Nessuno è escluso dalla sapienza che il Signore ci offre. Lo è solo chi non ascolta, chi non cerca, non si umilia a metterla in pratica perché pensa di sapere già e si sente così grande da essere servito e non di servire. La sapienza di Dio ci ricorda che non siamo stati fatti per vivere come bruti. Infatti, quando non c’è tradiamo noi stessi. Se ci lasciamo riempire e sedurre dalla sapienza del mondo, quella della forza, della prepotenza, del valore dato dalle apparenze o dalla prestazione, o da quella che Papa Francesco, con tanta intelligenza, indicava nei pericoli dello gnosticismo e del pelagianesimo, e che è enfatizzata in modo esponenziale dal mondo digitale che la fa credere infinita, diventiamo in realtà pericolosamente ignoranti e schiavi del nostro istinto perché senza “virtute” e conoscenza che lo dominano. La sapienza del Signore è quella che ci rende umani, quella che faceva rispondere San Domenico a chi lo interrogava su dove aveva studiato – la cui voce risuona qui e ci aiuta a scegliere la scuola dell’unico che dobbiamo chiamare Maestro – e lui rispondeva che ne aveva tanta solo perché aveva letto il libro della carità, quello che insegna tutte le cose perché insegna la via dell’amore. Non c’è molta di questa sapienza in giro. Possiamo pensare di colmare tutte le lacune ricorrendo a quella artificiale, ma se non accendiamo l’intelligenza del cuore e della mente, con i suoi sentimenti e la sua poesia, se non facciamo nostra la sapienza dei piccoli, restiamo solo ignoranti e saccenti, abbiamo occhi e non vediamo, orecchie e non ascoltiamo. La sapienza dei piccoli non è antipatica come quella dei farisei che pensano di avere qualcosa da dire su tutto e tutti, e di doverlo e saperlo fare sempre, perché la sapienza dei piccoli sa vedere quello che c’è di bello nascosto in ognuno. Per i piccoli l’altro è un dono da scoprire e non un problema da evitare o giudicare. La sapienza è frutto dell’esperienza con Dio, della relazione vitale con Lui, nella Parola e nel Corpo di Cristo, che ci porta necessariamente ad amare la Sua presenza nei fratelli più piccoli. Ha detto Papa Leone XIV: «Il teologo o la teologa è una persona che vive, nel suo stesso teologare, l’ansia missionaria di comunicare a tutti il “sapere” e il “sapore” della fede, perché possa illuminare l’esistenza, riscattare i deboli e gli esclusi, toccare e guarire la carne sofferente dei poveri, aiutarci a costruire un mondo fraterno e solidale e condurci all’incontro con Dio». La vera sapienza è sempre la conoscenza di Lui, cioè del Suo amore. Per questo al Suo confronto ci fa stimare un nulla la ricchezza. La vera sapienza la amiamo più della salute e della bellezza, perché “lo splendore che viene da lei non tramonta”. Non ci vantiamo altro che di questo amore, l’unico che ci rende capaci di capire il segreto della vita e di viverla da piccoli, e non da dotti che non ascoltano più e che credono di conoscere già. Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?”. Il sale non serve a nulla se non ha il suo sapore. E lo perde quando non lo usiamo, perché abbiamo paura di perderlo. Che ci facciamo con tanta conoscenza quando ce la teniamo per noi, non la comunichiamo agli altri, non diventa sapienza della vita? A che serve la lampada se la mettiamo sotto il moggio? E se abbiamo la luce dobbiamo chiederci perché la nascondiamo? Per orgoglio, per banale egocentrismo, per cui contano solo le mie cose, per rassegnazione, perché facciamo anche della fede un fatto privato, utile per il nostro personale benessere ma non per cambiare e illuminare le nostre relazioni. Quando amiamo non trasgrediamo uno iota, perché anche ciò che per debolezza non osserviamo lo troviamo in tutto il resto se lo viviamo con la passione dell’amore. La carità, solo la carità, copre una moltitudine di peccati! Altrimenti come i farisei ci sentiamo in diritto di criticare Gesù e i suoi discepoli, di mormorare di Lui, di sentirsi a posto, al contrario del Maestro, ma sono coloro che in realtà trasgrediscono tutta la legge perché non vivono l’amore. Capiremo cosa vuol dire “misericordia voglio e non sacrificio?”. Chi vive l’amore non vuole perdere nemmeno un piccolo dettaglio e fa suo anche quello che non capisce pienamente. Questo è quanto ci ricorda e ci insegna San Tommaso. In questo anno della Parola vorrei solo ricordare alcune sue considerazioni sulla lettera del Vangelo. «Bisogna che la Parola di Dio, già accolta nel cuore, raggiunga l’intelligenza per “rinnovare il nostro modo di pensare”, affinché valutiamo tutte le cose alla luce della Sapienza eterna». Cuore e ragione, non l’uno senza l’altra.
Questa è una casa di studio e quindi di preghiera, di relazioni, di rapporti con la realtà in cui è inserita. Vi ringrazio molto per quello che fate. Gli studi teologici ci aiutano a non perdere i diversi ambiti della vita e dell’azione ecclesiale. Lo studio deve essere volto alla ricerca della verità attraverso le risorse della ragione umana, aperta al dialogo con le culture e, soprattutto, con la Rivelazione cristiana, per uno sviluppo integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni. Papa Leone XIV ci ha messo in guardia dalla tentazione di credere di capire tutto schierandoci nella facile polarizzazione, pensando che tutto sia chiaro dall’inizio o che sia riconducibile senza conoscere, giustificati perché il mondo e la vita si presentano così complessi. E così evitiamo «la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità». Papa Leone XIV ricorda che l’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie, non ne ha timore, anzi sa che questo è possibile se tutto inizia dall’amore per Gesù. Ecco cosa ci insegna San Tommaso. «Io penso che il compito principale della mia vita sia quello di esprimere Dio in ogni mia parola e ogni mio sentimento», scrisse da giovane all’inizio della Summa contra Gentile. Riporta questo suo dialogo con Gesù che gli disse: «Tu hai parlato bene di me, Tommaso, cosa desideri come ricompensa?» e la sua risposta fu: «Nient’altro che te, Signore». Ecco la sapienza vera ed ecco anche la sapienza di cui ha bisogno il mondo, quella che unisce fede e ragione, una fede capace di illuminare la ragione. Dio abita in noi per aiutarci ad abitare con Lui. Dio è infinitamente più grande dell’amore umano e, pertanto, quando Egli ama l’uomo, lo accoglie e lo abbraccia al punto da portarlo verso di Sé così da potersi dire che lo fa vivere della Sua stessa vita. Per questo è importante avere tanta consapevolezza dei propri limiti, perché solo questo ci permette di superarli, facendoci aiutare dall’amore di Dio cioè dalla Sua grazia. Ognuno ce l’ha ma solo se umile. Sappiamo, come disse Guglielmo di Tocco, che San Tommaso «quanto alla reputazione di sé era umilissimo, puro nel corpo e nella mente, devoto nella preghiera e prudente nel consiglio, calmo nel parlare, espansivo nella carità …». Per questo era un uomo beato, gioioso, capace di scherzare anche con i suoi alunni sul senso della sua vita e della vita che non finisce. Cercava Gesù, ascoltando la Sua parola e contemplando la Sua presenza. «Se il fratello di un re stesse lontano, certo bramerebbe di potergli vivere accanto. Ebbene, Cristo ci è fratello: dobbiamo quindi desiderare la sua compagnia, diventare un solo cuore con lui». Fra Reginaldo da Piperno disse di lui: «Ogni volta che voleva studiare, disputare, insegnare, scrivere o dettare, si ritirava prima nel segreto della preghiera e, inondato di lacrime, chiedeva di trovare i segreti divini con verità (in veritate)». Chi è piccolo con il Signore compie le cose grandi e arriva alla sapienza vera che ne fa comprendere il mistero.
«Tu che sei fonte vera e supremo principio di luce e sapienza, degnati d’infondere nel mio intelletto un raggio della tua luce. Tu, che rendi eloquente la lingua dei fanciulli, istruiscimi e infondi sulle mie labbra la grazia e la forza della tua parola». Amen.
