Omelia per il funerale di Padre Gabriele Degani OFM

Cattedrale di Bologna
29-03-2021

Sentiamo ancora una volta l’ingiustizia di questo virus, pungiglione del virus della morte che tanta sofferenza inietta nella fragile vita degli uomini, perché ha spento, come sempre in maniera subdola e improvvisa, anche il nostro infaticabile Padre Gabriele. Sembra impossibile! Padre Gabriele è veramente “nostro” perché come Padre Marella si offriva a tutti, presenza regalata all’intera città, punto di incontro familiare per tutti, anima di tanta solidarietà e collegamento tra mondi altrimenti distanti tra loro. Lui stendeva le mani perché i suoi piccoli potessero usarle per imparare a scrivere o per lavorare. Padre Gabriele ci ricordava che i poveri sono nostri. Lui era amico di tutti perché amico dei poveri: suoi erano quelli che non erano di nessuno, quelli che bussavano alle ore impossibili, le storie improbabili che, con accoglienza gratuita che significa anche senza alcun calcolo, faceva sentire a casa. Le porte erano sempre aperte e nessuno era respinto. Tutti erano riconosciuti perché avevano il volto del fratello più piccolo di Gesù, il corpo di Gesù stesso. Nessuno doveva essere lasciato solo. Nel suo personale “fratelli tutti” ci ha reso vicini tanti che sono diventati prossimo per noi e tutti noi sentiamo lui fratello nostro con la stessa semplicità francescana di Padre Marella.

Oggi è Pasqua per Padre Gabriele. Percorre, probabilmente stupito anche lui come noi, il passaggio che conduce oltre il limite della vita. Attraversa la porta del cielo aperta da Gesù con la prima Pasqua, con quel primo giorno dopo il sabato quando la pietra del sepolcro venne ribaltata. Padre Gabriele ci ha lasciato il giorno della festa dell’Annunciazione, sotto la cui immagine per anni ha sostato in via degli Orefici, lui stesso lieto annuncio per tutti di amore donato, angelo di speranza e di tanta divina umanità per la nostra città. Padre Gabriele, come Maria e come coloro che ascoltano la parola e credono nel suo adempimento, si è fatto servo del Vangelo, vissuto con disarmante umanità, alla quale era difficile dire di no, determinata, ostinata, per la quale niente era impossibile perché tutto era possibile a Dio. Per amore giustificava e otteneva ogni cosa. Seguiva Gesù che, per primo, “solleva il povero dal basso, piuttosto che tirarlo su dall’alto”, proprio come visse San Francesco, sposato a sorella povertà e per questo ricco e capace di rendere ricco il prossimo.

Era nato a Boccassuolo, oggi frazione del Comune di Palagano, nell’appennino modenese. Si era descritto così, pochi giorni or sono, con quel gusto a volte paradossale, ironico, frutto di tanta libertà evangelica e permesso a chi ama con radicalità e con tutto sé stesso: «Sono arrivato il 19 settembre del 1956 all’Osservanza di Bologna presso i frati minori. Sono venuto a Bologna non per farmi frate, ma per farla ai frati: cioè studiare alle loro spalle, perché altre strade non ne avevo. Ma poi è andata a finire che… “chi la fa l’aspetti!”. Sono direttore spirituale dell’Opera di Padre Marella dal settembre del 1988. Adesso compio 80 anni e la mia vita continua tra la celebrazione quotidiana delle Sante Messe, la questua in centro a Bologna e la mia vicinanza ai poveri che accudiamo. Una vita rocambolesca, piena, emozionante, dedicata al Signore e agli ultimi, una vita in strada e tra gli ultimi. Con tutte le gravi malattie e gli acciacchi che ho avuto e ho ancora mi sembra un traguardo insperato. Tanti anni fa, quando ero più giovane e lucido, mi ricordo che avevo fatto un elenco di ben quindici difetti, ma non altrettante virtù. Ora sono vecchio, e ho perso la memoria per cui i difetti sono aumentati ma non me li ricordo e le virtù sono rimaste poche. Difetti: sono impulsivo, nervoso, impaziente, un po’ stressato, pigro per alcune cose, vista debole per cataratta e miopia, sordo per conseguenza della chemio, claudicante per artrosi alle gambe, stitico per l’intervento al colon, sdentato in buona parte, calvo a metà, mani rachitiche, smemorato e soffro anche di enfisema. Quanto ai pregi: ho fede, speranza e una discreta carità, so perdonare, non sono geloso né invidioso, sono un buon incassatore, non mi demoralizzo, so aspettare anche se a fatica, non sono attaccato ai soldi, anche se ne maneggio abbastanza, mi dispiace perdere tempo prezioso che non si recupera più».

Quanto ha ragione sul tempo perduto! Perduto perché non scegliamo, ci facciamo vivere, rimandiamo, perché pensiamo di averne tanto da permetterci il “lusso di sprecarne”, pagando un prezzo alto noi e quelli a cui, facendo così, togliamo qualcosa.

Aggiungo una nota recente, che descrive la sua umanità: da qualche tempo al suo cordone francescano, tipicamente a tre nodi (povertà, castità e obbedienza), aveva aggiunto un quarto nodo: la pazienza, di cui a suo dire (e non solo al suo!) “Non era un grande campione”.

La sua vita cambia con l’incontro con Padre Marella quando, potremmo dire, ruppe il suo personale vasetto di alabastro che conteneva tutto il nardo puro della sua anima. Se non lo rompiamo per qualcuno cosa ci facciamo del dono che abbiamo con noi? È sempre Padre Gabriele che si racconta. Lo riporto tutto, perché è la svolta della sua vita.

«L’incontro con Padre Marella è avvenuto nell’autunno del 1968 quando io ero diacono e il Padre vecchio e ammalato. Mi presentai e gli dissi: “Sono uno studente dell’Antoniano, posso venire a fare un po’ di catechismo ai suoi ragazzi?”. Lui mi guardò negli occhi con quello sguardo penetrante che aveva e mi disse: “Sii il benvenuto, però a una condizione: che tu sia perseverante, perché i miei ragazzi si affezionano e nella vita hanno già avuto abbastanza delusioni”. Io risposi un bel sì e quel sì mi ha inchiodato. E per osservare una frase che ripeteva il Padre: “Gli asini si legano con la corda, gli uomini con la parola” e per non passare da asino sono ancora qui a tirare la carretta. Da Padre Marella ho imparato soprattutto la perseveranza. Cominciare è facile, continuare è difficile e occorre tanta buona volontà e spirito di sacrificio. Se uno riflette e si accorge che sta spendendo la propria vita per una causa santa, allora trova forza e coraggio per andare avanti anche in mezzo a tante traversie».

Quanto è vero che dobbiamo esercitarci nell’umile virtù della perseveranza, che in fondo riassume le quattro così dette cardinali, laiche e di tutti (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), ancor più in questo momento di tanta sofferenza per Bologna e per tutto il nostro Paese. Ne abbiamo bisogno perché dobbiamo costruire e non deludere i piccoli che si affezionano e poi si induriscono se delusi. Occorre evitare risposte falsamente efficaci, in realtà superficiali e di rapido consumo perché corrispondono a compulsiva convenienza. Senza perseveranza finiamo per lasciare tante cose a metà, evitando il sacrificio, la serietà, illusi di avere sempre un’altra possibilità. Senza perseveranza non si trovano risposte affidabili e si lasciano gli altri in una condizione sempre precaria, ancora più dura in questo nostro presente così faticoso per tutti, specialmente per i più fragili. I poveri li abbiamo sempre con noi: cambiano, non sono sempre gli stessi bambini raffigurati attorno al volto di padre Marella, ma sono sempre dei piccoli che hanno bisogno di protezione e cercano qualcuno che li custodisce e li adotta.

La vita di Padre Gabriele era tutta preghiera e accoglienza, eucarestia e condivisione, pane celeste e quello della terra. Finché poté celebrò la S. Messa all’Oratorio San Donato dove i poveri restavano a colazione ed alle ore 12 veniva distribuito il pranzo in chiesa, e poi andava a Brento. Il suo amore ostinato dava fiducia e si faceva carico di tanta umanità bisognosa di essere difesa, andando a recuperare qualche alcolista in un bar dove si perdeva o dando fiducia per essere sé stessi e gli strumenti per prepararsi al futuro. Lo faceva con il suo sorriso contagioso, un po’ sornione, con il quale salutava e accoglieva tutti sotto il portico della “sua” città dei ragazzi. Padre Marella lo aveva incastrato e lui incastrava tanti, coinvolgendo nel dedicarsi agli ultimi. Viveva tutto come un inizio, un’avventura, una passione. La carità, che deve sempre urgere a noi, è l’unguento assai prezioso che venera il Corpo di Cristo con amore pieno, senza calcolo, senza prezzo, esagerato come l’amore, amore per l’amore e che permette di amare i poveri e non il denaro. Le cose importanti della vita non hanno prezzo! Triste la persona che cerca il prezzo all’amore, pensa di comprarlo e venderlo! È il piccolo Giuda che abbiamo dentro ognuno di noi che può farci giudicare eccessivo l’amore, giudicarlo inutile, irretirci nel calcolo, legarci all’amore dei soldi o dei beni. Maria ama e per questo dona tutto quello che ha. La capisce chi è pieno di amore. La giudica chi calcola e cerca la sua convenienza. Sceglie l’essere e non l’avere e così anticipa la resurrezione e lenisce la sofferenza. La carità si spande per tutta la casa, la riempie, esprime la presenza di Cristo perché profumo di Dio che ispira la vita piena del cielo. Ed è profumo che rende forti nella vita e anticipa la resurrezione. È profumo di cielo, dove l’amore sarà pieno. Lo abbiamo sentito all’Opera, profumo che ha reso vivibile e amata la vita di tanti. Desideriamo per il futuro che continui affrontando la sfida delle necessarie trasformazioni, perché continui a diffondere ovunque il soave profumo della carità e dell’amore di Cristo. I poveri li abbiamo sempre con noi. Chi ama Cristo è in grado di amare i poveri che non saranno mai cose da fare, bocche da sfamare o casi da risolvere.

Gabriele aveva scritto una preghiera per Padre Marella in occasione della beatificazione. L’accompagna oggi che sale in cielo ed insieme cantano la lode al Dio della vita. “Ti ringraziamo, o Gesù, Via, Verità e Vita, per aver donato al Tuo Sacerdote don Olinto Marella un cuore tutto pieno d’amore verso Dio, la Chiesa, i fanciulli abbandonati, i bisognosi. Aiutaci ancora, o Signore, sotto la guida e l’esempio del Tuo Servo, a superare le tante nostre avversità e i pericoli che incombono sull’umanità. Ascolta il grido di aiuto dei deboli, degli affamati, di tutti coloro che sono delusi ed emarginati da questa nostra società malata. Ottienici un cuore docile alla grazia, uno spirito di vera carità, affinché possiamo raggiungerTi in cielo, dopo una virtuosa esistenza e una serena morte”.

Prega per noi, caro Padre Gabriele. Grazie del dono che sei, sorriso bellissimo di amore, e insegnaci la perseveranza e a non deludere mai i piccoli. Sempre con gioia. Pace e bene, qui e lassù.

+ Matteo Zuppi

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