Messa della II Domenica di Pasqua

Chi ascolta e prende sul serio il Vangelo si sente amato e impara ad amare. E chi ascolta e mette in pratica il Vangelo entra nella famiglia di Dio, quella di coloro che non dal sangue, né da volere di carne o di uomo, ma da Dio sono generati. Ecco la gioia di essere comunità e di cercare di vivere quello che il Signore ci chiede. E spetta a ognuno di noi, perché nella comunità non ci sono attivi e passivi ma solo figli e figlie, fratelli e sorelle, parti di un corpo in cui ogni membro è prezioso. Lo facciamo in un mondo segnato com’è dalla violenza e dalla guerra. Ieri nella Veglia per la pace Papa Leone XIV ha detto che nella preghiera e nella vita cristiana “abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro.

Basta con l’idolatria di sè stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita. Fermatevi! È il tempo della pace!”. Comunicare il Vangelo significa iniziare a dire a tutti: “Pace a voi”, “Pace e bene”. Abbiamo ascoltato la descrizione della prima comunità. In cielo saremo così! E per tutti noi il cielo inizia quando viviamo con amore tra fratelli e sorelle. Siamo una comunità, non un albergo. Siamo cristiani e vogliamo vivere come il Signore ci chiede. E vivere da cristiani significa vivere da persone, da umani nella famiglia umana, da figli in una famiglia dove contempliamo la Madre che ci è affidata e alla quale siamo affidati: la Chiesa. La comunità è una casa di pace, non nel senso che ce ne stiamo in pace, cioè diventiamo una tana o un recinto protetto per non avere problemi, per restare indifferenti. «In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia».

Vuol dire non chiamare pazzo nostro fratello, non usare mai violenza né fisica né verbale, che fa male quanto quella fisica. I prodigi e i segni che avvenivano per opera degli Apostoli non sono impossibili. Anzi, sono i frutti dell’amore che lo Spirito compie: fa cambiare i cuori, consola, fa rialzare, vince la solitudine, guarisce, protegge. Se siamo pieni del Suo amore condividiamo, capiamo il bisogno di ognuno e rispondiamo con quello che serve a ciascuno. Non ci pensava qualcun altro: lo facevano insieme, con letizia e semplicità di cuore. Essi lodavano Dio, che non è solo ringraziare per qualcosa che si è ricevuto, ma per quello che è e per come è. Godevano della simpatia del popolo non perché assecondavano ma perché parlavano con amicizia. Non erano giudici né maestri che facevano lezioni o che spiegavano ciò che si doveva fare. I cristiani sono persone che amano, e per questo godevano del favore perché tutti capivano l’amore.

Ma è possibile vivere così in un mondo pieno di difficoltà? Ma è proprio per questo che dobbiamo vivere così! Se pensiamo che il Vangelo serva per farci star bene senza il prossimo, in modo individualista, personale o di gruppo, senza gli altri, abbiamo sbagliato. Il Vangelo ci chiede di amare, non di pensare a noi. O, meglio, di pensare a noi imparando ad amare il prossimo. Noi tutti siamo come Tommaso: feriti, delusi, pieni di paure e di rabbia, increduli perché abbiamo visto il male e come questo sembra sia l’ultima parola. Tommaso sembra dire con infinita tristezza che diventa rabbia, difesa: ma non vi ricordate? Non avete visto quello che gli hanno fatto? È incredulo e disperato. E poi vuole vedere e toccare per credere. Invece, lo sappiamo e ricordiamolo sempre, crediamo per vedere per toccare! Non si vede senza fidarsi, altrimenti saremmo costretti. Dobbiamo voler bene per vedere e toccare le ferite. Le guardiamo per trasformarle in opportunità di amore, perché diventino luminose.

Nelle ferite del mondo dobbiamo portare la luce dell’amore. È la beatitudine. Gli occhi del cuore vedono quello che conta per davvero, che è veramente essenziale, invisibile, ma che rende visibile tutto. Tutti noi dobbiamo metterci in movimento verso il nostro prossimo. Tanti desiderano vedere la presenza del Signore, incontrarlo. L’amore, e l’amore di Dio, non si vede e non si tocca, ma quando noi lo rendiamo concreto con il nostro gli altri se ne accorgono e lo vedranno e lo toccheranno! Per questo beato è chi pur non avendo visto crederà, perché troverà gioia! Questa è la misericordia, dove inizia la pace. Non il giudizio, la condanna, i calcoli, le misure: la misericordia. Mio Signore e mio Dio! È una professione di fede che, sino a quel momento, nessuno, neppure Pietro, aveva pronunciato con parole come quelle. Beati non sono coloro che non hanno problemi, che se ne stanno tranquilli o che non sbagliano mai.

È la misericordia che cambia il mondo, perché è guardare con gli occhi del cuore, è condivisione amorosa, non è fare qualcosa ma è il coinvolgimento del cuore, non nella superfice, a pelle, ma nelle viscere, non una delle tante emozioni, ma qualcosa di interiore. Sant’Ambrogio dichiarava: «Dove c’è misericordia là c’è Dio. Dove c’è rigore e severità, ci sono forse i ministri di Dio, ma Dio non c’è (Deus deest)». Guardiamo con gli occhi del cuore, che sono gli unici che vedono bene e che aiutano a trovarsi, perché chi è guardato con misericordia trova anche lui misericordia e cambia.

Chiesa parrocchiale di Crespellano
12/04/2026
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