Omelia nella Messa prepasquale per la sezione bolognese dell’Associazione Giuristi cattolici italiani

È una gioia celebrare insieme questa Eucarestia, è un rito che da anni ci vede uniti. Ha ragione quel Piccolo Principe: i riti servono per prepararci, per gustare gli appuntamenti, per scegliere il tempo e non farlo scivolare via tutto uguale, per orientarci. La Liturgia vince il nostro relativismo, per cui pensiamo sempre di essere il centro di tutto e che la regola sono io. Qui siamo in relazione con Dio che si fa pane, è il centro che ci aiuta a localizzarci, a capire chi siamo, e che non soli, perché ci mette in relazione con il prossimo, con questa comunità della giustizia con cui camminate. Perché vi sia giustizia ci serve il suo giudizio. È sull’amore ed è un giudizio di amore. Gesù vede quell’uomo malato e gli chiede: «Vuoi guarire?». Gesù riaccende in noi il desiderio di star bene. Lui sì che cerca il nostro benessere, e ci strappa da quello vano e ingannevole del consumismo, del possedere, del trasformare tutto per nutrire l’individualismo! Il Vangelo, in realtà, risponde alle domande che portiamo nel cuore, ci aiuta a chiedere, ci riapre alla speranza anche quando questa sembra definitivamente spenta dalla disillusione. Quell’uomo non ci credeva più. Non risponde nemmeno: “Sì, lo voglio”, ma gli parla subito della sua impossibilità: “Sono solo!”. La sua condanna è la solitudine. Gesù non promette paradisi finti che non risolvono i problemi veri, ma affronta ciò che divide, umilia, disperde. La solitudine è una condizione che drammaticamente caratterizza sempre di più la nostra vita. Quando siamo forti pensiamo di misurare tutto con la nostra forza ma siccome invece siamo fragili, e lo saremo ancor di più nel tempo, ciò diventa una tortura e una debolezza insostenibile. «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita”. Quando si muore, ma anche quando si soffre, si soffre e si muore soli! Ma quando lo siamo del tutto, senza la luce della fede e la luce che la riflette e la aiuta cioè quella dell’amore della comunità, ci sentiamo smarriti, abbandonati nell’ora delle tenebre. Gesù nell’Orto degli Ulivi si sentì solo quando vide dormire i tre discepoli che aveva voluto accanto a sé. Gesù è solo ma non lascia soli. Anzi, a chi sarebbe rimasta sola, Maria, dona un figlio, e al discepolo Giovanni dona una madre. Nella nostra fragilità è Lui a farsi vicino e a convincere la comunità. Ecco qual è la forza della sua Parola. Ci rimette in cammino, è perdono che libera dal peccato, correzione che affranca dall’orgoglio, speranza che libera dalla disillusione, ed è sapienza nell’ignoranza, indicazione nell’incertezza, gratuità più forte della cupidigia, amore puro che insegna a volerci bene perché ci apre al prossimo.

Quel giorno però era un sabato. Si scontra con la legge. Inutilmente Gesù dirà che lui non cancellava nemmeno uno iota e che portava il compimento della legge. L’ipocrisia dei farisei, del legalismo – così diverso dal rigore della legge e che ha sempre al centro la persona, e non viceversa, – non ha alcun interesse, per un uomo che riprende a camminare, un cieco che ora vede. Anzi, ha solo interesse a sapere di chi è la colpa. A Gesù, invece, interessa solo liberare dalla colpa! I farisei redarguiscono l’uomo che era stato guarito! «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». La Parola è più forte del legalismo e ci porta alla vera legge! «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gesù lo incontra di nuovo. È sempre sorprendente il Vangelo. Gesù, in realtà, non smette di cercarci e vuole che l’incontro vero sia con lui, perché questo incontro libera da ciò che è peggio, cioè perdere l’anima, e ci fa scegliere la parte migliore, quella che non ci viene tolta, che è l’amore con Lui, legarsi a Lui e liberarsi dai nostri vani affanni. Il cristiano è sempre l’avvocato della misericordia e della riconciliazione. La legge richiede sempre, come ha detto Papa Leone XIV: «Discrezione e competenza. Rispetto e attenzione alla persona». La legge non deve guardare in faccia a nessuno o, meglio, deve guardare nel profondo ciascuno, perché ogni persona non è una pratica, e lo deve fare senza quelle parzialità che possono essere di vario genere. La giustizia non è soltanto tecnica. «Essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione». La giustizia non è soltanto un principio giuridico ma una virtù che contribuisce ad edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità. Pieno compimento della legge è l’amore. L’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore alla verità conduce a scoprire la carità come suo compimento. La giustizia è uno dei motivi di unità nella comunità. Ma occorre essere giusti: non di parte, non condizionati da interessi di vario genere, quelli inaccettabili di carattere e di convenienze personali, ma anche quelli ideologici e di abitudine. La giustizia rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce ad edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la comunità degli uomini. «Nella giustizia, infatti, si coniugano la dignità della persona, il suo rapporto con l’altro e la dimensione della comunità fatta di convivenza, strutture e regole comuni». Occorre liberare dal male. La giustizia deve tendere a questo. «Il male, infatti, non va soltanto sanzionato, ma va riparato ciò che ha provocato, e a tale scopo è necessario uno sguardo profondo verso il bene delle persone e il bene comune». Guai, allora, quando si teorizzano l’elogio del tribalismo, la frammentazione e la divisione sociale, si accusa la difesa dei diritti dei più vulnerabili come se ciò comportasse di non essere capaci di garantire sicurezza. Guai quando l’umanitario è visto come pericoloso o inutile o si usa l’ipocrisia nella giustizia, si agita il suo feticcio che arriva a giustificare la violenza e la guerra. Anche per questo rilancio la consapevolezza di Paolo VI: «Latentazione è costante, quella d’imporre tale normalità di rapporti, che assume il volto della pace, mediante la forza». La pace non è tirannia totalitaria e spietata, né violenza. Mai più. Ammonisce ancora Paolo VI: «Una Pace, che non risulti dal culto verace dell’uomo, non è essa stessa pace verace. E come chiamiamo questo senso sincero dell’uomo? Lo chiamiamo Giustizia». «Se vuoi la pace, lavora per la giustizia».

chiesa di San Procolo - Bologna
17/03/2026
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