Ringraziamo il Signore. Te Deum laudamus. Non sarebbe certo il nostro sentimento istintivo. Siamo pieni di recriminazioni, di senso di ingiustizie subite, specie quando tutto ci sembra dovuto, di recriminazioni per diritti che crediamo di meritare e che non sono riconosciuti, poiché siamo ingannati dall’egocentrismo che non ringrazia perché consuma tutto. Ringraziamo i piccoli e chi è contento della grazia su grazia che riceve, chi scopre che è amato ma non dimentica che è un servo inutile e che – per quanto mi riguarda – non ha fatto certo quanto doveva fare. Ringraziamo l’umile, come Maria che canta il Magnificat. Ringraziamo chi nel buio ha visto lo spiraglio di luce che lo fa sentire infinitamente amato da Dio. Ringraziamo San Francesco con cuore pieno di letizia, tanto da cantare i cieli e la terra pieni della gloria di Dio. Ringraziamo perché è venuta già la pienezza del tempo. Dio ha mandato il suo Figlio e dona a noi l’adozione a figli. La dona a quanti lo accolgono, e rinascono con lui anche se vecchi. Ringraziamo Dio, non un’idea, non un caso o un’entità indistinta, rassicurante, che non entra in relazione con te, ma Dio che ama, un Tu che parla al tuo cuore come nessun altro e ti insegna a parlare agli altri, che ti fa sentire persona, finalmente te stesso, e ti libera dalla paura di perdere la vita amando. Quando ringraziamo, infatti, ci liberiamo e ci affranchiamo dalla paura di donare la vita, paura che ci rende sterili, indifesi e che spinge a vivere di meno. Certo, il mondo è drammatico e minaccioso come non mai, le speranze sembrano finite o ridotte a illusione, tanto che chi le coltiva e le indica viene irriso. Cresce il senso di impotenza, anche perché cerchiamo una potenza che non troviamo. La paura fa armare i cuori e le mani, coltivare l’aggressività, la distanza, il pregiudizio, l’odio come difesa ritenuta indispensabile e realista – ed è il nostro riarmo individuale – mentre tutto questo è solo un peccato che fa male a chi lo coltiva e chi ne è colpito.
Ecco, questa sera ringraziamo personalmente, e insieme, per il dono di questa famiglia che è la Chiesa e la Chiesa di Bologna, per la grazia di essere cristiani, di avere una luce nel cuore malgrado il nostro peccato e le contraddizioni. Non ringraziamo perché sono risolti tutti i problemi o abbiamo trovato certezze e rassicurazioni sufficienti, ma solo perché siamo pieni della Sua forza, cioè del Suo amore, perché siamo figli, amici e non servi, siamo Suoi, legati al Suo amore che non delude e che viviamo nel nostro cuore e nelle nostre relazioni.
È il Suo amore che dà senso all’ora del tempo umano, che è sempre unica e che non tornerà più e che, proprio per questo, chiede l’eternità, ciò che non finisce. Possiamo provare angoscia di fronte al tempo che scorre e non ritorna, consapevolezza amara ma possono aiutarci a non essere dissipatori. Questa sera celebriamo il Suo amore che ci ha accompagnato nei giorni trascorsi e che ci fa camminare non verso l’ignoto ma verso la pienezza del Suo amore, quell’amore che sperimentiamo nel nostro cuore e tra di noi. L’eterno, ciò che non finisce, è già entrato nel nostro tempo e così non siamo più prigionieri di un tempo che passa inesorabilmente perché con Gesù ha un’origine e un fine. Gesù è il sole che sorge per dirigere i nostri passi sulla via della pace, via che si fa largo nelle tenebre fitte che oscurano cuori e interi Paesi. “Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”, canteremo. Ringraziamo questa sera per il Giubileo della Speranza che ci ha accompagnato durante l’anno trascorso e per la sua Parola, alla quale come Chiesa di Bologna abbiamo dedicato quest’anno, per rimetterla al centro del nostro cuore e perché sia davvero lampada per i nostri passi. La nostra speranza di credenti è la vita eterna nella comunione di Cristo e di tutta la famiglia di Dio. Questa non è in un’altra dimensione, ma la vediamo nella nostra vita ordinaria.
Il Giubileo ha acceso la speranza in un tempo nel quale prevale la sfiducia dovuta all’incertezza per il futuro e ad un’ansia spesso senza nome. Il nostro è il tempo della forza, quella così banale dell’aggressività, dell’affermazione di sé, volgare come è sempre l’affermazione di sé, del bullismo, della mancanza di rispetto verso gli altri, del disprezzo o del sentirsi superiori tanto da trattare male o con supponenza. È la forza che non si misura con il futuro ma solo con il presente, che trascina in una polarizzazione ignorante e sterile, che non sa progettare e, quindi, punta a sentimenti emotivi, immediati, per ottenere consensi. È la forza terribile della guerra, e della guerra che prepara altra guerra con l’inganno di far credere di ottenere la pace, del riarmo senza fine. Perché per finire la guerra l’unico modo è quello di scegliere il disarmo e il diritto. Non vogliamo che la pace sia un’incerta tregua sempre minacciata. È proprio in questo tempo della forza che riceviamo la speranza affidata ai piccoli, che la capiscono a differenza dei sapienti, degli intelligenti e dei furbi. La speranza della pace ci chiede di disarmare i cuori, le parole, di liberarci dalle ignavie e dai rimandi. Il Signore è venuto, viene e verrà. Questo ci dà la forza di vivere in amicizia con tutti, per la città e per coloro che la abitano.
Bisogna amare le persone come sono, avere occhi buoni, non perché vedono quello che non c’è o non si rendono conto, anzi, proprio perché vedono il bene che è nascosto e che è pure essenziale. La speranza ci fa amare anche quelli che incutono paura, perché li vediamo per quello che sono e non come nemici da allontanare. Ringraziamo per il dono della Sua Parola, che ci è data per poter familiarizzare con il Signore e poterlo fare in comunità, esperienza viva dell’amore di Dio. È la Sua Parola che non ci fa cedere alla logica dell’interesse egoistico, alle sirene del consumismo, è la Sua Parola che accende l’amore per il prossimo e per noi stessi, perché ci insegna a mettere tutte le nostre capacità umane e professionali al servizio del prossimo, per essere pronti a rispondere “a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (Pt 3,15).
È il mondo intero che ha bisogno di persone di speranza, di case di pace e non violenza, dove vivere relazioni umane che ci anticipano il futuro, le stesse che vivremo pienamente nella casa del cielo. Facciamo noi il primo passo. La speranza genera speranza, raccoglie le speranze nascoste nelle persone. C’è tanta sofferenza da curare, infinita, evidente e nascosta. Pace e speranza ci accompagnino nei giorni che verranno. Non possiamo vivere senza. Tutto è perduto senza la pace e non c’è vita senza speranza. Apriamo le porte del nostro cuore e delle nostre comunità con l’accoglienza, cioè con un tratto gentile, con il sorriso e la mitezza, la semplice disponibilità ad aiutare. Disarmeremo così tanta aggressività. Pace e speranza e quindi mitezza e pazienza: questa è la benedizione che chiediamo per i giorni che verranno, con l’intercessione di Maria madre nostra, madre di questa famiglia umana che può e deve vivere insieme per non distruggersi, che non ha futuro nella forza ma solo nella forza che il male lo combatte: la forza di Dio, la più umana, l’amore che Gesù, nato da Maria, ci ha lasciato.
