Omelia nella Messa di congedo per Mons. Vincenzo Zarri

Custodiamo nel cuore la luce delle Epifanie, che ci hanno mostrato la presenza del Signore nell’oggi, ci hanno aiutato a vedere i cieli aperti quando appaiono chiusi, a conservare la speranza nella cella del nostro cuore, perché possiamo aprire tante porte chiuse dalla rassegnazione e dalla sofferenza. Mons. Zarri, con la sua lunga vita, è un dono evidente dell’amore del Signore, della Grazia con cui ha arricchito la Chiesa tutta, quella di Bologna e quelle di Forlì-Bertinoro. Se doniamo, la comunione moltiplica sempre, non perde ma aggiunge. Nella Gaudete et Exultate Papa Francesco ci aveva ricordato che tutti dobbiamo (GE 19) crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per ciascuno di noi da tutta l’eternità. Ed è, quindi, anche il progetto per l’eternità, ciò che non finisce della nostra vita. «Ogni santo è una missione; è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo». E questo ci aiuta a «riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita». E dobbiamo sempre pensare che se non la comunichiamo la togliamo ad altri! «Lasciati rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la tua preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai tuoi errori e ai tuoi momenti negativi, purché tu non abbandoni la via dell’amore e rimanga sempre aperto alla sua azione». Abbiamo sempre tutti bisogno del rinnovamento dello Spirito. Mons. Zarri è stato fedele fin da giovane alla chiamata di Dio e si è rivestito di «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità». Mi è sembrato questo il dono che ci lascia, con il suo servizio alla Chiesa, con le sue tante responsabilità vissute senza alcuna supponenza, senza farsi un’idea troppo alta di sé, vissute sempre come un dono immeritato e per le quali non ha risparmiato energie. «La tua chiamata mi ha sempre rallegrato e se una cosa ho temuto e temo è un tuo silenzio che mi lasci nell’inoperosità e nella pigrizia», ha scritto Mons. Zarri.  Direi proprio che ciò non è avvenuto, considerando la disponibilità con cui, finché ha potuto, si è donato per la nostra Chiesa. Ai fedeli di Forlì il giorno del suo ingresso disse con una franchezza quasi rude: «Vengo a voi col cuore pieno, sì, ma con mani deboli e vuote. Perciò non aspettatevi niente da me. Non che io mi voglia sottrarre al lavoro, agli impegni, ai vostri problemi o propositi, ma se non è il Signore a edificare la casa invano vi faticano i costruttori». Però al contempo chiedeva loro di «impegnarsi con le varie componenti per portare un supplemento d’anima a tutti gli uomini di buna volontà». Ecco la forza dell’umiltà e della mitezza. Era stato in Seminario prima come Vicerettore e poi Rettore, e tra i tanti incarichi fu Canonico-Parroco della stessa Cattedrale (ne scherzava dicendo “non sapendo cosa farsene dell’uomo lo misero Parroco del Duomo”). Dal 1976  fu Vescovo Ausiliare di Bologna e Vicario Generale fino al 1988 quando venne nominato Vescovo di Forlì-Bertinoro. Tra gli infiniti ricordi che lo uniscono alla storia anche della nostra città rammento come Mons. Zarri fu tra i primi ad arrivare alla stazione di Bologna dopo la strage, trovando uno scenario terribile. «Di fronte a tanto strazio cercai di stare vicino e portare conforto ai sofferenti» commentò. Lui ha ordinato i primi diaconi, momento così importante per tutta la nostra Chiesa. Ha sempre mantenuto uno stile umile e spirituale, mai distante dalla concretezza della vita e per questo interiore e non di superficiale devozionismo. Era umile e mite, e proprio per questo fermo e libero, esigente e comprensivo, vicino ma sempre per aiutare a guardare in alto e a mettersi a servizio nella grande messe del mondo. La mitezza che aveva la trasmetteva portandolo ad essere riconosciuto quale punto di riferimento sia nella dimensione spirituale sia in quella civile. Non a caso ha sempre avuto attenzione all’impegno e all’ingresso dei laici nei Consigli Pastorali e nel Sinodo che ha guidato con serena fiducia nella Grazia di Dio. Non è affatto scontato il dono dell’umiltà e della mitezza, che significa tanto riguardo e rispetto per qualsiasi interlocutore, sempre con garbo, senza pesantezza, tutt’altra cosa dal calcolo, dal formalismo o dalla convenienza. Qualcuno scambia la mitezza – tanto da arrivare a teorizzare in vari modi la forza come manifestazione verace di volontà e di presunto servizio alla verità – per cedevolezza, altri la scambiano per dabbenaggine o addirittura per compromesso, come se la mitezza fosse un modo debole e, in fondo, non chiaro, mentre al contrario è l’unico modo che disarma, proprio perché senza difese e presunzioni. Se il Signore non costruisce la casa invano faticano i costruttori. È stato un elegante educatore e un infaticabile dispensatore di percorsi spirituali. Educava a pensare, mai a criticare con malevolenza, che sempre distorce la realtà e il prossimo. Aiutava piuttosto a capire e a prepararsi al domani per vivere la fedeltà al Signore, senza toni stentorei o studiati, ma con fedeltà accompagnata da un tratto di bonomia che la rendeva così vicina. Quanti hanno goduto delle sue parole e della sua vicinanza potevano sentirlo padre spirituale, professore, amico, sempre con tanta umanità. Spiritualità e pure tanto studio e attenzione al mondo. Leggeva di tutto e conservava innumerevoli ritagli di giornali che usava per le sue omelie e meditazioni, sempre frutto di tanta preghiera e riflessione. Al funerale del suo babbo, affermando la serena fiducia nella vita eterna, disse: «Diciamo queste cose non perché qualcuno le ha sognate o le ha dedotte con complessi ragionamenti, ma perché abbiamo visto, abbiamo visto con gli occhi dei primi discepoli, quelli che hanno toccato Cristo vivo, e non sto a dir quanto è bello vivere in questa prospettiva e ancor più bello annunciare questa verità indispensabile per la novità del mondo, e questo annuncio non lo faccio io lo facciamo insieme».

Grazie don Vincenzo perché hai preso il dolce giogo dell’amore di Gesù e con la tua vita e la tua parola, con serena dolcezza ed esigente umiltà, ci hai aiutato a imparare da Lui, amandolo e facendoci amare da Lui, scoprendo continuamente e ringraziando sempre per un peso leggero e un legame dolce, dolcissimo, giogo che ci dà sicurezza e che libera dall’infernale schiavitù della cupidigia, l’amore per sé. Al termine dell’anno del Giubileo, e della tua lunga vita, vedi il compimento della tua e nostra speranza. «Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te».  «Sono amato, dunque esisto; ed esisterò per sempre nell’Amore che non delude e dal quale niente e nessuno potrà mai separarmi».

Concludo con una delle tue tante raccomandazioni: «Amate la Chiesa e amate l’uomo; la Chiesa che è fatta per gli uomini, gli uomini che sono chiamati a entrare nella Chiesa come la loro famiglia, nella quale e con la quale soltanto possono trovare tutto il loro bene. Se amerete davvero sarete capaci di servire. Se vorrete servire dovrete amare».

Cantiamo con te il Magnificat per le grandi cose che ha compiuto in te il Signore e ti chiediamo di pregare per noi e e per la nostra Chiesa, perché nessuno dei suoi figli la offenda, perché tutti la amiamo e serviamo e perché tanti giovani diventino operai generosi nella grande messe dove tutti siamo inviati.

Cattedrale di San Pietro - Bologna
12/01/2026
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