Messa per gli ammalati davanti alla Madonna di San Luca

Maria genera il Verbo nel mondo e sempre continua a portarci a Gesù. Noi ci affidiamo a Lei ma Lei è affidata a noi. Questo avvenne proprio sotto la croce, nella sofferenza. È incredibile che sua Madre sia affidata a noi, considerando come siamo! Vuol dire che Lui ha tanta fiducia in noi nonostante la debolezza della nostra vita. Per prenderla nella casa del nostro cuore dobbiamo amarla. Proprio come Giovanni, il discepolo che sentiva più di tutti l’amore di Gesù e che vedeva l’invisibile dell’amore. Guai a trattare la Chiesa, nostra Madre, come fosse un’estranea, a usarla, a ridurla a consulente o a riferimento distante, lei che è Madre e nostra Madre. Lei ci ricorda sempre che siamo figli, che siamo unici ma non figli unici, e perciò ci fa scoprire e riscoprire i fratelli e le sorelle. Gesù è il primogenito di questa famiglia cui apparteniamo, generata non dal sangue né da volere di uomo, ma dall’amore di Dio.

Gesù ama e il suo amore fa scappare gli spiriti impuri, quelli che crescono con la tristezza, la rassegnazione, la paura. La sua Parola, che è sempre una proposta di amore, guarisce perché fa sentire amati. Lo Spirito è amore che non si vede ma che, come sappiamo, cambia tutto perché quello che è invisibile agli occhi è essenziale! E viceversa: scopriamo che tante cose visibili non contano nulla! Questo lo crediamo poco, perché siamo poco interiori, finiamo per essere superficiali, per credere solo a quello che vediamo ma così perdiamo l’essenziale, e non capiamo nemmeno quello che vediamo tanto che non sappiamo più distinguere il falso dal vero! Il Padre ci dà un Paraclito perché rimanga con noi per sempre. Ne abbiamo bisogno. Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Solo se amiamo osserviamo, e lo facciamo anche volentieri perché ameremo quella che è una proposta di amore e non di un dovere lontano, di una legge o una disciplina. La malattia, spesso, è invisibile ma poi si rivelano le conseguenze tragiche per il nostro corpo. Tra queste, temibili sono le malattie dell’anima che si insinuano nelle pieghe del nostro cuore e lo confondono. Gesù ama e per questo capisce il bisogno, a volte espresso in maniera contraddittoria, la domanda di essere aiutati, di star bene.

Gesù parla nell’intimo e ci insegna a capirlo. A tutti dovrebbero essere garantiti casa, amici, affetto, lavoro, e Gesù non fa come gli uomini che lasciano soli, come hanno lasciato solo lui e i suoi discepoli. Lui resta. Non ci lascerà orfani. Non siamo figli abbandonati che devono confidare solo su se stessi, amari e aggressivi, chiusi e difensivi, come chi ha visto finire l’amore che protegge e genera. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui, disse. Gesù promette solo l’amore. Non promette falso benessere, quello dell’inganno delle cose e del consumismo che le enfatizza, dell’inganno della forza con la sopraffazione e l’annullamento dell’altro, riducendolo ad oggetto da possedere credendo di amarlo oppure disprezzandolo e renderlo un nemico. Il tuo fratello ridotto ad un nemico: ciò vuol dire che non sai chi sei tu, oltre a non capire lui. Gesù si prende cura. Ecco, anche noi lasciamoci prendere dalla sua cura. Affidiamoci al suo amore e lì sentiremo il Paraclito che guarisce, consola, dà forza. Aiutiamo il Paraclito, siamo anche noi consolazione e protezione.

Lo possiamo fare solo con i sentimenti di una madre, di questa Madre. Non per considerazione, misurando il nostro ruolo o, peggio, il potere, interpretando tutto politicamente, coadiuvando per antipatia e simpatia, perché una madre riveste tutti di amore e preferisce ogni figlio, donando quello che serve a lui, unico, irripetibile com’è ognuno di noi. Il nostro mondo disprezza la fragilità perché enfatizza la forza, e così fa del male perché esalta il protagonismo che, in realtà, non è dignità ma solo pericolosa affermazione di sé. La dignità è la vita curata, perché fragili lo siamo sempre, e lo siamo tutti. La grandezza della vita, la sua straordinaria bellezza, la benedizione che rappresenta le misuriamo proprio sempre, amandole, e scopriremo anche in questa sofferenza, l’immensa bellezza del mistero che solo l’amore rivela. La fragilità ci insegna ad essere umani, la debolezza diventa occasione per dare e ricevere amore.  La madre si fa sempre vicino a noi, perché la cura non è a distanza, in remoto, ma è di continuo e sempre in presenza, perciò non può essere a distanza. L’essere lasciati soli produce amarezza, rende tutto insopportabile, spoglia di valore. L’amore riveste e rende bella la vita, preziosa, libera dagli stereotipi banali esteriori. La madre non si arrende davanti alle difficoltà.

Questa è la vera guarigione, possibile a tutti e, per certi versi, è il miracolo che restituisce grandezza e forza alla nostra debolezza. Quanto è penosa l’esibizione della forza, che come sempre arriva a ben vedere a diventare caricatura, ridicola, come chi crede di essere il centro del mondo, di decidere lui, deformando così la realtà perché fa girare tutto intorno sé! Maria fa il contrario, come una madre. Ci dà la consolazione vera che non è per chi è fortunato o per chi non ha problemi, ma è quella di essere amati sempre e che sempre ci fa stare davvero bene. Questa nostra Madre non ci lascia orfani. E come vorrei che noi, che siamo questa madre, non lasciassimo orfani, testimoniassimo la fede e la speranza, divenendo così testimoni dei prodigi dell’amore. La Chiesa, ma anche il mondo civile, si misura proprio nel rapporto con la debolezza, con la sofferenza e con il sofferente. L’amore non vuole la sofferenza, la toglie, non può sopportare che l’amato soffra. Ed è incredibile che le cure palliative, che questo devono fare, siano ancora così poco usate. Ma l’uomo, diceva il Card. Martini, ha dei luoghi nel suo cuore che soltanto il dolore fa venire alla luce, penetra e porta allo scoperto. La vera risposta di Dio alle domande che ci angosciano è Cristo nato, morto e risorto. «Gesù non elabora una teoria sul dolore e sulla morte, non si preoccupa di spiegarci il motivo di queste realtà umane, ma vive in sé tutti i dolori del mondo e accetta di morire, tra le angosce, come tutti gli uomini».

Ci dice che Lui ci ama e che non ci lascia, mai! L’amore condivide il dolore, la morte diventa nascita. Amiamo e osserveremo i suoi comandamenti, non viceversa. E li osserveremo volentieri, per non sciupare l’amore che, come cantava qualcuno caro a tanti, ha i suoi comandamenti necessari per amare. Se è così lo faremo volentieri, con tutto noi stessi. Giovanni XXIII mentre moriva, consapevole e guardando negli occhi la morte e il crocifisso, disse: «Quelle braccia allargate dicono che egli è morto per tutti, proprio per tutti. Nessuno, nessuno è respinto dal suo amore e dal suo perdono». Diventiamo uomini e donne di preghiera e di amore per riflettere, come luce tersa e umili, la luce che viene da Dio, donando consolazione, forza e protezione.

Cattedrale di San Pietro, Bologna
10/05/2026
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