratori perdono il posto di lavoro per la distruzione o il danneggiamento del- le fabbriche. 14 giugno 1976. Nasce il Gemellaggio! La Chiesa di Udine e la Caritas nazionale promuovono una collaborazione tra le Diocesi italiane e le singole parrocchie terremotate: innanzitutto chiedono fraternità e comunione con le popolazioni colpite e l’arcivescovo di Udine, monsignor Battisti, sottolinea fortemente l’urgen- za di impegnarsi in «gemellaggi», non in «distribuzioni» di aiuti economici. Don Tarcisio Nardelli, a nome dell’Azione cattolica e della Chiesa di Bologna, va a Udine a prendere accordi e gli viene proposta la Valle di Resia con le varie frazioni: Prato, San Giorgio, Oseacco, Gniva, Stolvizza. Al ritorno a Bologna scrive una relazione sulla prima visita a Resia, accompagnato dal parroco don Alfonso Ba- razzutti. Il segno concreto richiesto è la costruzione di un Centro della comunità.
Estate 1976 – Il campo a Resia. Ci si impegna dal giugno 1976 per la costruzione del Centro a Prato Resia e si apre nella Valle un campo giovani, promosso dall’Ac, per l’assistenza ai bambini e ai ragazzi, per collaborare ai lavori di riparazione delle case danneggiate ma ancora utilizzabili. Il campo, attivo da luglio a settembre 1976, oltre a fornire spazi di gioco e di vita comune a bambini di elementari e medie, offre l’opportunità ai volontari di conoscere la realtà e la cultura della vallata. Intanto a Bologna nasce il «gruppo del martedì», che si riunisce in Ac per organizzare le permanenze in Valle; gruppo «Friuli» che rimarrà attivo anche per tutti i mesi successivi.

15 settembre 1976. La seconda scossa. Le nuove e violente scosse del 15 settembre creano una situazione drammatica: tutti devono abbandonare quello che restava delle case e rifugiarsi nelle tende. Per dare la possibilità, soprattutto agli anziani, di rimanere nella propria terra, vicino alle case inagibili, nasce il progetto delle «casette» da costruire in poco tempo, in alternativa ai prefabbricati edificati dalla Regione al centro della valle. Si tratta di 45 casette in legno (poi diventate 46), da realizzare con il contributo economico della comunità bolognese. L’operazione «casette» prende il via con un pizzico di utopia e con molta fiducia nella Provvidenza! Fulcro del progetto sono don Tarcisio Nardelli, Edgardo Monari e Aristide Govoni, supportati dalla collaborazione dell’autorità religiosa e civile della valle.
Autunno e inverno 1976 e oltre…. «il secondo tempo». Il campo giovani di Varcota, località della frazione Prato, si trasforma in un cantiere: tecnici, operai specializzati e tanti ragazzi volontari si alternano per tutto l’inverno, con il coordinamento dell’Ac, in gruppi di una cinquantina di persone a settimana, che diventano spesso un centinaio il sabato e la domenica. A Bologna si raccolgono fondi per la copertura dei costi e si ricerca manodopera volontaria , attraverso parrocchie, gruppi, associazioni, scuole, fabbriche e privati. Scrive don Tarcisio: «Sono passate dal campo circa 800 persone; il vero miracolo è la comunione che si è creata a Resia, e anche a Bologna, tra persone di ogni tipo, appartenenti a associazioni diverse: giovani, adulti, operai, impiegati, professionisti, laici, religiosi, preti. Tutti ci siamo sentiti comunità cristiana, al di là delle caratteristiche personali e di gruppo, condividendo le fatiche dei momenti più duri». A Bologna, il 5 dicembre, i fratelli resiani, il coro Monte Canin. e il gruppo folkloristico Val di Resia, sono accolti in occasione della festa per il XXV anniversario dell’episcopato del cardinale Poma. E intanto continua l’impegno di finanziamento per i lavori in Val di Resia: su 160 milioni preventivati per concludere l’operazione Casette, ne sono stati raccolti 100.
13 febbraio 1977 – Conclusione e continuità. Ultimati i lavori delle casette, cerimonia di consegna ed Eucarestia di ringraziamento presieduta dall’arcivescovo di Udine, monsignor Alfredo Battisti e dal vescovo ausiliare di Bologna, monsignor Benito Cocchi, nel capannone di Varcota. Monsignor Cocchi annuncia che la fine dell’operazione casette non coincide con la fine della disponibilità della comunità di Bologna ad aiutare la comunità di Resia. Il gemellaggio continua e vivono il loro servizio in Val di Resia, suor Giovanna della Comunità del Baraccano e Rosanna della Compagnia Missionaria del S. Cuore.

17 aprile 1977 – Gratitudine. È una giornata di ringraziamento, di incontro per tutti coloro che hanno collaborato al gemellaggio Bologna-Resia e un’occasione di riflessione sulle prospettive di impegno futuro; partecipano fin dal mattino monsignor Cocchi e don Alfonso, parroco di Resia. Viene consegnato a don Tarcisio e ad Edgardo Monari, come segno concreto di gratitudine, un album che contiene la storia del lavoro. Intanto a Imola, presso il vecchio stabilimento dell’Anonima Castelli, si lavora per la costruzione della chiesetta di Lischiazze, su progetto di Aristide Govoni e sotto la guida di Eustachio Panieri che tanto ha lavorato a Resia per la costruzione delle casette insieme ad altri esperti falegnami della Castelli.
Estate 1977. A servizio della comunità resiana. Il primo luglio partono i turni del Campo in Val di Resia per l’estate ‘77: si organizza un servizio per i bambini e i ragazzi, «tenendo presenti le esigenze locali e lo spirito iniziale con cui la Chiesa di Bologna si è messa al servizio della comunità resiana». Queste sono parole rivolte da don Tarcisio a chi parte da Bologna. Si decide di valorizzare con i bambini e con i ragazzi la cultura della Valle. Si realizzano botteghe manuali di vario tipo.
6 agosto 1977 – Festa di Matrimonio. A Lischiazze, nella chiesetta appena costruita, celebrazione del matrimonio di Elena Govoni figlia di Aristide. Gli sposi sono circondati da bolognesi e resiani. Don Tarcisio presiede la Messa. In tanti condividono i preparativi e la festa, al campo di Varcota. Autunno e inverno 1977 La presenza continua. Ritornati in città dopo i campi estivi a Resia, in settembre ci sono importanti appuntamenti per i volontari. Arriva l’arcivescovo di Udine per partecipare al Congresso Eucaristico diocesano. Il 24 settembre, in Cattedrale, ordinazione sacerdotale di Mario Zacchini e Stefano Ottani che, come diaconi, erano stati in Val di Resia. I volontari sono presenti in tanti. Mentre a Resia continuano la presenza e il servizio di suor Giovanna Lonis, della comunità del Baraccano, e di Rosanna Testa della Compagnia missionaria del Sacro Cuore, che abitano in una casetta, a Bologna ci si incontra per riflettere su come tenere vivi i legami di amicizia. A Prato, si organizza un soggiorno a Natale per un piccolissimo gruppo di bolognesi che ha vissuto una bella esperienza di campo scuola con alcune ragazze di Resia. 11 ottobre 1977 Nasce la Mensa della fraternità. In data 11 ottobre tutti coloro che hanno lavorato in Friuli sono invitati ad un incontro importante in via del Monte 5: il Collettivo del dormitorio pubblico di Bologna chiede un impegno con le situazioni di emergenza presenti in città. Nasce la Mensa di fraternità! Si tratta di allestire, in un locale di via Nosadella 32, la mensa serale gratuita per chi ha meno possibilità. Molti iniziano a collaborare e sorge la Caritas a Bologna, dal germe dei «Servizi di carità e assistenza» guidati da mons. Fiorenzo Facchini. Ma questa è un’altra storia…o forse no?!
Sandra Dall’Aglio ed Elena Manaresi
Le testimonianze di due volontari che si occupò di organizzare servizi per l’infanzia:
“Oggi ricordiamo quell’incontro nel cinquantesimo del gemellaggio Bologna-Resia. Io andai con un gruppo di ragazze e ragazze di diverse parrocchie bolognesi. Siamo partiti dopo il terremoto di maggio per aiutare gli abitanti che avevano perso i familiari, le case e i punti di riferimento. Capimmo subito che serviva un’organizzazione dei volontari capace di aiutare a ricreare i contesti d’accoglienza per l’infanzia. Abbiamo organizzato un’area e un gruppo di educatori per dare ai bambini un’opportunità di gioco e serenità in un contesto non facile. Non solo per un recupero delle funzioni scolastiche, ma soprattutto per la possibilità di creare luoghi e situazioni ludiche e socializzanti, tentando un ritorno ad un minimo di normalità. Una mattina, durante le attività di gioco, un bambino non partecipava e stava seduto in silenzio. Mi avvicinai e gli chiesi perché non giocava con gli amici. Lui mi disse che il giorno del terremoto si era svegliato ed era corso dalla mamma che era nella sua camera. Mentre andava da lei, ha visto il soffitto crollare e una parte sgretolarsi sul suo lettino. Ci ha spiegato che il mondo era troppo cattivo e lui lo doveva punire. Ha deciso che non parlerà mai più per vendicarsi. Non rispondeva, se non a gesti, non dialogava con i compagni. Partecipava a qualunque attività o gioco che non prevedesse la parola, ma fuggiva da qualunque dialogo.
Qualche settimana dopo organizzammo una visita di un magnifico burattinaio, Demetrio Presini. Aveva ottant’anni, ma diede subito la sua disponibilità. Arrivò con la sua baracca-teatro; fece diversi spettacoli con le maschere tipiche: Sganapino e Fagiolino. Alla fine dello spettacolo Presini mise i burattini su un tavolo, perché i bambini li potessero vedere e toccare. Nicola prese Sganapino. Demetrio, inconsapevole del problema di quel bambino, tirò su Fagiolino e cominciò a parlare al suo amico Sganapino. E, con nostro grande stupore, il bambino rispose (ma attraverso il burattino…). Fu la prima volta che disse qualcosa. Per i due mesi successivi continuò a parlare, ma solo con il burattino in mano (spiegata la cosa a Presini, lui gli regalò Sganapino). La prima volta che parlò senza burattino in mano, raccontò la sua storia, quello che vide quella notte.
Da dove ripartire? Da cosa ricominciare? Dalle costruzioni del passato? Dalle certezze delle cose familiari? Affetti e oggetti? Prima di tutto i pensieri vanno a chi non c’è più o alle case distrutte. Ma il senso di disorientamento che crea la scomparsa dei punti di riferimento fisici, si aggiunge a questo dolore. La perdita di un luogo, della nostra casa è un forte interrogativo sulla certezza di sé, del proprio nucleo familiare. Partire dal futuro significa invece partire dai bambini. Dal peso di una memoria che sentiranno attorno a sé, ma accompagnata dall’opportunità di un futuro da protagonisti.
Marco Guerra
Non avevo ancora 17 anni quando rispondemmo alla chiamata della Chiesa di Bologna che organizzava campi di lavoro nella Val di Resia, la zona friulana con cui era iniziato il gemellaggio a seguito del terremoto del 6 maggio 1976. Insieme a Marco, ora mio marito, appartenevamo alla Gifra, gioventù francescana, e questa fu per noi la prima occasione per partecipare alla vita della diocesi. Ci «intruppammo» in un gruppo parrocchiale e partimmo in luglio. Non conoscevamo nessuno, ma ci volle veramente poco per instaurare un clima di grande collaborazione e fraternità. Desiderio di tutti era spendere le giornate a servizio della comunità e con allegria affrontavamo la mancanza di «comodità».
Nel campo base costruivamo il grande tendone e i bagni, organizzavamo il magazzino del vestiario e lo distribuivamo. Con grande cura ci occupavamo dei bambini creando per loro uno spazio di gioco sereno e alleggerendo le fatiche delle famiglie. Con la jeep, insieme ai carabinieri, Marco raggiunse i masi sperduti dove in estate i pastori vivevano con il loro bestiame. Rimasti isolati dal terremoto, era necessario controllare la situazione di ognuno, capire di cosa avevano bisogno e portare generi di prima necessità. Dopo questa esperienza, ritornai a settembre, prima dell’inizio della scuola. Ricordo le visite alle famiglie che per ringraziarci della nostra presenza e del nostro lavoro non mancavano di offrirci la grappa a ogni ora del giorno e di invitarci a mangiare con loro. Scoprimmo una civiltà montanara, sincera e ospitale, gustando la bontà di sapori nuovi, come l’indimenticabile polenta e frico. Partecipando alle funzioni religiose, scoprimmo anche la loro fede semplice e genuina vissuta in un momento difficile.
Per la prima volta io, ragazza di città, mi cimentai nei lavori contadini: con il rastrello, in gruppo, si raccoglieva il fieno e si riempivano le gerle; per ricordo ne portai una a casa. Quando ci fu la scossa grossa del 15 settembre, ero su un tetto in costruzione a posizionare mattoni. Ricordo benissimo la sensazione provata e il terrore del padrone di casa che ci urlava di non muoverci. Visto il pericolo, noi minorenni dovemmo tornare a casa. A Bologna però c’era da fare. Partì il progetto delle casette che ci coinvolse. Partecipammo ai banchetti per far conoscere l’iniziativa alla città e raccogliere fondi. Ancora mi sorprendo nel ricordare che chiesi il permesso al preside e andai classe per classe a presentare il progetto nel mio liceo, vincendo timidezza e imbarazzo. Ritornammo poi ancora a Resia. In inverno si dormiva in una roulotte, ricordo il rumore della pioggia che ci svegliava la mattina e come dovevamo coprirci per uscire, raggiungere l’ambulatorio dove c’era il bagno, camminare e lavorare sotto la pioggia. Ma nessun disagio ci pesava. Il clima era sempre speciale. Vivevamo una grande esperienza di Chiesa, di rapporti fraterni, di accoglienza e aiuto reciproco che ebbe conseguenze anche a Bologna.
Sentimmo il bisogno di fare qualcosa nella nostra città, di vivere anche qui la gioia di collaborare e insieme aiutare chi è nel bisogno e in tanti partecipammo alla nascita della Mensa della fraternità. Sicuramente Resia ha segnato la nostra vita personale e di famiglia, ci ha indicato una via che abbiamo cercato di continuare a percorrere, una via in cui si è felici nel costruire la comunità che segue Gesù vivendo l’amore.
Costanza Bosi
Credit_photo: Mario Romiti
Di seguito il discorso tenuto dalla Sindaca di Resia, Anna MIcelli, in occasione del 50º del gemellaggio celebrato nella chiesa di Sant’Antonio di Savena in Bologna:
Buonasera a tutti! Sono qui stasera con una profonda emozione insieme anche a Lorenzina con cui l’anno scorso abbiamo iniziato un percorso di ricordi per “riallacciare i fili della memoria” … e non solo.
Al tempo del terremoto io avevo 2 anni; tutto quello che ho rivissuto stasera e tutte le cose che nel tempo, come Comunità della Val Resia, abbiamo sempre avuto nel cuore e nella mente è riemerso in maniera forte ed emozionante, per cui con molto onore porto il saluto della nostra Comunità e il ringraziamento della Comunità che ha fatto un percorso insieme a voi in questi 50 anni.
Le case che sono state costruite al tempo sono un gesto pratico e concreto, ma come restituirvi cosa ha significato per la nostra gente, e anche per la mia famiglia, poterle avere?
Voi avete vissuto un pezzo di questo cammino nella fase più difficile, perché dopo la scossa del 6 maggio, e anche dopo quelle di settembre, tutta la comunità del Friuli ha ricevuto una solidarietà immensa e per una serie di motivi noi al tempo siamo stati gemellati alla Diocesi di Bologna.
Questo amore incondizionato e infinito, che è partito dalla volontà di essere di aiuto alle persone più in difficoltà, ha portato tantissime cose nell’immediato. La scelta del proprietario della Castelli di lasciare in valle i falegnami per finire prima le casette è stata tanto importante! Questi gesti, che partivano proprio dal cuore, dalla volontà di sostenere una popolazione afflitta da tante situazioni, hanno portato un bene infinito, che è stato immediato nell’urgenza di dare un tetto alle famiglie, che rischiavano invece di prendere destini diversi o di non avere l’opportunità di restare a casa loro, in Val di Resia.
Nonostante le difficoltà causate dal terremoto, era pensare che un futuro nella loro terra, nella loro casa, poteva continuare ad esserci!
Quello che le nostre famiglie hanno fatto insieme a voi è tanto!
Quelli che sono stati bambini al tempo del terremoto sono stati bambini liberi, perché hanno avuto una comunità presente sul posto, di Resiani, ma anche una comunità di giovani che sono arrivati da Bologna e hanno consentito loro di non sentirsi soli, abbandonati e li hanno fatti crescere in un contesto di sicurezza, nonostante la precarietà della situazione; perché i problemi esistevano, ma esistevano anche le soluzioni e la vicinanza delle persone. E questo ha contato molto per noi, per crescere come adulti più responsabili, sapendo benissimo che quello che era successo aveva creato una spaccatura profondissima tra il pre-1976 e quello che è stato il dopo-1976.
In quel contesto l’umanità, il bene che abbiamo ricevuto, era qualcosa di preziosissimo che rimaneva nelle mani di chi in quel momento era protagonista.
Sono stati ricordati i nomi di persone che oggi non ci sono più ma che fanno parte del “bagaglio” della nostra comunità e anche della vostra, perché ha avuto un significato bellissimo il seme che hanno seminato, non soltanto in voi, nelle vite che poi avete proseguito, ma anche nelle nostre vite.
Da bambini, io e i miei fratelli in una di queste casette abbiamo fatto un pezzo della nostra vita; quando il papà si è ammalato, dall’ospedale lo abbiamo riportato a morire a casa, proprio in questa casetta; e la veglia che ne è seguita è stata in una di queste casette, nella nostra casetta!
Per cui il dono che ci avete fatto con il gesto e la volontà di esserci vicini, sia fisicamente che umanamente e spiritualmente, è stato veramente grande!
Dunque sono qui stasera, a nome della Comunità che con onore rappresento, per riportarvi la gratitudine di una popolazione, di una comunità che nel tempo ha fatto tanta strada; le persone che c’erano, non tutte oggi ci sono, ma il bagaglio che noi ci portiamo dietro da quella esperienza di gemellaggio Resia – Bologna è importante.
Io credo che da quella esperienza possiamo continuare ad aprire nuovi fronti di collaborazione e di sostegno, perché le persone vivono tante storie, in tempi e modi diversi. Quello che vive oggi la nostra montagna resiana e friulana, ma un po’ forse anche la nostra società, è un tempo difficile dove non sempre è chiaro che il bene ultimo è il bene ultimo di TUTTI!
Noi adulti cresciuti in quel tempo e in quel modo possiamo fare tesoro di quella esperienza.
A distanza di 50 anni anche la Messa di domenica 3 maggio a Gemona, officiata dal card. Zuppi, è servita molto a tutti noi della comunità del Friuli Venezia Giulia, perché ancora una volta abbiamo bisogno di sentire quelle parole, di guardare avanti con messaggi di speranza e di fiducia; le cose non possono essere solo legate a un passato, ma devono essere fatte proprie, nella testimonianza e nella “custodia” che abbiamo il dovere di tramandare ai bambini e ai ragazzi di oggi.
Domani sera nella Pieve di Prato avremo la Messa per il 50° anniversario del terremoto. Come ricordavo prima, quando allora mons. Battisti diede un messaggio preciso a tutti: “ lavorare prima per la ricostruzione delle fabbriche, poi delle case e infine delle chiese” non era per suggerire un ordine di minore importanza, ma per poter sostenere la rinascita di una comunità. La Pieve di S. Maria Assunta di Prato in Val Resia è stata l’ultima chiesa ricostruita in valle; come ricordava il nostro parroco don Maurizio Ridolfi, che ci ha prematuramente lasciato, lui che ha permesso la ricostruzione di tutte le chiese della Val Resia, “è come la mamma che prima pensa ai suoi figli e poi pensa a sé stessa.”
In quella Pieve il 13 e 14 giugno incontreremo una rappresentanza di voi bolognesi e anche il card. Zuppi perché abbiamo bisogno di ritornare a dirci che quell’esperienza non è legata solo al passato, ma è anche presente e soprattutto futuro!
Vi ringrazio davvero molto dell’opportunità, oggi, di poter essere qui tra voi e poter portare il nostro ringraziamento e il nostro saluto, in un anniversario così importante. Grazie ancora di cuore da parte della Comunità della Val Resia.




