Saluto a Papa Leone XIV a conclusione dell’Assemblea generale della Cei

Padre Santo, grazie per questo nuovo incontro. Grazie per la sua mitezza, che è la forza di cui il mondo ha bisogno, per la fermezza con cui affronta i problemi e crea unità, per la pazienza con cui ci richiama a essere comunione in questo tempo di enormi sofferenze e sfacciate disuguaglianze, tempo che ci aiuta a capire la grazia di essere cristiani. E anche Vescovi! Grazie per le parole della “Magnifica humanitas”, che ci aiutano a misurarci con la storia, ad essere cristiani che sanno custodire l’umano e vivono l’annuncio del Vangelo «dentro l’intreccio concreto delle vite, delle comunità e delle culture» (MH 25).

In questi giorni abbiamo sperimentato tanta collegialità tra noi e sentiamo il legame privilegiato tra Papa e Vescovi italiani solo come una responsabilità in più per comunicare il Vangelo con la nostra gente. Cioè tutti. Guardiamo la folla, di cui Gesù ci parla con compassione, per la quale ci chiama e alla quale ci manda. Grazie anche per le visite già realizzate in Italia, così commoventi e popolari, a Pompei, Napoli, Acerra e quelle nelle parrocchie di Roma. Siamo andati avanti nelle prospettive emerse nel Cammino sinodale della Chiesa, tracciando le linee pastorali per i prossimi anni, mettendo Gesù Cristo al centro e aiutando le persone a vivere una relazione personale con Lui dentro comunità, in un mondo segnato da individualismo e solitudine e, proprio per questo, con una fortissima nostalgia di Dio e di umano.

Abbiamo preso sul serio il Suo invito a essere case di pace e di non violenza. Sentiamo la sfida della riconciliazione, per sottrarre spazio a quella «cultura violenta della potenza» (MH 192) che inizia con la polarizzazione invece del dialogo, con il pregiudizio, l’odio, la rabbia aumentata da colpevoli e interessati seminatori di zizzania. Ecco, vogliamo rimettere al centro Gesù e tanta attenzione all’umano, alla persona, non come la immaginiamo noi o la vorremmo, ma come è, a cominciare dai poveri che sono cresciuti e si sono cronicizzati. Conosciamo le fatiche, le diminuzioni, le fragilità, la trasformazione della nostra presenza ma vogliamo però vivere in un’estroversione missionaria, facendo nostro il Suo monito: «Nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana» (Omelia, 2 aprile 2026).

Dobbiamo tornare all’essenziale, a una fede non scontata, ma libera, scelta, testimoniata, proposta con amicizia e senza arroganza, parlando al cuore, con parole comprensibili e vite credibili, in modi gioiosi. Non abbiamo timore di scelte coraggiose e responsabili, per rivedere anche i nostri stessi meccanismi decisionali, non per complicare inutilmente, ma per essere comunità vive e responsabili. Abbiamo fiducia nello Spirito Santo, che «c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo ma, anzitutto, riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro». Una rinnovata Pentecoste nella Babele del mondo. La sobria ebrezza. Tantum aurora est.

 

Fonte: Ucs Cei

Sala del Sinodo, Città del Vaticano
28/05/2026
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