Le ricorrenze ci aiutano a renderci conto dei doni, a ringraziare della storia che ci precede, a farla nostra, a contemplarla e valutarla anche se sappiamo che è sempre una memoria parziale per l’infinita umanità che essa contiene. Anche le ricorrenze ci aiutano a scegliere oggi il nostro futuro, sia individualmente sia come comunità. È sempre il rinnovo di un patto che ci unisce. Cambiano le manifestazioni esterne del nostro ministero, ma non cambia il contenuto del servizio alla fede e all’umanità. È pericoloso confondere la forma con la sostanza! Finiremmo per crederci a posto perdendo l’unico necessario. Servizio alla fede e all’umanità sono due dimensioni unite.
La comunicazione del Vangelo non è stata mai distante dall’amore concreto per il prossimo nella sua reale, fisica, condizione umana. E voi che vivete accanto alle persone, insieme a loro, lo sapete bene. La fede ha reso forte, amabile, aperta la vita concreta delle persone, quelle che Gesù ci ha insegnato ad amare non in astratto, come categorie, ma nella storia di ognuno e in questa riconoscere e suscitare la fede che salva. Uno degli incontri più sorprendenti per Gesù fu quello con un centurione, un militare, un pagano, certo non un dotto o un sapiente di religione, ma pieno di tanta umanità e fede che, proprio perché sapeva comandare e obbedire, si fida talmente del Signore. Gesù dice di lui che non ha incontrato in Israele una fede più grande. Possiamo immaginare che gli addetti ai lavori non avranno preso bene questa attribuzione diretta ad uno straniero e pagano. A differenza degli altri si fida, non vuole segni, prove, perché ascolta, parla, obbedisce e sa che la sua Parola è efficace e a questa si affida. Lasciamoci anche noi guidare dalla Parola di Dio, ascoltando sempre cosa ci suggerisce.
È il Signore che in questi cento anni ha guidato il vostro servizio! Il Profeta parla delle insidie del male. A volte sembrano impossibili, crescono nell’ignavia e nel nostro poco amore che diventa complicità perché il male illude, corrompe e porta a rendere il male invece del bene. È l’esatto contrario dell’amore che vince il male. Inter arma Caritas, ha chiesto il nostro Ordinario per queste celebrazioni. Sì, perché la caritas, cioè l’amore, include tutto, è il vero legame che ci unisce, che tutto raccoglie ed è quello che resta perché passato, presente e futuro. Il male vuole vincere l’amore, spinge a scappare per salvarsi tradendo, rende l’amore insipido ed egocentrico, quindi, inutile. Il male spinge a tradire, facendoci credere che ci salviamo pensando a se stessi, con il prima io che poi resta solo. Gesù dice ai suoi discepoli – e oggi a noi – mentre saliva a Gerusalemme, e quindi andando consapevolmente incontro alla sua morte, che sarebbe stato condannato, deriso, flagellato, crocifisso, aggiungendo, però, che il terzo giorno sarebbe resuscitato. Non c’è resurrezione senza attraversare la sofferenza. Affronta il male, ma per vincerlo. La sua scelta è la vera e unica vittoria, quella dell’amore sulla morte. Non dovrebbe essere l’unica cosa che cerchiamo? Che ci facciamo con le vittorie, come essere i primi, se poi non vinciamo il male e la morte? La distanza tra le sue parole, cariche di vita e di amore, e la richiesta che la madre dei due figli di Zebedeo rivolge a Gesù è abissale. Lui dona tutto, gli altri vogliono possedere tutto. Lui pensa, loro vogliono vincere, Lui pensa agli altri, loro a se stessi. Gesù con pazienza li aiuta a capire quando loro non hanno capito, non si scandalizza a differenza degli altri discepoli, cerca di renderli consapevoli, loro che chiedono quello che non serve e che non si rendono invece conto di Colui che hanno davanti.
Ecco, oggi Gesù ci chiama e ci dice di nuovo chi è grande, non chi domina e possiede, ma chi serve e dona. E guai a credere che grande significhi modesto, senza sapore! No, è grande, è davvero grande per il Signore, grandezza che non si misura con il potere ma per ciò che davvero cambia la vita delle persone. “Tra voi non sarà così”. È impegno, la promessa, che Lui per primo mette in pratica. Voi lo sapete bene come non servono lezioni o parole altisonanti ed enfatiche ma, anzitutto, servono l’esempio, la vicinanza, l’attenzione concreta all’umanità delle persone che vi sono affidate e con le quali camminate insieme. È così semplice: grande è colui che serve. Ecco il senso e la gioia del nostro e vostro ministero, del quale oggi rendiamo grazie a Dio, il più grande che si è fatto nostro servo. Servite la difesa dei nostri Paesi e l’impegno è quello per la sicurezza, e questo servizio è grande proprio perché liberi dall’offesa, e al centro si sono la legalità e la giustizia. Voi siete in mezzo ai militari – tutti – come presenza dell’amore di Dio che accompagna, ascolta, incoraggia, sostiene nella missione che le forze militari portano avanti ogni giorno, aiutando a svolgere gli incarichi affidati alla luce del Vangelo e al servizio del bene, per proteggere e difendere la vita.
Proprio per questo, come vi disse Papa Francesco, bisogna vigilare contro la tentazione di coltivare uno spirito di guerra, il mito della forza, la contaminazione sempre pericolosissima dell’odio che divide il mondo in amici da difendere e nemici da combattere. Guai ad esercitarsi in queste contrapposizioni che si ritorcono sempre inevitabilmente contro, inquinano le relazioni e la convivenza. Siete e siate “testimoni coraggiosi dell’amore di Dio Padre, che ci vuole fratelli tutti. E, insieme, camminiamo per costruire una nuova era di pace, di giustizia e di fraternità”. E come non pensare all’invito accorato di Papa Leone XIV che ha lanciato domenica scorsa all’Angelus, e che speriamo non sia altri, purtroppo, disatteso in maniera arrogante e sorda. Il Papa ha detto: “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. Assumete la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano ad una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. Ecco il vostro impegno! La pace per voi non è un ideale lontano, e per certi versi ne siete i più diretti interessati. Le azioni a garanzia della pace nei Paesi del mondo ne sono la riprova.
Personalmente ricordo lo straordinario impegno, dal ‘92 al ’94, per garantire la pace in Mozambico, con le elezioni che posero definitivamente fine alla guerra. “Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace”, ha scritto Papa Leone XIV per difendere il rapporto tra popoli e persone basato sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, non sulla paura e sul dominio della forza. Per intendersi ci vuole una base comune e sicura, una dottrina di verità e di bontà, la quale non può essere che il Vangelo. Amatevi gli uni gli altri, sopportandovi a vicenda. Non fate agli altri quello che non volete sia fatto a voi. Sono certo che questo tempo più cristiano stia per venire. Avete grandiosi esempi. Anch’io ricordo, e sono settant’anni dalla sua morte avvenuta ancora nel pieno della sua vita, don Carlo Gnocchi. Conobbe la guerra e costruì per questo la pace, e disse: “In quei giorni fatali posso dire di aver visto finalmente l’uomo. L’uomo nudo; completamente spogliato, per la violenza degli eventi troppo più grandi di lui, da ogni ritegno e convenzione, in totale balia degli istinti più elementari paurosamente emersi dalle profondità dell’essere. Ho visto contendersi il pezzo di pane o di carne a colpi di baionetta; ho visto battere col calcio del fucile sulle mani adunche dei feriti e degli estenuati che si aggrappavano alle slitte, come il naufrago alla tavola di salvezza; ho visto quegli che era venuto in possesso di un pezzo di pane andare a divorarselo negli angoli più remoti, sogguardando come un cane, per timore di doverlo dividere con gli altri; ho visto ufficiali portare a salvamento, sulla slitta, le cassette personali e perfino il cane da caccia o la donna russa, camuffati sotto abbondanti coperte, lasciando per terra abbandonati i feriti e i congelati; ho visto un uomo sparare nella testa di un compagno, che non gli cedeva una spanna di terra, nell’isba, per sdraiarsi freddamente al suo posto a dormire… Eppure, in tanta desertica nudità umana, ho raccolto anche qualche raro fiore di bontà, di gentilezza e d’amore ‑ soprattutto dagli umili ‑ ed è il loro ricordo dolce e miracoloso che ha il potere di rendere meno ribelle e paurosa la memoria di quella vicenda disumana”. In questa umanità ha testimoniato l’umanità di Cristo e donato la sua presenza. Scriveva don Mazzolari: “La consegna per un soldato è sacra, se dai morti è ancora più sacra. Siete i custodi della pace. Altri non potranno credere alla possibilità della pace tra gli uomini. Ma noi non abbiamo interessi da far valere e vanità di nessun genere noi ci crediamo tanto più che sappiamo cos’è costata (e cosa costa). Non si costruisce l’avvenire di qualsiasi popolo sull’odio ai fratelli. La nostra responsabilità è che ogni risentimento, anche nell’ultimo dei cuori è una scintilla di guerra se dimentichiamo la strada della fraternità”.
Il Signore vi benedica, e in un mondo che appare Babele sappiate difendere l’unica barca sulla quale siamo tutti, garantite con il vostro servizio che possiamo ripudiare la guerra perché sicuri. Continuate a parlare la lingua di Dio, quella della comprensione, dell’incontro, del valore di ogni persona perché essa appartiene alla stessa famiglia e c’è un pezzo dell’unico Dio, quindi anche nostro, da conoscere e proteggere.
