Omelia al funerale di Dora Cevenini

Cattedrale di Bologna
27-03-2021

“Verrà alla festa?” si interrogano i giudei. Sì, il Signore verrà alla Pasqua perché la nostra vita trovi il passaggio che superi il suo limite, quello che la schiaccia sulla terra, perché Dio vuole che passiamo al cielo e alla festa che non finisce. Siamo alla soglia della settimana di passione, dei giorni santi del mistero della salvezza, quando la luce combatte con le tenebre e assistiamo al duello mirabile tra la vita e la morte. La Pasqua permette di alzare lo sguardo, di non scappare dal limite della vita ricacciandoci stolidamente in questa senza affrontare il nostro personale duello che siamo chiamati a combattere. Oggi, anche oggi, ci aiuta Dora, donna della Pasqua, che ha indicato la presenza di Dio a tante generazioni e che ci aiuta a comprendere come la Pasqua è la fine della croce. Lei si è preparata al passaggio più doloroso, senza reti, di sola fiducia, vivendo con intensità tutta la sua vita ed è morta come è vissuta, affidandosi a Dio.

Don Pietro, e lo ringrazio di cuore, le ha portato all’Hospice dove era accolta, la Santa Comunione, anche se poi, per le sue condizioni, le dava solo un frammento. “Che Bello!”, diceva sempre, quando era nutrita del Corpo di Cristo e quando riceveva i vari messaggi, prova di relazioni che le facevano compagnia. Per ogni persona ricordata Dora narrava un’avventura o un fatto che avevano vissuto insieme. La sera prima della sua morte, dopo aver fatto la Comunione, ha detto: «La mia Pasqua è vicina!» e sempre con il sorriso. È proprio vero. Dora si è sentita amata ed ha amato il Signore. Si è sentita chiamata. Perché ci sentiamo sempre incerti, come se nessuno ci chiedesse nulla, come se dovessimo capire qualcosa che non è mai chiaro? Ma dobbiamo capire o ascoltare, prendere sul serio, fidarci, smettendo di pensare che ci manchi sempre qualcosa per farlo o alla ricerca di sicurezze che non servono e non avremo mai? Dora colpiva perché in lei la vocazione era chiara, senza incertezze, vissuta con rigore e allo stesso tempo con tanta profonda umanità – un filo di acciaio direbbe qualcuno – convinta e sempre in inquieta ricerca, perché «si sarebbe potuto fare di più, raggiungere altri ragazzi, fornire un supporto migliore». Del resto, non è vero? Era sempre disponibile e preparata perché per lei ogni momento andava pensato e organizzato in modo da farlo fruttare al meglio. Lo faceva non per efficientismo, ma per passione per Dio e per il prossimo, perché pensava che all’altro è doveroso dare il meglio, non quello che viene.

Viveva senza dissipazione eppure aveva sempre tanto tempo da donare; era senza smancerie eppure delicatissima; senza cedevolezze eppure sensibile; vitale e ostinata perché docile al disegno di Dio. Piccola di statura – sufficientemente per essere presa in giro, soprattutto dai suoi “giovanissimi” di AC – ma capace di volare alto come ogni cristiano è in realtà chiamato a fare. La Chiesa la sentiva come casa sua ed estensione di quella naturale che tanto amava, e riportava in questa i tanti legami che stringeva, sentendosi a casa nella Chiesa e sentendo la Chiesa in casa. Non dovrebbe essere così per tutti? Marta, Maria e Lazzaro ci ricordano come Gesù visita i nostri legami e li rende aperti a tutti i suoi compagni di strada e rende questi familiari a noi.

Dora ha seminato tanto Vangelo. Mi e ci aiuta a capire questo anno del seminatore, noi che qualche volta rischiamo di essere più innamorati delle nostre idee che sereni operai di abbandonatissimi campi dove le messi già biondeggiano se li vediamo con gli occhi del Vangelo, quelli per cui l’oggi anticipa il futuro. Dora, instancabile, non esitava certo a lavorare nella messe del mondo, portando ovunque il suo carisma femminile, umiliandosi con tanto servizio ma senza fare mai pesare il suo lavoro. Affrontava la vita concreta, le contraddizioni della realtà così com’è, da amare per quello che è, non per quello che pensiamo noi. Ecco così sperimentiamo e aiutiamo l’alleanza di pace di cui ci ha parlato il profeta. Alleanza con tutti, fino alla fine, compresi gli anziani della casa delle Piccole Sorelle dei poveri, dove animava come fosse un campo estivo! Era forte perché debole, amica perché di Dio e madre perché piena del suo amore per quelli che erano figli. «Mi sono sempre occupata di annuncio ed evangelizzazione e negli ultimi anni sono stata catechista dei bambini e ragazzi. Ora con me vi sono molti anziani (più in difficoltà di me) ai quali potrò donare aiuto concreto ed affetto. L’importante è che io faccia bene e con amore quello che giorno per giorno mi viene chiesto». Lo ha fatto. Il profeta ci ha detto “In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. Vedeva la dimora di Dio nella vita degli uomini e nei cuori di tutti, figlia di questa Chiesa che ha amato con fierezza, aiutando tanto un senso diocesano.

L’Azione Cattolica, i gruppi giovanili, le famiglie: non perdeva occasione di seminare il Vangelo. Ad esempio dei bambini scriveva così: «Molto spesso si pensa che i bambini non siano in grado di capire il mistero profondo di Dio e, quindi, che non sia opportuno proporre loro un’amicizia piena con Gesù che arrivi fino ad annunzio vocazionale. Si dice: “faranno le loro scelte quando saranno grandi”. Credo invece che i bambini siano nella situazione più favorevole per capire, accogliere e dare risposta alla pienezza dell’amore di Dio. L’esperienza m’insegna che un autentico cammino di comunione con Dio compiuto nell’età dell’infanzia, fatto di dialogo e di confidenza, di preghiere spontanee, di ricerca per una conoscenza sempre più personale di Gesù, non si dimentica. Le strade della vita possono allontanare dalla vera Via, ma il ricordo dell’infanzia prima o poi riaffiorerà e potrà essere occasione per un ripensamento e una conversione». Faceva della propria esperienza personale il metodo. Qualche volta ci ostiniamo a fare il contrario e il metodo così difficilmente diventa esperienza e siamo più attenti a osservare questo che a vivere il Vangelo. Dora, peraltro, a partire dall’esperienza ha scritto un numero infinito di sussidi, che ha impostato, steso, con disciplina e tanta gioia. Tanti incontri, compresa l’ora delle stelle dei dopo cena, anche questa mai improvvisata ma mai noioso copione, in cui Dora riusciva a tirarsi dietro in un’allegria contagiosa giovani, adulti, anziani e pure vescovi emeriti. Chiedo a lei di donare a tutti noi questa passione e questa intelligenza di seminare il Vangelo.

Il segreto era nell’entusiasmo con il quale parlava di Gesù e nella consapevolezza di volere fare fruttare i talenti che il Signore aveva dato. Era innamorata di Gesù. «Io stessa da bambina (6 o 7 anni) ho avuto una esperienza straordinaria della paternità di Dio. All’improvviso però (proprio per l’amore preveniente di Dio), pensai: “Qui con me ora c’è qualcuno che mi era accanto anche a casa: Dio”. Provai una gioia immensa, smisi di piangere e comunicai la “lieta notizia” alle mie compagne. Poco per volta ci calmammo tutte e ci addormentammo sicure di avere un Papà vicino». È rimasta sempre innamorata di Dio e così ha parlato a tanti di Dio. «Se invece Dio appare come un “dovere” da assolvere (bisogna pregare, bisogna andare a Messa), e lo si presenta come una realtà per bambini o per anziani, anche i fanciulli cresceranno con l’idea di un Dio superfluo, “pesante” o da “accontentare” con dei riti esteriori da compiere. L’amore poi dovrà estendersi ad un’accoglienza e ad una ospitalità verso tutti, in modo particolare verso gli ultimi, verso i più deboli sia bambini che adulti. La prima cosa che il bambino avverte in un catechista è se questi gli vuole bene, poi se crede a quello che dice, se ama Gesù e infine se sa parlare di Lui con entusiasmo e con metodi aggiornati. Il catechista non deve proporre delle idee, perché anche se queste fossero ravvivate con mezzi di comunicazione efficaci non avrebbero significato per una educazione alla fede, ma deve presentare la Persona di Gesù. Deve parlare di quel Gesù che ama, raccontare quello che ha detto e quello che ha fatto, ma soprattutto deve annunciare Gesù presente oggi nell’Eucaristia e nella realtà dell’unico Corpo del quale tutti facciamo parte. Il bambino deve arrivare a considerare Gesù il suo migliore amico».

Le missioni al popolo e la conseguente formazione di laici per i gruppi di Vangelo, vissute con la profonda semplicità del Vangelo, erano il suo Evangelii Gaudium che ha vissuto e donato fino alla fine. Tutto partiva dalla Parola, che leggeva e spezzava, Verbum Domini che si faceva nutrimento di vita. Non usava la Parola per spiegare le sue idee, ma traeva le sue idee e scelte dalla Parola.

Mandò questi auguri di Pasqua che oggi sentiamo veri per lei che vede questa luce e che continua ad aiutarci ad esserne convinti testimoni.

«Ecco brillare già i sacri raggi della luce di Cristo, albeggiano i puri lumi dello Spirito puro e si spalancano i tesori celesti della gloria e della divinità. La notte immensa e nera è inghiottita; la densa tenebra in lui è stata dissipata e la triste ombra di morte è stata ricoperta di tenebre. La vita si è diffusa su tutte le cose; tutto è ripieno di luce indefettibile e un’aurora perenne occupa l’universo. Colui che è prima della stella mattutina e degli astri, Cristo, l’immortale, il grande, l’immenso, brilla su tutte le cose più del sole. Per questo un grande, eterno, luminoso giorno senza tramonto, si instaura tra noi tutti che crediamo in lui. Dalla sua passione la nostra impassibilità, dalla sua morte la nostra immortalità, dalla sua morte la nostra vita, dalla sua piaga la nostra guarigione, dalla sua caduta la nostra risurrezione, dalla sua discesa la nostra risalita» (Da un’omelia del II secolo).

Grazie Dora. Lode al Signore. Continua a tenerci d’occhio, rinvigorisci la nostra speranza con tanta gioia e sapiente generosità.

+ Matteo Zuppi

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