Omelia della sera di Pasqua

Bologna, Cattedrale
04-04-2021

La nostra condizione è proprio quella dei due discepoli di Emmaus. La speranza lascia spazio alla disillusione, al tirare a campare, a sopravvivere. Camminano, ma verso il passato perché il futuro è stato inghiottito da “quello che è successo”.

Noi portiamo nel cuore la pandemia. Anche i più resistenti tra noi ne sentono la cupezza e questa impedisce di riconoscere il Signore, di vedere la presenza, la bellezza. Tutto è spento per chi ha perduto una persona cara e senza poterla salutare, della quale conserva solo qualche immagine di una videochiamata che la gentilezza e l’umanità del personale e delle strutture ha permesso. Resta un discorso interrotto dalla violenza infida del virus che improvviso si è presentato, conosciuto eppure sempre impensabile.

La pandemia, poi, produce tante pandemie. È sempre così. Per questo non dobbiamo mai abituarci a nessuna di esse! E sono tutte pandemie, cioè ci riguardano tutte e sono tutte “mondiali”, coinvolgono tutti, come la guerra mondiale a pezzi. Come pensare di ignorarle? Il male produce sempre altro male, produce ad esempio tanta povertà, che colpisce per primi quelli che erano già poveri e altri lo diventano, tutti con meno possibilità di trovare risposte.

Molti che ce la facevano, adesso non ce la fanno più e sperimentano l’amarezza di chiedere, la vergogna di avere bisogno, di non sapere dove sbattere la testa. Raddoppia l’isolamento degli anziani e con la solitudine tutte le patologie che ne derivano. Hanno bisogno di attenzione, di gratuità, di qualcuno che protegga, che faccia sentire capiti senza umiliazione, insomma di un porto dove trovare fiducia e da dove ricominciare.

Ma sulla barca nella tempesta ci siamo tutti! Come possiamo, allora, guardare con indifferenza o addirittura fastidio quelli che stanno in mezzo al mare, che restano indietro, quando lo siamo anche noi? Nelle difficoltà si può diventare facilmente più disumani, disposti a tutto, impietosi, convinti a sfruttare il momento ma per fare soldi, pensando “mors tua vita mea”.

Nel “si salvi chi può” il primo sono sempre io! Ma la sofferenza può renderci finalmente attenti agli altri, sensibili, disponibili, premurosi per aiutarci, consapevoli, responsabili gli uni degli altri. Insomma, fratelli tutti. Dobbiamo smettere di dirlo e iniziare a farlo! E dobbiamo anche aiutare a farlo, invitando, organizzandoci, iniziando esperienze di solidarietà.

Pure noi come i due discepoli speravamo. Appunto: speravamo. Non troviamo più la speranza. Possiamo parlarne, discuterne, ma avere la speranza nel cuore è un’altra cosa! I due sono informati di un’ipotesi che però appare loro un vaneggiamento, un’utopia nascosta in qualche isola che non c’è.

“Alcune donne delle nostre sono venute a dirci di aver avuto una visione di angeli i quali affermano che egli è vivo”. “Non l’hanno visto”, aggiungono sconsolati, ma forse anche quasi a cercare subito la conferma che non c’è niente da fare. È faticoso uscire dalla disillusione! Stanno proprio parlando con Gesù e gli dicono “Non l’hanno visto”!

La disillusione rende tutto uguale, non fa vedere niente di bello, impedisce di accorgersi dei doni che pure abbiamo. Li abbiamo ma non li capiamo. E poi sappiamo parlare di Gesù ma in fondo non lo conosciamo. È proprio la nostra condizione. Siamo suoi ma Lui non è vivo e così crediamo che possiamo contare solo su di noi e dobbiamo cercare la nostra felicità individuale perché altro non c’è. Gesù doveva liberare Israele.

Quasi la nostalgia ci commuove ripensando a quel sogno! Poi, però, è morto, sconfitto, irriso da tutti, re ma al contrario tanto che chiunque poteva insultarlo, un servo di tutti, tanto che chiunque poteva comandare su di lui. Non aveva voluto o potuto far vedere chi era, e non era sceso dalla croce. Doveva liberare ed è finito prigioniero e chiuso per sempre nel sepolcro. Così il cuore diventa duro, ferito cerca protezione, a volte rancoroso verso chi sta bene o non si rende conto! Quando non si ha il gusto di fare qualcosa, di costruire, di essere migliori, di cambiare il mondo si finisce per prendere quello che viene, che si può e più che si può. 

“Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!” dice quel pellegrino. Gesù non è affatto compiacente verso di loro, non li lascia soli, con il falso rispetto per cui ognuno resta con il proprio limite perché nessuno è veramente amico da aiutare a capirlo. Pensavano che il problema fosse di altri, se la prendevano con qualcuno, con il fato.

Cercano il colpevole, ma in realtà il problema è dentro di loro: non hanno ascoltato!  Cercavano la risposta lontano e invece l’avevano già, come avviene spesso perché non ascoltiamo la parola, non sappiamo leggere i segni dei tempi, non la facciamo scendere nel cuore e diventiamo profeti di sventura che sanno solo vedere i problemi e non le opportunità. Ricordavano quello che Gesù aveva detto loro, ma non lo avevano ascoltato, pensavano fosse lontano dalla vita, conoscono la lettera ma non lo spirito. Gesù doveva liberare Israele dai problemi, ma come pensavano loro, risolvendo tutto, non perdendo! 

Cosa fa quel pellegrino? Li boccia? Li condanna? Li asseconda, perché ciascuno deve pensare e fare quello che vuole? Gesù spiega di nuovo e non si stancherà mai di farlo e cammina con loro. Le due cose vanno fatte assieme: non impartisce una lezione, parla e cammina assieme a loro, da compagno di strada, da viandante dello stesso cammino. Cosa dobbiamo fare noi? Metterci in viaggio, affiancarci ai tanti pellegrini di Emmaus travolti da questa pandemia, ma non per giudicare, per piangerci addosso o per ripetere parole vere ma senza vita, analisi raffinate, interpretazioni che alla fine nutrono il narcisismo o il vittimismo.

La forza dei due è essere pieni di Gesù. La Pasqua, questa Pasqua, è amore che scalda il cuore, lo libera dalle recriminazioni e dal senso di sconfitta e indica che la vittoria è nell’amore, che la vera liberazione di Israele è nel seme che cade a terra e dà frutto. L’amore ci rende da osservanti credenti, da mediocri grandi, da rassegnati appassionati.

Gli occhi dei discepoli però non si aprono perché hanno capito tutto, come pensiamo che dobbiamo essere convinti e quindi cerchiamo di convincere, perché dobbiamo fare tutto noi. Gli occhi si aprono quando il pane viene spezzato, nell’amicizia, nel capire che si è cum panis di strada, cioè che il pane è lo stesso per tutti noi e che siamo insieme e siamo sempre solo dei viandanti.

Gesù si ferma con loro, alla loro richiesta. Si fermerà sempre con noi! I due capiscono che non parlano di qualcosa lontano, ma lo hanno capito nel loro cuore, nella loro vita. Devono capirlo con il cuore e la mente. I due iniziano a preoccuparsi del cammino di quell’estraneo che avevano scoperto prossimo. E anche chiedono che resti con loro, perché ne hanno bisogno. Non è un riferimento lontano avvolto dalla disillusione, oppure un’idea, è quella persona che desiderano resti con loro. Sono iniziati a diventare personali, interiori!  

Gesù si mette a tavola. Non dice che ha da fare, che ha fretta, che non ha tempo da perdere, che ne ha già speso troppo e che se non avevano capito il problema è loro. Non gli fa nemmeno un esame, per essere sicuro del tempo investito camminando con i due! Gesù ama ed è amabile. È padre, non paternalista. È amico. Spezza il pane e gli occhi si aprono. Non hanno trovato tutte le risposte o conosciuto il programma del loro cammino futuro: hanno trovato Gesù e hanno capito il Vangelo aprendo il cuore e la mente. E questo rimette in moto tutto. Il pane del Vangelo va sempre condiviso e questo porta a condividere il pane dell’eucarestia e della solidarietà. Il cuore batte, arde quando ascoltando la parola in modo personale l’amore diventa entusiasmo. Possibile con tutti questi problemi? Sì, perché l’amore non c’è quando le cose vanno bene, ma proprio nella prova. 

Tornano indietro perché hanno capito che c’è Gesù e che è in mezzo a loro. Non lo vedono più ma lo portano nel cuore, lo vedono con gli occhi della fede, quelli che sanno riconoscere che le cose invisibili sono le più profonde e importanti. Sono pieni di Dio, cioè di Gesù.

Questo significa, anche letteralmente, entusiasmo interiore, quello che ci libera dalla fragilità della tristezza e dalla tentazione di volere capire tutte le risposte prima di fare qualcosa. Entusiasmo non è incoscienza, vuoto ottimismo, ma la forza dell’amore che cambia il mondo, che vince il male e per il quale non mi arrendo più alle difficoltà. I due avranno ancora dei problemi, ma questi non diventano una condanna ma occasione per cambiare, per essere migliori, per scegliere di amare come il maestro insegnava, mettendosi in gioco e gettando il seme che è la nostra vita. Che ci facciamo se non cade in terra? 

Gesù ai due non dice cosa fare. Sono loro stessi che trovano il cammino, che lo decidono, diventano responsabili perché hanno conosciuto e vanno dove c’è la comunità. Diventano finalmente dei fratelli, perché il cristiano è un viandante, che parla con tutti ma ha una famiglia. Adesso saranno loro ad affiancarsi a chi è triste, a chi ha il cuore ferito, a chi non ce la fa più a camminare e a tutti parleranno e spezzeranno il pane della parola e dell’amicizia. Si apriranno tanti occhi in tanti modi. Ecco, così si vince il male grande della pandemia: due pellegrini e Gesù, viandante, insieme. Inizia tutto così. Non ci arderà il cuore nel petto? 

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