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Ritorno alla lettura al tempo della pandemia

Con don Domenico Cambareri alla scoperta de «La peste» di Camus

BOLOGNA – Tra le cose eccezionali di questi mesi c’è un – piccolo – risveglio di interesse per la letteratura. Al centro di un vero e proprio boom editoriale si colloca il romanzo “La peste” di Albert Camus.

Non è da credersi che ciò sia solo per intrattenimento, ci sono altre distrazioni, tuttavia si cerca la letteratura perché si cercano parole di senso. Quanti numeri, teorie, algoritmi e tabelle ci hanno assillato in questi mesi? Con l’esito di confondere ancora di più le persone? È probabile che, proprio come reazione a questa babele di commenti, siano in molti a cercare parole capaci di aprire il futuro. Nella (grande) letteratura questo è possibile.

Il romanzo pubblicato in Francia nel 1947 non è di facile lettura, lo ammettiamo subito. Lo stile classico e ineccepibile è una gioia degli occhi per gli amanti delle lettere, e il lettore è condotto dai personaggi camusiani ad entrare coi propri sentimenti e pensieri direttamente nella storia.

A Orano, città franco-algerina, in un imprecisato anno della quarta decade del Novecento, scoppia una epidemia di peste bubbonica. Dapprima non ci si preoccupa, gli abitanti sono presi negli affari, non hanno mai tempo. Quando però comincia a diffondersi il morbo, e la città viene chiusa dalle autorità, comincia a serpeggiare il panico. Le decine di morti scoraggiano tutti, si è isolati e sospettosi l’uno dell’altro. L’orrore estingue anche la pietà.

Tuttavia l’umanità esiste e resiste. Camus descrive il faticoso processo interiore che conduce alcuni personaggi a decidere di rischiare la vita, rompere l’isolamento e porsi al servizio dei malati. È un passaggio fondamentale del romanzo: al male che sembra inarrestabile a un certo punto si oppone la compassione degli uomini. La compassione è la risposta, questo sembra suggerirci l’autore, perché comincia a provare addirittura vergogna colui che cerca di mettersi in salvo ignorando il dolore che lo circonda: ci può essere vergogna nellesser felici da soli”.

Premio Nobel per la letteratura nel 1957, Albert Camus fu sempre uomo di frontiera, discepolo dell’esistenzialismo francese, e in virtù di questa l”iminarità” interessato e capace di parlare alle donne e agli uomini che noi cristiani definiremmo “di buona volontà”. All’Europa sopratutto, che usciva dalla tragedia della seconda guerra mondiale, è diretta la testimonianza de La peste. Il continente, contaminato dal virus nazi-fascista era sulla soglia di una nuova epoca: alle intelligenze delle donne e degli uomini la responsabilità di costruire un tempo diverso e di pace. Questo è, ed era, possibile soltanto con la scelta della compassione come strumento politico perché non vi fossero più ultimi né penultimi e non certo con gli egoismi diffusi proditoriamente dai sovranismi attuali: (L’Europa) ha bisogno di respiro, di grazia, di modi di pensare che non siano provinciali, mentre al momento tutti i nostri modi di pensare lo sono”.

Il romanzo è interessante, certamente per le analogie con l’attuale crisi sanitaria, ma sopratutto per il suo sguardo profetico sulla realtà. Tanti osservatori onesti da anni dicono che anche noi siamo sulla soglia di un cambio d’epoca. Le grandi promesse dello Stato liberale, col braccio operativo di un mercato sempre più autonomo, si sono estinte contro la realtà (che è sempre più grande delle idee, cf. Papa Francesco): la crisi economica del 2008, la tragedia dei migranti e la pandemia attuale. Con quest’ultima i problemi che erano sempre degli altri diventano i nostri. Forse questo può essere la premessa di una reazione nuova e carica di speranze di fronte a un mondo che, come profeticamente definito dall’attuale papa, si mostra come un “ospedale da campo” (e gli ospedali da campo sono tornati in Europa!). Una reazione che non è scontata deve essere frutto di una scelta d’amore, di coraggio: le immagini di madri disperate che piangono i figli annegati dai barconi non ci hanno reso migliori!

Speranza; vogliamo non avere paura di pronunciare questa parola oggi. Se per Camus essa sorgeva allorquando l’uomo accettava l’assurdo della morte e si dava al servizio, noi, rispettando questa nobile posizione, andiamo un po’ oltre: accettiamo non l’assurdità del male ma l’esuberanza della vita.

Questa è la “luce nelle tenebre” che Giovanni canta nel suo prologo (Gv 1,5) e che ci accompagnerà in questo insolito natale. Nel romanzo la luce comincia ad affacciarsi tra le coltri della tragedia quando i personaggi si accorgeranno che non ha senso, meglio che è insostenibile, una felicità solitaria che, lo abbiamo visto, si alimenta del dolore di altri.

Questa luce non è forse la luce della sororità e della fraternità additata da Francesco come grande servizio delle religioni al mondo dell’epoca nuova post-pandemia e argomentata nella sua ultima enciclica Fratelli tutti? Ne La pestec’è posto anche per una riflessione ecclesiale: p. Paneloux è il prete che all’inizio interpreta la pandemia come castigo per i peccati degli oranensi (mi pare sia una cattiva abitudine anche attuale ); poi alla maniera degli amici di Giobbe cerca teodicee per giustificare l’impotenza di Dio; alla fine si convince e si abbandona alla compassione che avverte nascente in sé. Anche la Chiesa esce dalla storia se si compiace dei suoi algoritmi teologici e si disinteressa del prossimo; e anche noi cristiani nella pandemia “ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme” (FT 32).

La Chiesa, che come dice il Concilio, è “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (LG 1), in piedi su questa frontiera epocale ha il luminoso avvenire di porsi accanto all’umanità sofferente perché le esclusioni del passato non abbiano a ripetersi collocandosi sulla scia delle beatitudini predicate, e vissute, da Gesù di Nazareth. Impegnandosi in questo servizio di unità, celebra la compassionevole presenza di Dio e rinnova la sua vera identità perché non tradisce lo stile del suo Signore.

Domenico Cambareri

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