Messa nella Cena del Signore 2020

Bologna, cattedrale
09-04-2020

E’ una quaresima che ha cambiato molte abitudini. Quanto è difficile cambiare! Approfittiamone e cambiamo sul serio! Proviamo a rendere migliore il nostro cuore. Se io cambio il mondo inizia a cambiare, non dimentichiamolo! Infatti abbiamo scoperto tutti la concretezza del male, provato la paura, quella vera, non una minaccia lontana, un’ipotesi. Abbiamo capito che siamo uguali agli altri e che gli altri sono come me.

Non facciamone motivo di rinnovato individualismo ma al contrario di scelta di amore per il prossimo perché sono io e lui è come me! Davanti a tanta morte, ingiusta e impietosa, capiamo perché Dio si è fatto uomo e ha preso lui tutte le malattie, le sofferenze e combatte il nemico vero, il male, che vuole svuotare di vita la vita.

Tutto è diverso quando dobbiamo fare i conti con la realtà. Capiamo di più quando dobbiamo fare i conti con essa. Sì, stiamo passando dall’esistenza, di una vita tutta virtuale e piena di noi stessi, alla storia, dura, complicata, minacciosa, imprevedibile ma anche quella in cui possiamo incontrare un Dio vero.

Lì capiamo quanto ci ama. Non vuole vederci soffrire e morire, per questo muore lui. Siamo più soli e ci sentiamo vulnerabili, esposti, ma capiamo anche di più la sua presenza e che non possiamo e non potremo vivere da soli. Se è vero “che niente sarà come prima”, è una grande opportunità, direi una responsabilità.

Possiamo accettare che gli uomini sciupino la vita dal suo concepimento fino alla sua fine? (Penso anche a tanti anziani e alla domanda su quanto abbiamo fatto per difendere la loro vita). Sappiamo così poco scegliere il bene comune, amiamo più le cose delle persone? “Il dramma che stiamo attraversando in questo tempo ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto. La vita si misura sull’amore”. Iniziamo a cambiare perché l’isolamento non ci renda chiusi, aggressivi, ma ci faccia scoprire quanto siamo fatti per gli altri e scegliere di volerci bene. 

Cambiamo il cuore, perché possiamo e dobbiamo combattere il male. Sì, con Dio viene in noi la voglia di essere uomini migliori, amati come siamo. Un uomo di fede è un uomo che inizia ad amare perché sente il suo amore. E’ davvero uomo, perché Dio ci ha fatti simili a Lui e non siamo uomini veri senza capire che siamo a sua immagine. Vivere questa immagine, trovarla in noi e nel prossimo, ci rende umani, più uomini e meno lupi.

Questa immagine di Dio ha un nome, un corpo: Gesù. Non è un Dio indistinto, un ente anonimo, tutto e niente per cui alla fine il vero ente che adoro è il mio io. No, è un Tu, un uomo, una presenza, un corpo nel pane, nella parola e nel povero, un amico, l’amico: Gesù. 

Oggi è il giorno della comunione piena intorno a Gesù, la sua presenza nella storia e nella nostra storia. E‘ comunione con Lui e tra di noi. “Questo è il mio corpo”, l’eucarestia; “Io sono in mezzo a voi”, l’amore tra i fratelli e le sorelle; “qualunque cosa avete fatto a loro la avete fatta a me”, la comunione con il prossimo. E’ come la nostra Trinità, i nostri tre amori che Dio unisce: Dio, il prossimo, per il nostro io. Siamo purtroppo lontani e privati del nutrimento dell’eucarestia.

E’ una scelta dolorosa, che speriamo possa terminare presto, certamente solo dopo che la vita di nessuno sia in pericolo. Ma questa distanza subita ci fa capire come ogni distanza deve essere superata. E questo non dipende dai decreti! Dipende da noi. Le peggiori sono le distanze del cuore, per cui possiamo essere vicini fisicamente ma molto distanti nell’umanità, non amarci anche se fisicamente a contatto.

Il suo comandamento è chiaro: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Non rispettatevi o abbiate qualche attenzione finché vi va o vi conviene: amatevi! E come io vi ho amato, cioè come l‘amore, fino alla fine perché ogni amore vero non vuole finire. Questa sera capiamo che dona tutto se stesso perché lui diventi noi e viceversa.

Ogni divisione e ogni non amore è sempre tradire il testamento di Gesù e, oggi lo capiamo nella storia, un peccato, un vero peccato cioè un successo del male, uno spazio regalato al male e quindi qualcosa che offende il dono della vita. 

Siamo nelle nostre case, alcuni soli. Ebbene anche lì è la sala dove il Signore apparecchia la sua presenza. E ricordiamoci che la Chiesa è la nostra casa dove si riunisce intorno a Lui la famiglia che Gesù convoca intorno a sé. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap. 3,20). Sperimentiamo questo. Nessuno è solo e questa Coena Domini apparecchiata qui ci raccoglie tutti, sempre, anche quando non ci siamo o per malattia o perché ci allontaniamo.

Sappiate che qui c’è sempre il vostro posto, quello che Dio prepara per ognuno di noi nella casa del cielo e che è sempre pronto per voi. Nella casa del Padre c’era sempre il posto per il figlio giovane, perché la Chiesa non è il fratello maggiore che lo ha tolto! Quanta sofferenza del Padre vedere quel posto vuoto!

Ma oggi capiamo che il Signore ci chiede di apparecchiare la sua mensa di amore nelle nostre case e con il prossimo. E siede lì, con voi. Qui il Signore continua a prendere il pane e spezzarlo per noi, tutti, versa il vino in quella presenza di solo amore gratuito che è l’eucarestia, nutrimento che unisce il cielo e la terra, pane degli angeli, vero pane dei figli e quindi dei fratelli. Questo pane che riunisce la comunità degli amati dal Signore diventa amore spezzato nelle nostre case e possiamo portarlo noi nelle case degli uomini. La comunione spirituale ci aiuta a nutrirci di questa presenza che tante volte ci ha visti con il cuore distratto. 

Infine oggi celebriamo l’altra eucarestia che completa la mensa, indispensabile per capirla! In quell’ultima cena Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli, tutti, compreso Giuda: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Lavare i piedi è la scelta di vedere la vita da un’altra prospettiva, iniziando a fare agli altri quello che vogliamo sia fatto a noi: vedere il sano come chi è orizzontale nel suo letto di malato, come l’autosufficiente dalla carrozzella o come uno straniero vede un italiano. Lavare i piedi è mettersi nella condizione dell’altro.

E’ un gesto semplice, difficile per uomini orgogliosi che si pensano grandi perché umiliano i deboli, che si debbono imporre per affermarsi. No. Grande è chi serve, l’umile. “Gli uni gli altri”. Tutti lavano i piedi a tutti: nessuno è esente e nessuno ne è escluso! Il servizio è chiesto a tutti ed è la forma del nostro amore vicendevole. Lavare i piedi significa aiutare nel cammino faticoso della vita, cammino per qualcuno pesantissimo.

Manifesta interesse e comprensione senza giudicare l’altro. Gesù istituisce la carità come sacramento del servizio e presenza di Dio. «Fatelo come l’ho fatto io». «Fatelo in memoria mia». Non scegli tu a chi lavarli: basta che ha camminato e ha bisogno. Non aspettiamo che ce lo chieda: anticipiamolo liberandolo dalla vergogna del suo sporco. E sappiamo come restare a distanza, la freddezza, la supponenza umiliano l’altro nella propria debolezza. Lavare i piedi dona valore all’altro, ne esprime l’importanza e aiuta il fratello a ritrovarsi perché curato dall’amore. Così diventano importanti i fratelli, gli anziani, che senza si sentono e sono considerati uno scarto.

Così i bambini sono protetti dalla speranza perché l’amore è la vera educazione, plasma i cuori, rende intelligenti, difende e protegge nella fragilità. Così chi è straniero, o per condizione o perché senza casa, trova sicurezza e fiducia. Lavare i piedi vuol dire i gesti piccoli dell’amore, del servizio, come portare qualcosa da mangiare per loro.

Ci inginocchiamo davanti al Corpo di Cristo e ci inginocchiamo davanti al povero. “Siete beati se lo mettete in pratica”. Sì, siamo beati quando ci nutriamo della tua Parola, pane che sazia tutto noi stessi. Siamo beati quando riceviamo il tuo Corpo, dono gratuito di amore pieno, cibo di vita eterna. Iamo bati quando laviamo i piedi al prossimo, scoprendo che è sempre un fratello, servizio che ci fa scoprire il senso della nostra vita è servire, non vivere per se stessi. E’ l’inizio della felicità che non finisce. E tu per primo ci ami. 

Grazie perché non siamo mai soli, ospite dolce dell’anima che ci dai anima e ci rendi uomini veri. 

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