Omelia nella Messa in occasione del 200º anniversario della nascita del Venerabile Giuseppe Gualandi

Ringraziamo il Signore, Lui ci rende consapevoli dei doni ricevuti, del suo amore per noi che ci dona forza. Chi ringrazia è più resistente al male, perché cosciente e responsabile dell’amore ricevuto. Ringraziamo per il dono della Chiesa e della nostra Chiesa di Bologna. Non lasciamoci irretire da chi sa vedere solo il male, si assurge a censore, spesso senza titolo alcuno che non sia il protagonismo o un’ossessionata presunzione. La Chiesa si ama, si aiuta a costruire, e la malevolenza è solo un modo per indebolirla, nel modo peggiore, credendo di difenderla. Aiutiamola con la testimonianza e sempre in maniera positiva, mai denigrante. Ringraziamo per il dono di tanti testimoni che ci hanno affidato molte realtà, numerosi alberi frutto della loro speranza, e che hanno gettato il seme e hanno visto quello che ancora non c’era. Se ringraziamo significa che abbiamo compreso quanto siamo stati amati e, quindi, beati. Quando ringraziamo siamo più forti anche delle inevitabili delusioni e difficoltà, sappiamo trasformarle in opportunità. Ringraziamo per gli uomini e le donne che hanno dato la vita per il Signore e per il Vangelo. Vediamo anche come l’amore si trasforma ma non si perde, questo ci fa intuire cosa significa amore eterno, non sempre uguale, ma che non finisce proprio perché si trasforma. Lo sapete bene anche voi! Essi non hanno conservato tenendosi stretto quello che già avevano, ma donandolo lo hanno trovato, fatto crescere, tramesso. Hanno pensato il meglio per i fratelli più piccoli di Gesù. E a che serve il seme se non dà frutto? I santi con la loro umanità, e contraddizioni, sono quelli che amano il Signore è per questo amano il prossimo più di se stessi. Don Gualandi cambiò vita per un incontro che divenne la sua vocazione nella vocazione.

Dopo appena sei mesi dall’ordinazione, l’8 luglio 1849, nella Parrocchia della Santissima Trinità durante la Messa di prima Comunione, nel giorno della festa del Cuore Immacolato di Maria, la sua attenzione fu attirata dalla comunicanda che appariva più grande di tutte le altre. Gli venne spiegato che si trattava di Carolina Galuppini di vent’anni che, in quanto sorda, aveva dovuto ritardare la prima Comunione fino a quando non aveva trovato alcune signore di buona volontà in grado di darle quel minimo di istruzione religiosa senza la quale non avrebbe potuto ricevere Gesù. Don Giuseppe non poteva accettare che la difficoltà, la fragilità fosse accompagnata da pregiudizi, vergogna, disprezzo e significasse esclusione, presa in giro, sufficienza, supponenza e inferiorità. Pensò che cosa significasse avere un mondo nel cuore e non riuscire ad esprimerlo con le parole. Si pose, quindi, il problema di ascoltarlo, di annunciare il Vangelo che fa parlare i muti e udire i sordi! Ma non poteva accettare anche che un mondo di sani non riuscisse a capire, non sapesse ascoltare e comunicare. È un problema di cuore e di spirito. Non è un problema di mezzi. «Voi siete il sale della terra»; ma se il sale perde il sapore con che cosa lo si renderà salato? Non lo capiamo in astratto, misurando da soli il sapore ma solo dando sapore agli altri. Allora capiamo che siamo sale. La luce illumina altri e quando si vede attrae e scalda. Chi è nel buio sa quanto è importante. Facciamo vedere con la nostra luce la luce, altrimenti invisibile. Le opere buone non sono quelle grandi. Le piccole rendono gloria al Padre vostro che è nei cieli. Don Giuseppe annunciò il Vangelo e aiutò la promozione umana. Cominciò a cercare ragazzi sordi e a ospitarli nella casa paterna. Questo è il passaggio: dare casa, unire la propria vicenda a quella dei fratelli più piccoli di Gesù. Non sono oggetto di assistenza: sono fratelli con cui pensare la propria casa, esserlo per loro e così trovare i nostri fratelli. Lo fece, tanto che formò una piccola famiglia. In realtà, chi si occupa dei fratelli più piccoli è sempre grande, perché ama e ospita Gesù! Mano a mano che cresceva il numero don Gualandi costruì luoghi più grandi dove accogliere e vivere insieme, ma sempre casa rimase. Non voleva un’istituzione, ma una famiglia. Da questa realtà sgorgava anche una capacità di far nascere una cultura nuova, sia in loro sia verso di loro, con metodi innovativi e attività sempre in evoluzione.

Il Vangelo mette in comunicazione, scioglie il cuore e la lingua, insegna a parlare. A tutti! Don Giuseppe si impegnò con tutte le sue energie a trasmettere ai sordi il Vangelo del Regno, superando le barriere esistenti nella comunicazione, promovendo il loro inserimento nella società e valorizzando le loro capacità umane e spirituali. Ecco il dono che abbiamo ricevuto tutti. Disse Papa Francesco ai sordi: «La presenza di Dio non si percepisce con le orecchie, ma con la fede; pertanto vi incoraggio a ravvivare la vostra fede per avvertire sempre più la vicinanza di Dio, la cui voce risuona nel cuore di ciascuno, e tutti la possono sentire. Potrete così aiutare quanti non “sentono” la voce di Dio ad essere più attenti ad essa. Questo è un significativo contributo che le persone sorde possono dare alla vitalità della Chiesa». Ci sono tanti sordi da consolare, da coinvolgere e ci sono tanti cuori chiusi e sordi da aprire. È la gioia che celebriamo a duecento anni dalla nascita di don Giuseppe Gualandi e che ci chiede di rinnovare il carisma, trasformandolo perché continui a dare frutti, abbattere muri di divisione, di isolamento, di chiusura, così banali e, purtroppo, accettati. Siamo sale non per le nostre capacità ma per l’amore ricevuto, che rende piena di sapore la vita del prossimo e ci fa essere luminosi perché amati, accesi da Dio. Donaci Signore di continuare ad essere sale per tutti noi sordi e luce nel buio della solitudine e dell’amore per noi stessi.

Grazie per la speranza che don Giuseppe Gualandi ha reso concreta.

Basilica di San Petronio - Bologna
09/06/2026
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