Il cielo qui a San Luca sembra più vicino. È più vicino perché siamo insieme a Maria che nasce al cielo e fa nascere il cielo sulla terra, ci dona la via, Gesù, che ci porta verso quella casa dove Lui è andato a preparare un posto perché siamo anche noi dove Lui è. Ci ama e solo chi ama vuole l’amato accanto a sé. La via che ci porta in quella casa dove saremo tutti pieni di Lui e solo di Lui, dove il suo amore è già pieno nonostante il nostro peccato perché Lui ci ama pienamente e senza riserve. Sarà pieno in cielo, senza diaframmi e paure. Maria genera Gesù nei nostri cuori, in questo mondo che in tanti modi cerca la sua presenza. Maria ci insegna, con pazienza e fiducia, a fare tutto quello che Lui ci dice.
Chi sale qui forse non sa che la via è proprio Gesù. Quando scendiamo lo portiamo con noi, nel cuore, insieme a Maria sua madre. Gli scalini dei Portici si erano fatti sempre più alti per don Vittorio, come diceva con una certa arguzia per indicare la fatica degli anni che però non avevano certo diminuito il suo amore per la Chiesa e per le persone, specialmente i più piccoli. L’Apostolo si raccomanda ai cristiani di Efeso di disarmare il cuore, liberandolo dal comparativo, non facendo nulla per rivalità o vanagloria, per non prestare nessuno spazio al divisore. La rivalità finisce inevitabilmente per rendere l’altro un avversario, un concorrente, un limite e non quello che è e che sempre può essere, il fratello, la cui gioia sarà anche nostra.
La vanagloria, lo sappiamo, assorbe facilmente tante energie del nostro cuore, ci porta a curare la personale considerazione facendoci imporre e difendere quello che in realtà non conta, che è vano, inutile, perché l’amore non ha prezzo e quello che rimane, che conta, che rivela per davvero quello che siamo e di cui siamo pieni, non è nell’affermare noi stessi, nell’esibirsi, ma nell’amore ricevuto e donato gratuitamente. Per questo l’Apostolo consiglia la via dell’umiltà, molto concreta, per niente teorica: considerare gli altri superiori a se stesso, cioè l’amore per loro è più importante di quello per sé, per il proprio orgoglio. Così sappiamo dare importanza al del prossimo, impariamo ad amare, perché l’amore non è quando tutto è uguale ma quando l’amore per l’amato è più grande di quello per noi stessi e per le nostre paure. La nostra vera considerazione la troviamo quando cerchiamo l’interesse dell’altro, quello che serve a lui e che farà bene anche a noi.
Gesù per primo considerò l’amore per noi più importante del salvare se stesso, e per questo non visse la sua condizione come un privilegio ma per amore svuotò se stesso assumendo una condizione di servo perché tutti noi ora possiamo essere con Lui e come Lui. È il dono che oggi viviamo accompagnando nella casa del cielo don Vittorio, fratello caro, che ha legato tutta la sua vita al Signore e alla sua casa, rendendo questa, e le comunità che ha servito, una casa. Gesù fa suo il nostro limite per aiutarci ad accettarlo e a superarlo nell’amore. È proprio nel nostro essere limitati che trovano spazio la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio, come ha scritto Papa Leone XIV. Lo vediamo in tanti momenti in cui nella nostra vita il limite si fa concreto, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento. Misteriosamente e proprio in questi frangenti tocchiamo con mano l’affetto delle persone e sperimentiamo la presenza del Signore. Troviamo il cuore di Gesù, il suo amore fino alla fine, al limite della morte, la sua e la nostra.
Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo. Maria e Giovanni non perdono il cuore e restano con Gesù. “Ecco tuo figlio!”. “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Sentiamo la consolazione di un legame che ci unisce tra noi perché legame donato da Gesù e dal quale nessuno ci può separare. È la consolazione in questa valle dove sperimentiamo tante lacrime. Don Vittorio amava il Signore e ha preso davvero con sé nella casa del suo cuore questa madre, la sua Chiesa, che vuol dire i tanti fratelli e sorelle che ha accolto, accompagnato, amato. Ha scritto nel suo testamento: “Ho sempre creduto fortemente e annunciato con convinzione che Dio è il Signore nostro e Gesù il suo figlio salvatore.
Questa fede mi ha sempre dato tanta profonda gioia e pace interiore, mi ha risollevato nei momenti difficili e ha alimentato la speranza dei beni futuri. Ringrazio Dio che mi ha chiamato al sacro ministero e questo servizio mi ha permesso di fare tanto bene, ma soprattutto di ricevere tantissimo”. Era nato, come scrisse sempre lui, in un’epoca difficile per conflitti e mutamenti speciali ma la semplicità della sua famiglia lo ha educato a vivere contento di ciò che aveva, a non restare prigioniero dentro le mire di possedere e della carriera. Fin dai primi giorni la fede ha segnato la sua vita e lo ha guidato all’incontro con Gesù nei sacramenti e, poi, nel totale servizio del sacerdozio ministeriale. “Grazie a Dio sono prete – scrisse – mi sento prete e sono felice di essere prete. Dono più bello nella mia vita non ci poteva essere”.
Non nascondeva la sua debolezza, l’incertezza frutto della fragilità personale del suo carattere. Ha sempre vissuto un legame affettivo con le comunità che ha servito, Borgo Panigale, Santa Croce di Casalecchio, Sasso Marconi, Riale, che forse proprio per averla costruita anche “fisicamente” ha portato sempre nel cuore, San Domenico Savio e poi San Luca, una casa donata nell’accoglienza, nella disponibilità, nel sorriso. Il suo desiderio scrisse, era per una Chiesa bella, piena, più grande, e lo viveva con passione, alla ricerca di corrispondenza, richiesta in maniera diretta, sensibile al limite di essere vulnerabile, e sempre con tanto amore per il Signore e per predicare il Vangelo, perché conoscessimo l’amore di Dio per ognuno. In questi anni la casa del Santuario l’ha portata nel gruppo di Santa Sofia, perché l’essere soli non significasse chiusura ma opportunità, nei tanti fidanzati che ha preparato al matrimonio, per far sperimentare a tutti la compagnia della comunità, così come deve essere sempre la Chiesa. Da qui aspettava, come ha lasciato scritto, il giudice che darà pace e chiedendo una preghiera per lui. “Santi, insieme, nell’amore” è il titolo dell’ultimo libro, – i fogli credo li abbia preparati, fotocopiati e distribuiti fino alla fine – perché tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno. “Lo Spirito, sempre all’opera per il bene dell’uomo, mediante il disagio che oggi sentiamo faccia sempre più emergere una fede capace di riconoscere il dito di Dio nelle vicende umane, perché l’uomo percorra le vie della vita e non della morte”. “Nel tentativo di sondare il mistero di Dio ho sperimentato il limite e la povertà delle risorse umane di fronte alla sublimità del mistero indagato. Questo non toglie che la ricerca sia indice e forma altissima di preghiera che apre gli occhi alla contemplazione di Lui. Così spero anche per me, di uscire da questa fatica arricchito dalla sapienza della Sua luce”.
Grazie caro Vittorio per il cuore e l’intelligenza che hai donato con la tua passione per il Signore e per Maria sua Madre. Grazie perché l’hai presa nella tua casa e perché hai reso questa sua casa casa per tanti. Prega per noi e prega perché non abbiamo paura di donare tutto noi stessi per trovare quello che non finisce. Dio è amore e in cielo saremo nella pienezza dell’amore che ci fa vivere sulla terra. A sua gloria e per la nostra gioia.
