Omelia per la IV domenica di Quaresima 2020

Bologna, Cattedrale
22-03-2020

Carissimi, non potendo consumare insieme il pane eucaristico e della fraternità, doni di Dio così intimamente collegati tra loro, sentiamo ancora più forte il legame di comunione che ci unisce e ci rende suoi familiari. Nutriamoci del suo Vangelo, Verbum Domini, parola di amore rivolta a ciascuno di noi, pane che sazia la nostra fame di futuro, speranza, sicurezza.

E se non possiamo, dolorosamente, ancora spezzare insieme il pane del cielo spezziamo quella della terra. Ci ritroviamo tutti come quell’uomo, ciechi di futuro, persi in questa valle oscura nel quale facciamo fatica a vedere la direzione e a riconoscere il prossimo. Tante luci che abbagliavano e ci allettavano con i loro consumi, che sembravano convincenti, si sono spente, perché interessate e senz’amore rubavano la nostra luce.

Non vediamo la luce, ma non per questo la luce non c’è! E l’uomo di fede non lo è quando le cose vanno bene e tutto è chiaro, ma è uno che crede alla luce anche quando intorno e dentro è buio. Gesù apre gli occhi e ci fa vedere il suo volto buono, da conoscere e riconoscere presente, amico, che cerca proprio ognuno di noi.

E ci apre gli occhi facendoci guardare con occhi nuovi il prossimo, che altrimenti nell’oscurità può diventare un nemico che mette paura, di cui fare a meno o da cui difendersi. Ci dona la luce dell’amore per vedere i nostri cari, amarli e comprenderne sempre il dono che essi sono. Ci apre gli occhi per vedere i più fragili, quanti sono doppiamente isolati: i malati, gli anziani soli, chi non è autosufficiente, chi non è padrone di sé, chi non ha casa dove potere stare, chi è profugo.

E poi ci fa vedere i tanti che soffrono lontano ma che l’amore rende vicini, li fa sentire nostri perché Gesù vede e ha compassione di chi soffre, sempre e di tutti. Noi non dobbiamo vincere la distanza che protegge dal virus, – anzi! – ma possiamo annullare quella della solitudine e dell’indifferenza! Non si è mai così poveri o piccoli da non potere aiutare qualcuno che è più povero di noi e renderlo grande perché gli vuoi bene!

Andare a fare la spesa a chi è impedito, ad esempio, significa anche regalare il nutrimento più buono e sempre necessario: fare sentire amato, protetto, importante. Quanto vorrei anche che tutti gli anziani o le persone isolate ricevano tanti segni di attenzione, gratuiti, per solo amore, fossero telefonate o altro che la comunicazione ci può permettere. Gesù apre gli occhi perché fa vedere il suo amore. Nessuno sia lasciato solo nella sua oscurità e ciascuno abbia la luce di una persona su cui potere contare, che gli vuole bene.

“Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”, domandano i discepoli a Gesù di un uomo cieco. Non chiedono: come si chiama o chi è: è un cieco e basta, una categoria, un problema, un utente. Per Gesù è un uomo, perché Dio non guarda l’apparenza, ma il cuore. I discepoli non chiedono cosa possiamo fare per lui, ma di chi è la colpa. Cercano la causa del male.

Oggi noi sappiamo offrire tante risposte tecniche, ma non la risposta al perché. Essi davano per scontato che fosse così per la colpa di qualcuno, sua o dei suoi. Sono anche le nostre domande, rese drammatiche quando capiamo che il buio è una cosa seria, vera, lotta per la vita perché le tenebre vogliono spegnere la luce. Se la colpa è sua o dei suoi il problema era loro e quindi i discepoli avrebbero continuato a pensare che il male colpisce altri, non li riguardava.

Scopriamo invece che siamo tutti potenzialmente vittime del contagio e possibili cause del contagio, che abbiamo bisogno di luce vera che dia senso e futuro alla vita. Gesù sa che la colpa è del male e dice che la sua condizione è occasione per manifestare le opere di Dio, che amare è l’unico modo per sconfiggerlo.

Dio è un Padre che vuole solo la felicità dei suoi figli. Qualcuno pensa che per amore Dio stesso manda il male, per castigare e farci rendere conto dei nostri peccati. Ma Dio fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, incontra i peccatori, li salva non li condanna, mentre condanna quelli che credono di vedere, guardano l’apparenza e non il cuore e in realtà non vedono altro che se stessi! Certo, la guerra contro il virus ci fa cambiare e mostra anche che si raccoglie quello che si semina.

Ma cambiare è gioia, è protezione nel pericolo, è salvezza nella disperazione, è grazia nella disgrazia, è un incontro che fa sentire amati. No, Dio non ha proprio l’aria del fratello maggiore, che dice all’uomo: “Te lo avevo detto”! Il Padre non rinfaccia, non umilia chi è già umiliato, ma rialza, apre gli occhi, dona luce, quella che il male vuole spegnere

. A noi chiede di realizzare le opere di Dio che sono quelle dell’amore, quelle che rendono bella la nostra casa comune e la rispettano, ma che fanno risplendere la nostra luce, che non dobbiamo compiere per essere ammirati dagli uomini e darci penosamente luce da soli, ma per solo amore.

Sono le opere grandi, possibili a chi crede. Sono quelle che compiono i piccoli, gli umili che servono e non si servono degli altri. E la prima opera è la preghiera, che tanta luce, forza, sicurezza dona al nostro cuore e a questo mondo. E poi opera di Dio sono i tanti piccoli, concreti possibili gesti di amore che illuminano il prossimo e ci rendono luminosi. Opera di Dio sono quelle opere così umane della misericordia, sia corporali che spirituali.

Comportiamoci come figli della luce. «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». Grazie Signore, luce, vita che ami la vita e la difendi donando la tua, aprendo i nostri occhi, accendendo di amore la nostra vita. Laetare. Rallegriamoci

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