convegno diocesano di pastorale familiare

Bologna, Seminario Arcivescovile
18-11-2001

La realtà nuziale, che evoca e invera tra i battezzati l’amore che fa della Chiesa e del Signore crocifisso e risorto “una carne sola”, – evoca e invera cioè il mistero del “Cristo totale” – non è certo qualcosa di marginale nell’universo creato. E’ anzi al centro del disegno salvifico del Padre, lo connota e lo caratterizza. E tutta la “nazione santa” – tutta la comunità dei credenti – s’impreziosisce del suo valore.

Nessuno se ne deve dimenticare. Soprattutto non se ne possono dimenticare gli sposi, che contemplando la radice teologica e la sorgente eterna della loro reciproca connessione si fanno più coscienti della dignità e della rilevanza della loro missione, sono meglio disposti a crescere nella grazia propria del loro stato e sono anche aiutati a superarne le immancabili difficoltà.

E appunto a ravvivare questa consapevolezza è finalizzato l’incontro odierno e la stessa partecipazione a questa eucaristia.

Ma non solo dal mistero della incarnazione redentrice del Figlio di Dio e del conseguente rinnovamento dell’umanità è illuminato e sublimato il matrimonio cristiano. La stessa Trinità delle Persone divine getta la sua luce sulla realtà delle nostre famiglie fino quasi a costituirne l’ideale trascendente.

“Rivelandosi come Trinità, Dio ci ha detto che egli non è solo imperturbabile infinità d’essere: è anche e soprattutto vita, cioè interiore fecondità e comunanza di gioia” Che cosa è la vita in Dio? E’ essenzialmente conoscenza e amore. Allo stesso modo la famiglia umana è viva quando trova nella verità e nella carità la sua vera ricchezza”

“Nella Trinità c’è una legge di esistenza e di vita che, almeno come ideale, deve risplendere in ogni sua icona creata, cioè in ogni famiglia umana. E’ la legge dell’assoluta diversità nella pienezza della comunione. Il Padre è totalmente “altro’ dal Figlio; il Figlio, nel suo essere Figlio, è totalmente “altro’ dallo Spirito. Ma la loro comunione è tanto assoluta e perfetta da essere – Padre e Figlio e Spirito Santo – la stessa unica infinita realtà.

“Analogamente, nella famiglia umana come è stata pensata da Dio, lo sposo è totalmente diverso dalla sposa ed essere genitori è totalmente diverso dall’essere figli; ma sposo e sposa, genitori e figli devono essere un’unica cosa nell’unità della casa. Il rispetto della singolarità e dell’irripetibilità delle persone non deve insidiare l’unità, e la ricerca quotidiana dell’unità non deve soffocare l’originalità inedita di ciascuno dei componenti. Ciascuno ha un volto, un cuore, un’anima sua; e dall’unità dei volti, dei cuori, delle anime nasce e sussiste il miracolo della famiglia.

“Dio dunque vive così: nella diversità delle persone e nell’assoluta unità dell’essere, della potenza, dell’azione. E alla divina realtà si ispira il disegno che Dio ha pensato per noi.

“Ma noi siamo sempre tentati di sovrapporre al disegno del grande Artista i nostri scarabocchi, che spesso sono rovesciamenti integrali della prospettiva originaria. Invece di avvalorare i pregi della singolarità personale ci proponiamo il livellamento; invece di mirare a fonderci nell’unità, esasperiamo l’individualismo. Così, mentre dovremmo sforzarci di capire e apprezzare la diversità nella comunione, arriviamo a enfatizzare l’uguaglianza nella estraneità.

“L’uomo, si dice, è uguale alla donna: devono avere le stesse funzioni, gli stessi compiti, lo stesso tipo di vita, in modo da essere interscambiabili. I padri e i figli devono essere messi sullo stesso piano: tutti devono giudicare, decidere, comportarsi esattamente nello stesso modo. In questa maniera il progetto divino è capovolto, e la famiglia, uscita dai binari che sono stati predisposti per lei, procede nella storia tra crescenti disagi.

“La sua salvezza starà nel ritrovare il disegno nativo, che ha la sua fonte nella Trinità eterna e la sua esemplare attuazione nella famiglia di Nazaret” (Matrimonio e famiglia 16-18).

Il tema della “fedeltà”, che è oggetto di speciale attenzione in questa giornata, puntualizza in un aspetto e approfondisce questa nostra riflessione, che è tutta tesa a ricercare “anagogicamente” nella realtà eterna le premesse e il significato ultimo della nostra realtà temporale.

La virtù della fedeltà nella vita degli uomini trova la sua ultima radice e la sua esemplarità nella stessa assoluta fedeltà di Dio. C’è in Dio una necessaria fedeltà immanente che si identifica con la perfetta comunione e addirittura con l’identità di natura delle Persone divine. Ma Dio è fedele anche estrinsecamente (cfr. 1 Cor 1,9): è fedele nei nostri confronti, è fedele a noi che siamo i destinatari del suo amore sorprendente e gratuito,

E la sua è una fedeltà che non è mai incrinata dalla nostra ingratitudine e dalla nostra molteplice indegnità. Come sta scritto: “Anche se noi manchiamo di fedeltà, egli però rimane fedele (2 Tm 2,13). Perché, come dice ancora san Paolo: “Senza pentimenti sono i doni e la chiamata di Dio” (Rm 11,29).

Dal rapporto tra gli sposi, alla convivenza familiare e alla partecipazione comunitaria discende l’onda benefica della fedeltà, che all’origine è scaturita ed è continuamente alimentata dalla connessione d’amore delle Persone divine ed è modellata sulla fedeltà fino alla morte in croce del Nuovo Adamo verso la discendenza del primo Adamo. Ci sono dunque come tre livelli di fedeltà.

La fedeltà nuziale accomuna e rende interdipendenti i destini di un uomo e di una donna che liberamente e irrevocabilmente accettano di percorrere sino alla fine l’identica strada. In questa fedeltà risplende il mistero del “Christus totus”: ” “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola’. Questo misero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,31-32).

C’è poi una necessaria fedeltà che lega i genitori ai figli. Anche se il concreto cammino dell’esistenza può apparire (e sotto un certo profilo realmente è) un graduale e implacabile distacco dal padre e dalla madre, i figli nella verità profonda delle cose non si estraniano mai da chi li ha generati e non possono mai strappare da sé la condizione filiale.

Infine questa fedeltà sponsale e familiare si allarga sino a farsi ecclesiale, toccando e coinvolgendo la comunità dei fratelli. Nessuna coppia, nessun nucleo familiare, può isolarsi e chiudersi in sé: deve mantenersi e crescere nella sintonia con la grande famiglia della Chiesa.

Agli sposi cristiani non posso promettere da parte di Dio un’esistenza senza problemi e senza le insidie del Tentatore. Ma posso promettere che essi non verranno mai abbandonati alle loro debolezze da colui che è fedele: “Il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno” (2 Ts 3,3).

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