Quando ci scontriamo con il limite della vita – unica cosa sicura di questa – ci troviamo tutti nella condizione delle sorelle di Lazzaro. Parliamo con Gesù, pensando però che non c’era stato. Ci lamentiamo con Lui della sua assenza ma, allo stesso tempo, affermiamo la nostra fede in Lui. Feriti, incerti, rassegnati, siamo alla ricerca di una risposta nel presente, perché, come Marta, sappiamo che resusciterà nell’ultimo giorno, ma vorremmo anche che il Maestro dicesse qualcosa oggi. Crediamo che qualunque cosa chiederà, il Padre la concederà. Allora perché non la chiede? Perché non compie oggi il miracolo della salvezza? Lazzaro è l’amico di Gesù. Prima lui di noi. Sappiamo poco di Lazzaro.
Conosciamo qualcosa in più delle due sorelle, una che non sa stare con le mani in mano, e l’altra libera, indipendente dai ruoli, che invece di fare la serva – e Marta si arrabbia proprio per questo, perché presa dalla logica del servo si sente lasciata sola a farlo, dimenticando che nessuno glielo aveva chiesto e che Gesù libera da questo – recrimina, come certi protagonisti alla ricerca continua di conferme del loro ruolo. Gesù è amico vero. Ci insegna ad esserlo. Lazzaro oggi è Paolo, un uomo che accompagniamo davanti al Signore, un cristiano che si è affidato a Lui, che ha cercato la sua misericordia, che ha creduto in Lui e, con la debolezza di ciascuno – è facile fare i moralisti sugli altri, infallibili sulla pagliuzza per non affrontare la nostra trave – si è posto davanti a Dio, si è confrontato con Lui.
Tutte le sere recitava il rosario con Lucia. Metterci davanti al Signore ci fa trovare la moderazione, e il suo giudizio ci aiuta a vivere. Il giudizio di Dio non ci fa credere impuniti, ci aiuta a rientrare in noi stessi, evita che perdiamo le proporzioni o che facciamo di noi l’unico giudizio, pericoloso sia se ci assolviamo sia se ci condanniamo. Il giudizio di Dio ci relativizza e per questo ci fa capire, essendo un giudizio di amore!
Pensiamo Lazzaro come Paolo, generoso nel giocare l’infinita partita a scacchi che l’ha visto vincere con la morte infinite volte. Sembrava, come si diceva per Lazzaro, che non sarebbe morto! Sappiamo che è un sonno e che c’è un risveglio. La tempra nel fare politica lo faceva sembrare invincibile. Aveva una passione totale per la politica, sempre pronto a mettersi in gioco, che vuol dire contatto con la gente, facendosi volere bene. Vuol dire la passione per risolvere i problemi, e stabiliva rapporti con tutti. Siamo fatti per vivere una relazione, non siamo un’isola. Viveva con il gusto delle relazioni.
Disse: “Un medico mi ha detto che, dei tanti modi per morire, farlo in modo malinconico è il peggiore”. L’arte della vita è quella dell’incontro, di fare di ogni incontro qualcosa di speciale. Apparteneva ad un partito politico, forte di idee e con riferimenti non ideologici ma interiori. Era una realtà che riusciva a mettere assieme personalità diverse con un’appartenenza che teneva uniti. Era un uomo capace di tante mediazioni. Non è opportunismo, come una certa caricatura ha ridotto la capacità di mediazione. La rigidità ne ha paura e sembra immediatamente compromissorio. La mediazione occupa un ruolo centrale nella vita politica, non come pratica secondaria o compromissoria, ma come forma alta della responsabilità. Essa nasce dall’esigenza di tradurre i principi nella concretezza della storia, evitando tanto l’astrazione ideologica quanto il pragmatismo privo di orientamento.
In questo senso, la mediazione non indebolisce i valori, ma li rende operativi, assumendo la complessità delle situazioni senza rinunciare alla loro forza normativa. Un elemento decisivo della mediazione è la sua natura dialogica. Il dialogo non può essere ridotto a tecnica retorica né a diplomazia superficiale; esso richiede, al contrario, una duplice postura: disponibilità ad apprendere dall’altro e capacità di esporre con chiarezza la propria posizione.
Giuseppe Lazzati, uomo intransigente e pragmatico, realista e idealista, diceva: «L’impegno deve essere aperto in ogni momento a confidente e serrato dialogo con ogni posizione culturale. Ho detto confidente dialogo nel senso che in esso non si può entrare con l’atteggiamento di chi pensa di non avere nulla da ricevere, quasi possedesse già tutta intera la verità, ma si deve entrare con la massima disponibilità a capire la posizione altrui e a cogliere quanto di vero essa può offrire, non fosse altro come manifestazione di reali esigenze umane non soddisfatte. Ma ho anche detto serrato dialogo, proprio di chi desidera che le ragioni reciproche siano chiaramente messe in luce a manifestazione della propria identità e con la passione non di affermare sé stessi ma di trovare e affermare la verità».
La mediazione diventa quindi una competenza fondamentale: consente di tenere insieme identità diverse senza annullarle, di riconoscere le ragioni altrui senza perdere le proprie, e di orientare il confronto verso soluzioni condivise. Infine, la mediazione implica una virtù specifica: la prudenza. Essa consiste nella capacità di adeguare i mezzi ai fini, evitando tanto l’intransigenza sterile quanto il cedimento opportunistico. Risolve le polarizzazioni che necessariamente portano alla semplificazione, ma non a rendere semplici i problemi illudendosi di risolverli.
Rende possibile una convivenza politica autenticamente umana, «una passione e un amore per la politica straordinari» sempre con ironia e umanità, con un pizzico di civetteria, come quella di sentirsi uno dei “viceré”, titolo che non rifiutava, che portava anzi con una certa eleganza borbonica. La politica la viveva come arte, e se era arte doveva avere un valore aggiunto. Non scomodare il nome di Dio e agitarlo, che è sempre pericoloso, ma viverlo e farsi ispirare da Lui sapendo che c’è il suo giudizio. E questo ci aiuta a scegliere, a capire, a vivere anche la politica come servizio e non come esercizio di potere.
«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Siamo sempre dei servi inutili, l’essenziale è amarti e continuare ad amare intensamente i propri fratelli quando pare impossibile poter essere utili per loro. Tu solo sai ciò che è meglio e io mi affido a te, Signore. Lo affidiamo a te, Signore, perché viva la Pasqua del passaggio alla pienezza della vita.
