“Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. Nell’incertezza della nostra vita queste parole sono la nostra speranza e ci aiutano a comprendere il mistero dell’amore di Dio. L’Eucarestia non è benessere per non pensare o protezione per non avere problemi – e al riguardo ci sono prodotti di tutti i tipi e prezzi, con interessi enormi e dipendenze che sono vere schiavitù – ma è amore, perché questa è la forza di cui abbiamo bisogno.
L’Eucarestia non evita la storia, anzi, ci fa entrare nel profondo della vita personale e del mondo. È pane di solo amore ma per riconoscerlo dobbiamo amare, perché l’amore chiede amore per essere compreso e perché diventi vita. La festa del Corpus Domini – che Papa Francesco volle accompagnata dalla domenica della Parola, il Verbum Domini e da quella dei poveri, il Corpus Pauperum, intimamente unite, che si completano e quindi tutte da celebrare per imparare ad adorare e a venerare il Corpo di Cristo – ci aiuta a entrare nell’amore di Gesù, a riconoscerlo, a sentirlo presente e a renderlo presente con la nostra vita. Ci interroghiamo anche noi: come può Costui darci la sua carne da mangiare? Non si comprende la vita materiale senza essere spirituali, perché solo gli occhi del cuore e della mente permettono di comprendere il senso della vita. Gli occhi spirituali non sono quelli che vedono ciò che non esiste, ma quelli che permettono di capire nel profondo la storia.
Noi cadiamo facilmente nel vortice del consumismo che fa credere che avere di più sia la risposta, e trasformiamo le pietre in pane dimenticando che è proprio umanamente vero che non di solo pane viviamo. L’ossessione del consumo fa illudere che avere di più è garanzia di felicità. Un amore così ci aiuta a capire che “meno è di più”, che il consumo non basta mai e impedisce di apprezzare ogni cosa e ogni momento. Il Corpus Domini ci aiuta a fermarci a gustare le piccole cose, a ingraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né a rattristarci per ciò che non possediamo. È pane dei fratelli. Paolo lo scrive, poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo. Ma non è pane di solitudine. Papa Leone XIV nella sua Magnifica humanitas ci ricorda che l’«unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona» (MH 234). Davvero se condividiamo il pane del cielo condividiamo il pane della terra. E se non condividiamo quello della terra significa anche che non capiamo la bellezza del pane del cielo.
L’Eucarestia ci fa abbandonare una visione dell’uomo individualista e ci insegna a curare le nostre relazioni: “In un’epoca che tende a velocizzare e frammentare, la carne umana continua a chiedere di essere curata e riconosciuta da mani capaci di tenerezza, da menti attente e da parole buone. La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità”. Per questo Gesù si è fatto prossimo, anzi unisce se stesso a noi e ognuno al corpo. È comunione, cioè “vivere per”, come Gesù vive per il Padre e per noi. L’Eucarestia unisce il singolo alla comunità in un legame dal quale nessuno ci può separare. La comunione è comunione di Dio stesso e con Lui. È una dimensione spirituale e materiale, verticale e orizzontale. Siamo comunione e saremo comunione: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1 Cor 10,16-17). Chi si unisce a Cristo, si apre anche agli altri: non siamo più divisi, ma una cosa sola in Lui.
Ricordiamoci che questo pane deve diventare vita, amore. Francesco scrisse alla fine del 1223 ad Antonio un biglietto nel quale dice: “A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Ho piacere placet mihi che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questa occupazione non estinguano lo spirito dell’orazione e della devozione, come sta scritto nella Regola”. Senza perdere la preghiera e la passione per il Vangelo. Noi sappiamo che a Bologna tutti restarono colpiti dal sermone del Poverello di Assisi, che parlava delle cose di Dio concionando e non predicando, cioè non come un chierico in chiesa ma come un laico in un’assemblea cittadina, conversando.
È il nostro problema: parlare del Vangelo in maniera diretta, comprensibile, predicando Gesù con le nostre parole, toccando i cuori, e trasmettendo l’amore tra di noi e verso i poveri. Una predicazione che indica il cielo ma che è capace di incidere nei rapporti sociali, tanto che il Comune di Padova modifica la legislazione attenuando le leggi nei confronti di debitori insolventi, vittime degli usurai. “Il suo parlare, reso gustoso dalla grazia divina riusciva a comunicare un’onda di grazia agli uditori”. Seminare il Vangelo vuol dire far crescere la pace. Di S. Antonio si diceva che “Riconduceva a pace fraterna i discordi; ridava la libertà ai detenuti; faceva restituire ciò che era sa stato rapito con l’usura e la violenza. Liberava le prostitute dal turpe mercato ladri famosi per i misfatti”. Preghiamo con S. Antonio: “Ti preghiamo Signore Gesù Cristo, di entrare nella casa della nostra coscienza, di scacciarne il capo dei farisei, cioè l’impulso dei cattivi pensieri che si dividono tra loro il nostro cuore e dividendolo lo distruggono; di restituire alla nostra mente il sabato della pace e del riposo, di farci mangiare il pane della tua volontà, per essere degni così di giungere a Te, che sei il pane degli angeli. Accordacelo Tu che sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen”.
