“Mandi”. E ci sentiamo subito a casa perché servi gli uni degli altri, legati dall’amore. È una celebrazione che ci aiuta a comprendere come ogni Eucarestia ha sempre due lati della mensa: quello aperto sul mondo e quello aperto sul cielo. Siamo uniti nella comunione con tutti i nostri cari, con quei nomi che sono persone che godono pienamente dello stesso amore che oggi ci è donato. Sono con noi e, per certi versi, siamo noi con loro. Ricordare i tanti nomi che portiamo scritti nei nostri cuori e quell’immenso dolore che non vogliamo e possiamo dimenticare – come restare oggi indifferenti ai terremoti della guerra? – è la comunione che ci dona Gesù. Insieme a chi fu colpito, a quanti portano le cicatrici nel proprio corpo, ai tantissimi che a distanza di anni sentono quanto è atroce l’assenza, sperimentiamo la consolazione e la tenerezza dell’amore. Pierluigi Cappello, poeta di Gemona, tetraplegico, descriveva così il terremoto: “La grande casa sembrava sul punto di prendere il volo sospesa sul ciglio dell’altura, investita dalla luce, nell’aria, forata da parte a parte dal cantare degli uccelli, che la guarniva tutta e la rendeva leggera e massiccia insieme, come un veliero pronto per salpare.” E poi la tragedia. L’Orcolet. Alcuni racconti: tutti li presentiamo, al Signore, che custodisce i nomi e le storie di ciascuno. «La ragazza della roulotte vicina, treccine bionde e una faccia nordica col nasino all’insù, si chiama Raffaella. Ha dieci anni, fa la quinta. Dopo il terremoto non può più correre né giocare. Può solo stare seduta. Ancora non sono arrivate stampelle, per ogni spostamento bisogna portarla in braccio. Ci racconta. Una lucidità disarmante. È rimasta sotto le macerie della sua casa per ore al buio, sentiva il pianto del fratellino, cercava di rincuorarlo. Ma quando sono arrivati i soccorritori, il fratellino ormai non piangeva più. Che erano morti anche la sua mamma e il suo papà, l’ha capito da sola. “Mi dicevano che erano in un altro ospedale, ma mica sono scema…». Raccontava Mons. Battisti: “Il dolore l’abbiamo letto sui visi sconvolti, l’abbiamo sentito nei racconti mozzati dai singhiozzi: singhiozzi di una mamma di Mels, che ho incontrato alle due di notte davanti alla chiesa di Maiano crollata: piangeva il figlio. Il figlio sposato era stato a trovarla due ore prima e lei aveva detto: Frut, fermiti a cene cun me! E lui dice: No, mamma; mi sono sposato da pochi mesi, la mia sposa mi attende. E due ore dopo era stato trovato sotto quel grande fabbricato, nel quale sono perite diciassette famiglie. Racconto mozzato dai singhiozzi di un papà di Gemona, presso il Santuario di S. Antonio, che mi è crollato fra le braccia e diceva: Ho portato ieri sera i bambini a rosario e io ho fatto due passi con mia moglie. Ci sentivamo come due sposi novelli. Poi la moglie ha preso i bambini dalla chiesa e li ha portati a casa e sono stati sepolti lì sotto quelle macerie; e io sono rimasto solo!”.
Il Vangelo di oggi sembra stridente con questo dolore senza misura. “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Sembra non rendersi conto di quello che è successo! Chi pronuncia queste parole, però, non è un uomo che parla da qualche luogo sicuro, forte e protetto nel suo benessere. Gesù è un uomo che sta per essere ucciso ed è consapevole della condanna a morte che pendeva su di sé. È proprio il nostro turbamento, che non passa anche a distanza di cinquant’anni, come la paura ma che l’amore ci insegna ad affrontare per non restarne prigionieri. Gesù va a prepararci un posto, perché, come chi ama, vuole che l’amato stia dove è lui. “Dove sono io siate anche voi”. E per far questo Lui è venuto dove siamo noi! Ed era con loro in quella notte tragica. Ha attraversato anche Lui il buio angosciante della sofferenza, l’incertezza della morte e del morire. Adesso sappiamo che ci accompagna Lui, che non siamo soli, che piange con noi e per noi, dalla croce che ci ha affidato a sua Madre, e Lei a noi. Voi conoscete la via!
Ho sempre ammirato la franchezza di Tommaso, che esprime anche le domande spesso mute nel nostro cuore, perché può apparire dubbio, presunzione o poca fede. È, invece, la richiesta di conoscere per non perdere la fede di fronte al turbamento, per aiutare altri a trovarla, ricerca di verità e di futuro. La risposta di Gesù non è una regola, un’indicazione morale da osservare, una prova definitiva e convincente, ma una persona da ascoltare e seguire, un’amicizia fino alla fine perché l’amicizia non finisca. Conosce solo chi ama. Io sono la via, la verità e la vita, che conosciamo perché ci ama. Il terremoto distrugge, l’amore rimette insieme. Quelle settimane sono state una lezione per tutta l’Italia e per il mondo di cosa significhi lavorare e lavorare insieme, dove ciascuno fa il massimo senza opportunismi, polarizzazioni misere e ignoranti, calcoli e convenienze piccine di parte, perché l’unica parte è la ricostruzione. Si manifestò un noi, forte, resistente, perché era chiaro, indiscusso che “il tutto è superiore alla parte”. Per questo non ci si può dividere, è colpevole farlo, indebolisce, rende impotenti. Vorrei che come allora anche oggi dal Friuli partisse questa consapevolezza per il nostro Paese, per l’Europa, per il mondo. Con serietà e umiltà. Non si perse tempo a discutere e a dividersi e da questo sforzo nacquero realtà importanti per tutti. Ad esempio, non c’era la Protezione Civile e fu proprio questa esperienza a tracciarne la fisionomia e ad aiutare la scelta. Così anche per la Caritas. Ma noi, possiamo perdere tempo? Disse allora Mons. Battisti: “Io sono un povero vescovo; ma il dolore di questa terra penso che mi dia l’autorevolezza di alzare oggi la voce perché da questo Friuli parta un grido: Fratelli italiani, abbandonate gli odi, abbandonate le vendette, abbandonate le violenze; c’è tanto spazio per l’amore; c’è tanto bisogno di amore e di bontà. L’amore qui in Friuli oggi è l’unica cosa che resta, è l’unica cosa che conta”. E di amore ce ne fu tanto. È stato questo il gemellaggio più vero. Tanta solidarietà e questa ha cambiato la vita di tutti, di chi aiutava e di chi era aiutato. Nessuno, dopo, era più lo stesso! E nella solidarietà si confonde sempre chi aiuta e chi è aiutato! I friulani si fecero aiutare, cacciando in gola le lacrime per quello che era successo e rimettendo in piedi “prima le fabbriche, poi le case e infine le chiese”, come indicò l’allora Arcivescovo di Udine, perché senza il lavoro i friulani avrebbero ancora lasciato la propria terra. Ricostruire com’era e dov’era. A Venzone tutti i sassi ai piedi del Duomo furono numerati (erano 12 mila) e ordinati. Guardare al futuro conservando il passato. I figli li chiamate «i fruz», che significa «i frutti». Anche questa è un’altra immagine di continuità: la pianta, il grande albero e i frutti. Ha senso una vita senza dare fruz?
Infine, nell’avvenimento del terremoto quale messaggio Dio ci ha inviato? E questa domanda è motivo di tanto turbamento. Il parlare è difficile in questi momenti; il parlare è anche rischioso, perché può offendere il dolore delle persone. Il problema è far sì che credano all’amore di Dio in sfida a questo dolore. Ricordo ancora alcune parole di Mons. Battisti: “Da questa terra tormentata parte un messaggio di amore. L’amore è stato l’ultimo e l’unico testamento lasciato da tanti morti trovati abbracciati tra loro l’un l’altro. Messaggio d’amore lasciato da un papà che, morto nel condominio di Maiano, reggeva tra le braccia la sua bambina, viva con le gambe fratturate. Messaggio d’amore lasciato da due uomini, che curvi, col loro corpo diventato cadavere, avevano fatto da schermo e da protezione alle loro spose ancora vive”. Questa è la speranza che è cristiana, per cui se è cessata la presenza fisica dei congiunti inizia quella spirituale. «Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà». Ma è speranza umana, che ha un nome: la casa. La ricostruzione non è mai solo materiale ma sempre spirituale. Costruire comunità, riconciliare relazioni che conservano ferite e che non è mai bene portarsi dietro, tessere nuove relazioni perché nessuno sia lasciato solo, sia scartato o straniero. Questo oggi ci è chiesto, per difendere la casa comune che è la terra e farlo con la serietà, l’umiltà, il rigore, il lavoro che abbiamo visto qui in Friuli.
Padre Turoldo raccontò come una donna in fila gridò al soldato che, nella fretta di riempire le scodelle, versava un po’ di minestra per terra: «Frut, no straçjà», «figlio, frutto, non sciupare». Niente sprechi, come chi conosce il valore delle cose e non è stordito dal benessere. È anche questa una lezione che il Friuli offre al nostro Paese.
Paolo VI disse: “Il nostro cuore è come un sismografo, nel quale si ripercuotono tutte le vibrazioni dell’umana passione. È il nostro «prossimo» che piange. Ebbene piangiamo insieme! Cominciamo così a scoprire qualche bene, e non mediocre, sia anche nel male che ci colpisce. Il primo bene è la solidarietà; il dolore si fa comunitario, e nel nostro abituale disinteresse, e nelle nostre contese egoiste ci fa sperimentare uno sconosciuto amore. Ci sentiamo fratelli, diventiamo cristiani, comprendiamo gli altri, esprimiamo finalmente l’amore disinteressato, solidale e sociale. E poi impariamo a «vincere il male nel bene» (Rom. 12, 21), cioè a far scaturire energie positive di bene dalla stessa sventura che ci affligge: «quando sono infermo», diceva l’Apostolo, «allora divento forte» (2 Cor. 12, 10)”.
Oggi capiamo con rinnovata consapevolezza che occorre tenere sempre acceso il sismografo del cuore, quello che porta alla compassione e alla solidarietà, che vince l’indifferenza e dona la beatitudine di avere un cuore solo, come chi ama ed è amato.
Ci affidiamo tutti a Maria, che continua a generare Gesù, speranza umana e cristiana e che intercede per noi. “Ave o Vergin’ us salùdi, come l’agnul ancje jò. Ave o plene d’ogni grazie, il Signor al è cun vò…”.
