Messa funebre per Fabio Roversi Monaco

Gesù viene condannato dai farisei perché lui che era uomo si fa Dio, e Gesù scandalizza i suoi perché lui, che era Dio, affronta il male da uomo, forte solo del suo amore. È il mistero che contempliamo in questi giorni di Passione, che rivelano, con il loro amore “fino alla fine”, la nostra vita. La illuminano tutta, anche le miserie: il sonno quando ci chiede di stargli vicino, il tradimento di tutti a iniziare da nostro fratello Giuda, perché tutti obbediscono al salva te stesso, rinnegano l’amico e l’amicizia, la vendono per denaro, per considerazione, per carriera, per potere; la folla manipolata che condanna un poveretto che ha osannato e che ha la sola colpa di averla amata e di perdonarla anche quando è sulla croce; Pilato che si lava le mani perché non ha il coraggio di salvarlo, pur volendolo, i soldati che approfittano per torturare e divertirsi – divertirsi? Avviene ancora oggi! – nel fare del male, umiliare, colpire, fare soffrire, sentirsi grandi.

“Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità”. Questo è Gesù, stabilito come “alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre”. Gesù lo fa nel modo più incredibile, umanissimo e sempre anche di Dio. Non smettiamo di comprendere la drammatica bellezza della nostra condizione che ci interroga quando arriviamo al suo limite, e che, forse, capiamo quanto in realtà il limite sia sempre mischiato con la vita ordinaria. Lo misuriamo alla fine, quando ci scontriamo con il limite della vita. In realtà, la frontiera tra la terra e il cielo passa certamente per le nostre giornate, scelte, pensieri, relazioni. La Sua luce è riflessa nella nostra e nella nostra contempliamo la sua.

Noi non capiamo mai tutto il significato. Lo possiamo fare ricordando quello di cui siamo fatti, la nostra semenza, cioè la virtute e la conoscenza. Maria compie un gesto del quale non comprende lei stessa il significato e la grandezza. È libera sia dagli affanni della sorella sia dai calcoli di Giuda che sembrano concreti ma che, in realtà, sono solo miseri. Maria ama. E l’amore è pieno, oltre misura perché la misura è l’amore stesso, perché chi ama, ama sempre. Anche quando l’amato non c’è e vorrebbe che restasse per sempre. Ama sempre. Noi, spesso, dimentichiamo il tempo troppo veloce, e speriamo che l’oggi resti oggi senza domani e che il domani possa tendere all’infinito. Ecco il senso di quel gesto grande, perché l’amore non ha paura di compiere scelte grandi, il cui profumo – come sempre l’amore – si spande, come il bene che è sempre diffusivum sui, si propaga, va oltre e supera le inevitabili piccinerie, calcoli, gelosie, confronti. E il bene non finisce, ci fa scoprire quello che non finisce della nostra vita, così caduca e finita, e intuire quanto questa trova l’eterno.

Gesù entra nella casa, che oggi ci piace pensare essere quella di Camilla, Francesca, Maddalena, Mariagiulia e delle loro famiglie, nelle varie generazioni. Ma entra anche in questa casa che è Bologna che, dopo l’inizio nella lontana Etiopia e Eritrea, sempre con le sue radici attorno alla Madonna dell’Acero, ha accolto tutta la vita di Fabio. La città è resa familiare da ognuno, da chi la rappresenta, la serve, la aiuta ad essere luogo di incontro, di riflessione, di confronto, di umanità, in una comunità capace di conciliare pensieri diversi, utilmente diversi, ma che compongono insieme la casa comune che ospita, protegge, accompagna ciascuno. Non posso non ricordare i molteplici aspetti che “il Rettore”, ha affrontato, mettendo Bologna al centro di un ripensamento del ruolo delle Università nel mondo, con una visione larga, davvero mondiale, che non include solo averla pensata in altre città. O di aver moltiplicato le sedi nella città stessa, compresa la realizzazione della sede dell’Istituto Veritatis Splendor e della Raccolta Lercaro, in un rapporto fra cultura universitaria e teologia, così tanto importante che alcuni corsi della Facoltà teologica hanno valore anche per l’Alma Mater, e viceversa.

Era la relazione continua e personale con il cardinal Biffi, (Il “suo” cardinale!) che nelle sue memorie ha ricordato le parole dell’allora Rettore in occasione della visita di San Giovanni Paolo II all’Alma Mater. Riporta Biffi le parole di Roversi Monaco: “Quanti secondo una legge di autonomia, nello sforzo del provare e riprovare, dello sperimentare conoscendo successi e anche sconfitte, ricercano la verità!”. Ha rafforzato l’istituzione con una crescita tanto più significativa perché maturata in anni difficili. L’Università ha rilanciato la città con libertà intellettuale e capacità di governo e di dialogo, illuminista e rinascimentale è stato detto, preferendo l’intelligenza strategica alla furbizia tattica, con passione e determinazione, ma anche con ascolto e fiducia. In questi tempi segnati da contrapposizioni ideologiche e pregiudizi politici, sociali e culturali, ha saputo tessere relazioni con persone molto diverse per convinzioni, orientamenti e appartenenze, tenute insieme da un riconoscimento reciproco, dalla libertà di pensiero, dalla ricerca, dalla bellezza.

Giovanni Paolo II aveva indicato la necessità “che si inauguri finalmente un’epoca, nella quale – sia contro l’ingiustizia e l’egoismo, sia contro le tentazioni di farsi giustizia con la violenza – prevalgano la ragione, l’aspirazione all’equità sostanziale delle condizioni, il metodo del libero e rispettoso confronto delle idee, la cultura della solidarietà, perché il mondo si faccia più giusto e più umano. Al centro di ogni attenzione e preoccupazione del mondo accademico – come anche dell’intera società – vanno sempre posti l’uomo, la ricerca della sua verità, l’impegno nella sua promozione, il rispetto della sua dignità e dei suoi diritti”. Parole che penso, anche Fabio fece sue. Alla fine capiremo. La fine, come detto, inizia oggi, quando scendiamo nell’intimo di noi stessi e incontriamo la presenza di Dio, quando Lo riconosciamo con rigore e verità nel nostro prossimo. Lo accompagniamo con la preghiera e la riconoscenza in questo ultimo tratto del suo cammino, accompagnato dalla protezione delle figlie e confortato dai sacramenti.

Al termine della cerimonia ci saranno lette delle parole di Fabio che personalmente ritengo così espressive dei suoi sentimenti profondi, tenute giustamente dalle figlie nell’intimità dei sentimenti e nel pudore di questi, scritte da lui, con laica e intensa ricerca personale, nell’occasione dolorosissima della morte di sua moglie Annarosa. “Tu vero, Tu unico a raddrizzare la prora di questo mio istante terreno. Ritrova quella gran luce che libera dagli angoli bui”. Dio rivela la sua grandezza nel Crocifisso che sperimenta il buio della morte ma che termina con la luce della Pasqua, di quel primo giorno dopo il sabato, quando le lacrime sono asciugate e la vita risorge. La vita non finisce. L’istante terreno diventa eterno. Riposa in pace. Alla fine tutto capiremo.

Cattedrale d San Pietro, Bologna
30/03/2026
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