Iniziamo i giorni insieme a Maria, Madre di Dio. Abbiamo bisogno di questa Madre, da amare e difendere sempre, alla quale non mancare mai di rispetto, da non offendere con la sufficienza o, peggio, la divisione. Come tutte le madri è ciò che la fa soffrire di più! Personali ossessioni, o presunzioni scambiate per certezze e verità, si devono stemperare nell’amore per questa Madre. Maria è Madre di Dio, genera alla vita l’autore della vita. Per tutti. Si serve, non ci si serve di Lei! Papa Leone XIV è preoccupato per chi trascina “le parole della fede nel combattimento politico”, per chi “benedice il nazionalismo e giustifica religiosamente la violenza e la lotta armata”. E ammonisce che: “I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”. Non siamo cristiani per eredità, del cristianesimo non ne diventiamo proprietari, ma siamo sempre figli nella propria casa, e non schiavi che eseguono quello che non capiscono e non appartiene a loro. Come figli siamo noi a decidere se restare o andare, se lavorare nella vigna o no, fino a diventare consapevoli della Grazia e, purificati dalla divisione, a scegliere l’amore trovando e ritrovando noi stessi nella relazione con Lui, con Maria, nostra Madre e con il prossimo. I pastori videro Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E basta. Anche noi non vediamo qualcosa di imponente, evidente, che si afferma da solo, come la ricchezza, il lusso, la forza. Il Natale di Gesù è manifestazione di fragilità come quella di un bambino all’aperto. Avviene ma se ne accorgono solo gli umili, come i pastori, chi si china sulla fragilità, coloro che aprono il cuore. Apriamo gli occhi spirituali, gli unici che sanno vedere bene il materiale. I pastori sono la prima famiglia di Gesù e lo diventano perché ascoltano e mettono in pratica la parola di Dio, attraverso l’Angelo che si rivolge a loro. Ascoltano e mettono in pratica. Lo fanno insieme e imparano a volersi bene cercando Gesù. Gesù raduna una comunità di fratelli e sorelle, di piccoli che imparano ad amarsi. Tutti abbiamo bisogno di imparare ad amare, a lasciarsi amare e a sostenersi. E solo se al centro c’è Gesù sapremo amarci liberi dalla prevaricazione, dalla convenienza personale, dall’interesse predatorio e possessivo. Così accogliamo il Vangelo della Pace, il Re della Pace che è venuto a cambiare questo mondo.
Il primo giorno dell’anno è dedicato alla pace perché Gesù è la pace e perché vogliamo che tutti i giorni siano nella pace. Maria genera una famiglia di fratelli e sorelle chiamati alla pace perché figli del Dio della pace, che vuole sconfiggere il divisore, ed è per questo che si fa Lui stesso Abele perché Caino impari a dominare il suo istinto e a non diventare mai nemico di suo fratello. Dominiamo l’istinto che altrimenti uccide il fratello e la fraternità vincendo i confronti, l’egocentrismo, ciò che rende mio fratello un concorrente e non un pezzo di me con cui ho tutto in comune. Per questo Gesù è venuto: per essere Lui il primo che ama e da amare, perché Lui è la via del cielo che comincia quando lo amiamo, ci amiamo, ci sentiamo nostro prossimo gli uni degli altri. Senza Padre e senza Madre non c’è fraternità. Il Signore non porta una pace qualsiasi, come il falso rispetto o la pace di chi domina, come la rassegnazione, ma quella del pensarsi insieme, perché siamo fratelli tutti, la casa è comune. Come possono i cristiani accettare la guerra, alzare le mani contro il loro fratello, fabbricare – con interessi enormi – ciò che mette in pericolo la vita di tutti? Ad iniziare dagli ordigni nucleari che Papa Francesco definì un crimine e immorale il loro solo possesso. Tanti anni fa Papa Francesco, purtroppo inascoltato, avvertiva: “È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi”. In questi anni la situazione è molto peggiorata. Un cristiano combatte la guerra, non accetta compromessi con essa, non può pensare di usarla. Così come un cristiano non coltiva l’odio, non può per nessun motivo avere parole che eccitano all’inimicizia e alla violenza, che irridono l’altro e mettono in discussione la fraternità. Il Cardinale Lercaro nella prima Giornata della Pace, nel 1968, confidò che non voleva “fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità”. Sono parole che faccio mie e che ci ricordano di cercare la pace e di difenderla finché siamo in tempo. Papa Leone XIV ha chiesto che le nostre comunità siano case di pace e non violenza, dove la pace sia vissuta, dove crescano fraternità, amicizia e il pensarsi insieme. Lercaro disse sempre in quell’occasione che occorreva “un più largo e più approfondito sforzo catechetico per dare ai nostri ragazzi e ai nostri giovani in dimensioni nuove una coscienza evangelica dell’universale fraternità in Gesù, del rispetto assoluto della dignità di ogni uomo redento da Cristo, del rifiuto radicale di ogni forma di violenza, interiore od esteriore, privata o collettiva”. Per ascoltare per davvero la domanda di pace l’unico modo è farci ferire dall’enorme sofferenza delle vittime, mettendoci dalla loro parte, cioè “da quella di chi muore, chi rimane ferito, chi perde i propri cari, chi perde la casa, chi perde il proprio paese, chi perde tutto”. Sono nostri fratelli. Noi lo siamo per loro? Fare pace significa pregare, accogliere, essere solidali, anche con gli iniziali piccoli gesti di solidarietà possibili a tutti. La pace inizia lì e cresce quando disarmiamo il cuore dal banale vivere per se stessi, dall’illusione di una felicità individuale, dall’idea che star bene e occuparsi di sé richieda annullare il prossimo. Solo un cuore in pace e non violento vince la violenza e irride il divisore. La guerra inizia molto prima dell’uso delle armi e proprio nel disprezzo e nei pregiudizi che diventano un linguaggio d’odio e di propaganda. L’incomprensione reciproca dei popoli è sempre stata, nel corso della storia, all’origine del sospetto e della sfiducia tra le Nazioni, e i loro disaccordi hanno troppo spesso provocato guerre, accentuate dalla follia dei nazionalismi con gli isterismi e la creazione del nemico. Dobbiamo stare dalla parte delle vittime e non essere vittimisti! Dobbiamo piangere con loro e per loro, riscoprendo che le lacrime sono tutte uguali, capendo quanto è insopportabile la sofferenza, facendo nostra la fretta di chi non ne può più e scoprendo che aiutare il dolore altrui lenisce la mia ferita. La pace inizia da me, aprendo gli occhi, per svelare l’inganno del finto realismo di “narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato”, narrazioni che rendono passivi e impotenti. Siamo intossicati così tanto da arrivare a “considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze”, come se chi parla di pace sia velleitario, ingenuo, non abbia strumenti adatti. Papa Leone XIV parla di destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità, che trova una scelta nell’”incrementare le spese militari” e pure “le scelte che ne conseguono sono presentate da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui”. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». Anche qui servono cristiani lungimiranti, capaci di costruire architetture di pace, accordi che garantiscano sicurezza e convivenza altrimenti impossibile, come avvenne per l’Europa. Dice Papa Leone XIV: “È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali”. Esse sono disarmate e possono disarmare! Servono comunità di pace, cristiani di pace, architetti della pace.
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in se stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita, e Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).
