La mensa del Signore ci aiuta a ritrovare il senso del nostro servizio, lo rigenera perché, come accadde ai due discepoli di Emmaus nello spezzare il pane, i nostri occhi, inevitabilmente rattristati dalla forza del male e a volte distratti per l’abitudine tanto da far fatica a credere nel bene e nel bello, si aprono e riconoscono la presenza del Signore.
Se gli occhi si aprono e il nostro cuore arde portiamo con la nostra presenza la Sua presenza, con le nostre parole la Sua Parola di amore. Questa sera deponiamo sull’altare la tanta umanità dei carcerati: sofferente, indurita, non padrona di sé, ferita, inconsapevole, drammatica, inquietante, incerta. La nostra vita è legata a questa umanità e vi ringrazio perché voi siete la maternità della Chiesa che non lascia solo nessuno dei suoi figli. Papa Leone XIV nella Dilexi te, eco di tante parole di Papa Francesco la cui memoria illumina il buio delle nostre carceri ed è speranza per tanti cuori, ha scritto che loro sono una “questione familiare”. Sono “dei nostri”. E vorrei chiedervi di aiutare tutta la Chiesa a sentirli dei “nostri”.
Le nostre comunità non possono restare distanti dai carcerati, fratelli più piccoli di Gesù, e voi siate dei ponti perché i nostri fratelli aprano con la chiave che ci ha dato Gesù le porte chiuse delle carceri. Andiamo a visitare come familiari dei familiari, anzi, i più familiari di tutti perché loro ci rendono familiari di Gesù.
Ci scontriamo invece con una mentalità impietosa e ignorante, enfatizzata dalla stagione della forza, che pensa di risolvere i problemi incutendo paura, colpendo senza timore di far male e come se questo fosse educativo e risolutivo. È chiaro che la sicurezza non coincide affatto con la chiusura, con la penalizzazione ma con l’educazione e la giustizia. È proprio cristiano, e quindi umano, che le “pene” non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità ma devono tendere alla rieducazione del condannato! Un ricordo particolare e commosso lo conserviamo per quei nostri ragazzi e ragazze che in questi anni si sono tolti la vita. Il Signore è sempre il primo e l’ultimo amante della nostra vita, intimo a ciascuno di noi più di noi stessi, Lui li accoglie dall’altra parte dell’ultimo vecchio ponte perché conosce l’abisso del nostro cuore e lo colma, tutto, con il suo amore. Riconosciamo l’immagine di Dio presente in ogni persona, anche se a volte essa stessa si chiude nella cella del suo cuore.
Se questo accade ciò avviene perché il carcere sembra piuttosto far perdere ogni speranza a chi entra. Quando è così la dignità l’ha persa lo Stato perché la dignità di chiunque la deve difendere e custodire sempre. Questa sera il Signore ci dona la pace nel cuore perché possiamo portare pace, custodirla in situazioni spesso difficili, di strutturale tensione dovuta a condizioni inaccettabili, disumane, ingiuste e degradanti per chi ci vive e anche per chi ci lavora e, quindi, per tutti. Se si pensa di combattere la criminalità solo con il carcere ciò non aiuta la sicurezza, anzi, illude e, in realtà, incattivisce.
Certo, a volte le fragilità, le dipendenze, la solitudine provocano improvvise violenze che cancellano in un attimo il paziente lavoro di riparazione, di riconciliazione, di educazione che cercate di tessere, spesso tra non poche difficoltà. Qualche volta, insomma, il vostro lavoro sembra inutile e le difficoltà più forti. Noi seminiamo nella certezza che i frutti ci sono anche quando noi non li vediamo. Ma questa sera ringraziamo pure per i tanti frutti che ci sono, sempre delicatissimi, così come è la stessa vita! L’amore li sa vedere prima e più profondamente, come gli occhi di una madre, una madre che sa valutare le difficoltà, le conquiste e le novità che maturano nei cuori, che lei propone e induce. L’amore non è mai perduto e il nostro servizio realizza già nel presente il futuro. Ecco cosa significa coltivare! Il passato non è una condanna a vita. Il segreto ce lo suggerisce l’Apostolo: tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, che è il nome che compie miracoli se ci affidiamo a Lui che è speranza e consolazione.
L’incredulità lascia la vita uguale, alcuni pensano sia troppo difficile, impegnativo, esigente, come avvenne allora anche a Nazareth. L’amore vero non ha paura di questo se lo facciamo “di buon animo”, per il Signore e non per gli uomini, cioè non per la considerazione, la prestazione, la ricompensa, il protagonismo individuale, l’utile personale che non è solo economico ma anche qualunque contraccambio che ci immiserisce e ci rende incapaci. Chi lo fa solo per il Signore, solo per Lui, lo fa per davvero anche per tutti. L’amore diventa progetto, educazione, lavoro, studio, cura. L’amore ci cambia, e cambia le persone perché aiuta a tirar fuori la parte migliore, quella che nessuno pensava di avere, e che pensavamo che loro non avessero. Ogni persona non è mai una cosa soltanto, una definizione. Spesso chi ha commesso qualcosa di orribile, anche se ha scontato la pena, pensa che per lui non ci sia futuro, mondo, vita. Don Oreste Benzi amava ripetere che «l’uomo non è il suo errore». Paul Ricoeur metteva in evidenza che ognuno di noi è migliore della cosa peggiore che ha compiuto. Nessuno deve essere inchiodato da un fotogramma ricavato dalla nostra vita. E se pensiamo che questo avvenga per gli altri stiamo attenti, perché avviene per tutti. I percorsi rieducativi funzionano e sono l’unico senso del carcere, ma hanno bisogno di continuità, di mezzi, di operatori, di investimenti. Riceviamo tutti l’unica ricompensa, quella di vedere nelle ferite la guarigione, nel buio lo spiraglio, nelle crepe la speranza. Ma non solo quella umana, in questa quella spirituale, di Dio
. A Nazareth si scandalizzarono perché uno di loro era cambiato e divenne capace di cose grandi, rivelando qual è la vera grandezza, possibile solo agli umili. Qui ad Assisi si scandalizzarono di Francesco, figlio di Pietro che si era spogliato di se stesso per rivestirsi solo di Cristo. Papa Francesco – e ricordo che l’ultima sua uscita dal Vaticano fu per andare in visita ad un carcere! – disse che: “A me piace pensare la speranza come un’ancora, sai, che è ancorata nel futuro, e noi abbiamo nelle mani la corda e andiamo avanti con la corda ancorata nel futuro!”. Ecco il nostro ruolo e quello, con noi, della comunità cristiana. Don Mazzolari scriveva così: “Bisogna mantenere in lui la speranza, fargli sentire la nostra vita cristiana, spegnere l’odio nascente nel suo cuore, inserirlo con fiducia nella vita, cancellando il marchio di una carta che più che il suo è il nostro obbrobrio”. “Il Signore vuole che diamo da mangiare al lupo, che lo trattiamo come uno di noi, sul piano di uguaglianza perché soltanto in questa maniera si fa la città, soltanto in questa maniera ci si disarma, soltanto in questa maniera si scopre il volto del fratello”. Che sia così.
