Omelia nella Messa esequiale di don Mario Baraghini

Con affetto accompagniamo don Mario nella sua Pasqua, in quella conclusione che è inizio, passaggio della porta che tutti dobbiamo attraversare, finalmente aperta da quel primo giorno dopo il sabato in cui si spalancò la pietra pesante posta sul Sepolcro. Poterlo fare in questa casa dove don Mario ha celebrato per tanti anni la domenica, Pasqua della settimana con la sua comunità, è certamente caro a lui e a voi, e aiuta tutti noi a contemplare con consapevolezza l’Eucarestia e il suo essere farmaco di eternità, pane degli angeli che sazia.

Ricordiamo don Mario per il suo servizio, e per la sua testimonianza, nella Cattedrale di Bologna voluto dal Card. Lercaro, poi fu Vicario parrocchiale di San Silvestro di Crevalcore, quindi alla Beata Vergine Immacolata e a lungo a Pieve di Cento, per quasi quarant’anni a San Pietro Capofiume e dal 2020 era ospite alla Casa del Clero di Bologna. Esercitarsi nelle cose invisibili ci aiuta a vedere e a capire quelle visibili. E la comunione tra noi e tra noi e Dio, legame che si trasforma e non finisce. Ci aiuta San Giuseppe che ci ha donato l’erede non soltanto per eredità della legge ma per quella della fede. Abramo credette, saldo nella speranza contro ogni speranza Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Giuseppe è custode di suo figlio. Occorre essere giusti per essere pieni di grazia. Ascoltiamo la Parola che ci chiede di cambiare, di decidere, di non considerarci più da soli o secondo le proprie convenienze e convinzioni. Semplicemente mettiamo in pratica la Parola, come quella che fu rivolta a lui. Prese con sé Maria e la vita generata dallo Spirito Santo. Non lo conosci ma lo fai tuo. Non lo possiedi ma lo ami. Per certi versi non capisci ma lo proteggi. Tu lo chiamerai Gesù. Il nome per cui Lui sarà legato a te e te a Lui, lo riconoscerai per farlo tuo. Come è noto, dare un nome a una persona o a una cosa presso i popoli antichi significava conseguirne l’appartenenza, come fece Adamo nel racconto della Genesi (cfr. 2,19-20). Il nome che lo definisce: «Salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Il commento dell’Evangelista è molto semplice, lui ascoltò e fece come gli aveva ordinato l’Angelo. Ascolta e mette in pratica, libero dalle misure, dalla tentazione di fare solo dopo aver sicurezza, dal tenersi sempre una possibilità di riserva, dall’imporre le proprie idee. Giuseppe ascolta ed è docile. Non sa cosa comporta essere l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, che ha fatto della sua vita un servizio al mistero dell’incarnazione, con il dono di sé, della sua vita, del suo lavoro. La storia della nostra salvezza si compie «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) ma sempre con le nostre debolezze. «Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza». Il Maligno ci fa puntare il dito e ispirare giudizi che spesso usiamo nei confronti degli altri vedendo la loro fragilità. La verità è sempre la misericordia del Padre che non ignora il peccato del figlio, ma lo rigenera, lo aiuta a tornare in vita e a guardare la vita nuova per liberarlo da quella vecchia.

Quanto abbiamo bisogno della Pasqua per non arrenderci in mezzo alle tempeste della vita e per guidare il timone della nostra barca! Perché noi, a volte, vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande. Giuseppe accoglie Maria senza mettere condizioni preventive. Semplicemente si fida delle parole dell’Angelo. Non è preso da delusione e ribellione. La vita di ciascuno di noi può ripartire miracolosamente se troviamo il coraggio di viverla secondo ciò che indica il Vangelo. E non importa se tutto ormai sembra aver preso una piega sbagliata e se alcune cose sono divenute irreversibili. Dio può far germogliare fiori tra le rocce! Anche se il nostro cuore ci rimprovera qualcosa, Egli «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (1 Gv 3-20). Ancora una volta torna il realismo cristiano che non butta via nulla di ciò che esiste. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine, diceva Papa Francesco, diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera libera. È una logica che rifiuta quella di coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. A questo Dio di amore infinito, più forte del male, offriamo la nostra vita. E guardiamo al centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per avere cura di noi stessi e per custodire gli altri. Ricordiamoci che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire noi stessi vuol dire allora anche vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è proprio da lì che escono le intenzioni buone e cattive, quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà e nemmeno della tenerezza!

chiesa di San Pietro Capofiume - Molinella (BO)
19/03/2026
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