Omelia nella Messa per il 4º anniversario della guerra in Ucraina

Ringrazio di cuore l’Ambasciata di Ucraina presso la Santa Sede per l’opportunità di ricordare insieme e in questa casa antica e familiare, davanti al Signore che guarda il nostro presente e ci aiuta a contemplare e a scegliere il futuro, i quattro anni dall’inizio della guerra, dal giorno in cui l’esercito della Federazione Russa ha invaso l’Ucraina. Certo, la guerra non era iniziata allora e la violenza insanguinava da anni alcune regioni. Non dobbiamo dimenticarlo, per comprenderne la radici profonde e per trovare soluzioni giuste alle cause. Quattro anni fa è iniziata quella che le Nazioni Unite hanno definito “aggressione ingiustificata”, chiedendo una “pace globale, giusta e duratura in conformità con il diritto internazionale”. Ecco, una pace globale, giusta e duratura.

Perché sia davvero così – aspirazione che deve vedere il coinvolgimento e la determinazione di tutti – la comunità internazionale è coinvolta per aiutare i fili di dialogo che sono stati avviati, rafforzarli, cercare un’architettura di diritti e garanzie che garantisca la convivenza pacifica. Papa Francesco si interrogava all’inizio del Giubileo della Speranza: “È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura”. Non è troppo sognare la pace! Dovremmo dire: è il minimo, perché dobbiamo trovare le soluzioni nel dialogo e nelle sedi appropriate perché questo avvenga. Sappiamo bene che il dialogo non è facile, soprattutto dopo tanta distruzione e morte, ad iniziare da quella singola persona che ha perso la vita nel diluvio di morte che è la guerra. Un uomo ucciso è il mondo intero che muore. Si perde quel mondo irripetibile, pezzo di Dio che viene spento. Questa consapevolezza può aprire stagioni nuove, impensabili, come è stata la casa comune europea che mise fine a conflitti secolari proprio per la scelta di pensarsi insieme. Era impensabile pochi anni dopo la guerra che francesi, tedeschi, italiani si potessero pensare insieme. Ringrazio la Comunità di Sant’Egidio che apre le porte, con tanto amore e condivisione, di questa casa di pace dove la bellezza in modo così particolare ci riflette – proprio come l’oro del mosaico – la luce spirituale di Dio. Gesù ci accoglie seduto sul Suo trono in quel Regno dove non ci sarà più lutto, lamento e affanno, e dove le lacrime saranno asciugate e gli uomini, finalmente, saranno una cosa sola, riconciliati dentro di loro e tra di loro. Maria, madre sua e nostra, è con Gesù su quel trono, a indicare l’umanità tutta che viene assunta da Dio attraverso Gesù.

Come forse si distingue anche da lontano, Gesù abbraccia sua madre, le pone una mano intorno al collo, la stringe a sé per indicare che questa è sua Madre ed è la nostra, e che la relazione è di amore. Quell’abbraccio esprime la volontà di Dio, quello che Gesù è venuto a “fare”: abbracciare, farci sentire abbracciati, imparare così ad abbracciare. Così inizia la pace. Ne abbiamo un grande bisogno, perché sperimentiamo, al contrario, la forza drammatica della violenza che divide, distrugge, semina l’odio, la vendetta, tanta sofferenza nei cuori e nelle menti. Tutto può cambiare. Giona non lo crede, anzi, non vuole che tutto cambi e pensa che Ninive è il nemico e che resterà per sempre tale, che il nemico va abbattuto non salvato, che la vittoria sia la sua distruzione. Tutto può cambiare! Tutto cambia, anche quello che sembra definitivamente compromesso. Siamo qui per questo. Lo chiediamo al Signore. Il segno di Giona che ci viene dato, l’unico segno, è la sua croce. Come Giona rimase tre giorni nel ventre del pesce così Gesù nel buio del sepolcro, per poi risorgere e noi con Lui.

L’Ucraina, ma con lei il mondo intero, sperimenta quattro anni nell’inferno della guerra. Quanta povertà! Quante persone vulnerabili e bisognose di assistenza umanitaria! Gli aiuti umanitari e l’azione umanitaria sono la resistenza più grande alla disumanità della guerra e sono anche l’aurora della pace, l’esercizio che vince la logica del nemico che imbarbarisce. Per questo dobbiamo aiutare e aumentarli, anche per non abituarci mai al dolore. La pietà non deve morire. E, forse, è proprio a partire dall’umanitario che ci liberiamo da ragionamenti strategici e pressioni politiche, e così si ritrova l’essenziale del bene comune, la passione disinteressata per l’umanità, la solidarietà concreta e gratuita, pezzi che anticipino la pace. La guerra colpisce tutti perché siamo fratelli e se colpisco mio fratello, in realtà, colpisco un pezzo di me. Faccio mie con forza le parole di Papa Leone XIV: “Quante vittime, quante vite e famiglie spezzate, quanta distruzione, quante sofferenze indicibili! Davvero ogni guerra è una ferita inferta all’intera famiglia umana: lascia dietro di sé morte, devastazione e una scia di dolore che segna generazioni. La pace non può essere rimandata: è un’esigenza urgente, che deve trovare spazio nei cuori e tradursi in decisioni responsabili. Per questo rinnovo con forza il mio appello: tacciano le armi, cessino i bombardamenti, si giunga senza indugio a un cessate il fuoco e si rafforzi il dialogo per aprire la strada alla pace”.

Oggi mettiamo in pratica il suo invito “a unirsi nella preghiera per il martoriato popolo ucraino e per tutti coloro che soffrono a causa di questa guerra e di ogni conflitto nel mondo, perché possa risplendere sui nostri giorni il dono tanto atteso della pace”. Anche un solo bambino che ritrova i suoi cari, una famiglia che riabbraccia – quante lacrime! – il suo caro che torna dalla prigionia, una tomba dove poter andare a pregare, perché il cielo lo capiamo a partire da quella tomba dove riposa la persona che non smetto di amare, è un pezzo del mosaico della pace, delicatissimo ma l’unico che ci permette di comporre la famiglia umana che è anche quella di Dio. Il mondo è un mosaico che se lasciato nel disordine non mostra quella bellezza che solo il pensarsi insieme può mostrare. La pace inizia già dal basso. Non è ingenuo.

Se il multilateralismo è debole, se pericolosamente la diplomazia del dialogo è stata sostituita dalla diplomazia della forza di singoli o di gruppi di alleati, se la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando, se troppo poco siamo convinti che pace e giustizia sono ancora insieme, questa significa che l’umanità intera è in pericolo. Il diritto, quello umanitario ed internazionale “nelle piaghe della guerra” deve garantire umanità e senza questo si distrugge tutto, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche, le abitazioni e i luoghi essenziali alla vita quotidiana. In questa casa veniva a pregare San Francesco, la vedeva come noi oggi. Ricordandolo nell’ottavo centenario della sua morte – e ci ritroveremo ad Assisi a continuare con insistenza a chiedere la sua intercessione per la pace – capiamo bene “che un mondo pacifico si edifica a partire da un cuore umile”. Chiediamo al Signore per l’amata Ucraina, ma con essa per tutti, il dono indivisibile della pace, della riconciliazione. Il cardinale Liubomyr Husar, Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina dal 2001 al 2011, diceva: “La vera vittoria finale sarà possibile se tutti noi ci comporteremo da esseri umani nel pieno senso della parola. Tutte le altre vittorie sono solo parziali o immaginarie e non porteranno mai alla vera pace”.

Sia così e venga presto la pace, vittoria per tutti.

Basilica di Santa Maria in Trastevere - Roma
25/02/2026
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