“Camminava con loro”. Gesù, Lui, proprio Lui, in persona, con i suoi segni, con quell’unico amore che ci unisce tra noi e con Lui che è la comunione. In questi giorni ci si sono aperti gli occhi. E devo dire che quando ci arde il cuore nel petto, proprio come quando si ama e ci accorgiamo che qualcuno ci ama, cambia tutto. L’amore non si ordina e non si vende. Lo desideriamo, tutti, in tanti modi. E dobbiamo ricordarci che tutti lo desiderano, in tanti modi, anche complicati, molto complicati, perché il male ci imbroglia, rende tortuoso quello che è semplice, ci fa credere che amare sia non avere legami e ci riempie di paure, soprattutto della paura più grande, cioè che quello che dono non è più mio e che così io resta senza. È l’inganno peggiore, per cui pensiamo di conservare, difendere, tenerci stretto l’amore e, quindi, la vita. Ma che vita è senza amare? Che senso ha la vita, e che senso hanno i soldi, il potere, se non amo? A che servono le cose e le capacità se non sappiamo amare? Davvero a niente, perché così si finisce inevitabilmente per aiutare il male che la vita vuole spegnere. Perché il male è invidioso, combatte la vita, ci fa addirittura alzare le mani contro nostro fratello, quindi contro un pezzo di noi come è sempre un fratello. Non cerchiamo un amore qualsiasi, così come viene! Le sole emozioni sono ingannevoli, pur tanto importanti. Gesù che cammina con noi non è un’emozione, ma è una presenza, è amore, è un legame vero. Altrimenti saremo sempre superficiali, prigionieri e compulsivi, con emozioni che potremmo trovare e produrre continuamente pensando così di star bene e di essere profondi e vivi. Ma se non sono in presenza, in un legame reale, finiranno per farci amare solo noi stessi, perché per amare dobbiamo sempre cercare un altro, il prossimo. Gesù non dice: fermatevi. No, cammina con noi. Fa suo il nostro cammino. Cambia tutto quando incontriamo Lui, pellegrino del nostro cammino e della nostra vita così com’è, perché è Lui che apre il cammino davanti a noi. I due discepoli non torneranno cercando un cammino interamente nuovo, che non ha niente a che vedere con quello segnato dalle delusioni. Tornarono senza indugio da dove appariva inutile. Gesù cammina con noi e sempre ci apre la strada davanti a noi, perché non si ferma e giunge dove siamo diretti: in cielo. Non capiamo mai tutto! Quando pensiamo di capire tutto come condizione per poi, forse, credere, finiamo per non capire nulla o per diventare presuntuosi, pieni di cose e di idoli. Capiamo quello che conta: che il Signore c’è e ci vuole bene, che ci sta vicino, che lo “riconosciamo” quando vediamo finalmente come ci ama, come spezza il pane con noi e per noi, per me e per noi. Mio e nostro. Come avviene nell’amore. Questo capiamo, e ciò rende la terra un po’ cielo e fa vedere come in cielo troveremo la nostra vita.
Chi son quei due discepoli? Siamo noi, molto più di quello che crediamo.
Emmaus sono i nostri villaggi. Cerchiamo sicurezza avendo nel cuore tristezza e amarezza. Emmaus è il luogo della delusione, non della speranza. Portiamo nel cuore la delusione più grande, la morte, che ci lascia inerti, vuoti. La mancanza è dolorosa, insopportabile. È la delusione più grande, quella in cui sembra di perdere tutta la vita. È risorto. La vita non finisce. Quel limite è vinto. Il nostro cammino è pieno di tante delusioni. Diventiamo duri, pieni di difese, sospettosi, pigri, litigiosi. Una delusione grande è la guerra. Quanta guerra! Quanta violenza! Cosa fare? Mi chiudo, penso per me perché tanto non posso far nulla. Con tristezza e impotenza. Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele. È vero, ma Gesù non fa il re e non vuole diventarlo. Non sarebbe stato meglio? Perché non lo ha fatto? Perché dobbiamo aprire gli occhi del cuore, quelli che fanno vedere la vita com’è, che fanno esistere gli altri non come estranei, non come nemici, ma come il nostro prossimo. Gli occhi del cuore che fanno capire che il Signore c’è e mi vuole bene.
Gesù parla con noi. Non resta zitto, non smette di farlo. L’anno della Parola. Quello che tutti i pellegrini cercano: qualcuno che ascolti e che non dica cose che non cambiano il cuore, che non scaldano, che mi diano ragione ma non speranza, che non mi fanno sentire amato. Non una parola ma la Parola, perché, ricordiamolo, i familiari di Gesù non sono quelli che ascoltano, che discutono sulla Parola, ma quelli che la mettono in pratica, cioè ci mettono il cuore, la vita. “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. Per risorgere dobbiamo affrontare le sofferenze amando, perché la vita che cambia non è il benessere che cerchiamo, qualcuno che ci risolva tutto perché ci pensa lui, ma è amore, è anche il mio amore, quello che io ci metto. Spezzò il pane e lo diede loro. Allora si aprirono gli occhi e lo riconobbero. Lui dona. Noi lo vediamo e gli altri lo vedono proprio quando anche noi doniamo, solo per amore e non per interesse. Anche Emmaus diventa un pezzo di cielo perché il Signore è lì. Quello che ci fa grandi per davvero è l’amore. Lo riconoscono con gli occhi del cuore, quelli che vedono bene la vita della terra e quella del cielo.
