Messa in occasione dei mille anni dalla consacrazione dell’Abbazia di Pomposa

È una grande gioia celebrare la festa di Maria Assunta in cielo in un luogo di preghiera come questo, aiutati dalla bellezza a guardare il cielo per vivere bene sulla terra. Mille anni! Dalla Parola di Dio sappiamo che sono solo un giorno, e questo ci aiuta a relativizzare l’enfasi sul nostro presente. I giorni li sappiamo contare poco e, infatti, non abbiamo molta sapienza. Compulsivi e fatalisti come siamo ci crediamo senza tempo, pensiamo di averne sempre, con l’ingiustificato lusso di sprecarlo.

Qui impariamo a contare i nostri giorni perché ci mettiamo di fronte al Signore, alla sua presenza, al suo amore che dà senso e pienezza ai nostri giorni, al nostro tempo che, in realtà, è un soffio. Siamo anche aiutati a collocarci in una storia che dovrebbe essere maestra di vita, se andassimo però a lezione e soprattutto se la ricordassimo invece di pensare che tutto inizia e finisce con noi. Senza memoria siamo condannati a ripetere il passato, nell’inganno che per noi è e sarà diverso.

Qui i cristiani hanno imparato a capire la terra guardando il cielo e a capire il cielo riconoscendo la presenza di Dio nella vita. I monaci non scappavano dal mondo, come invece pensiamo noi quando crediamo che voglia dire di starsene tranquilli, non pensare a niente, farsi gli affari propri e dimenticare gli altri. Nella preghiera e nel lavoro loro costruivano uno spazio per il Signore di umanità, di preghiera e di accoglienza. Nel mondo ma non del mondo. Costruivano comunità per vivere l’amore fraterno che ci chiede il Signore. Quell’amore non rendiamolo virtuale, finendo così per diventare come il sacerdote e il levita che non diventano mai il prossimo per nessuno e finiscono per non averlo, perdendo anche Dio.

Una casa di Dio che ha attraversato momenti difficili, terribili. Quante tempeste della storia, ma sempre un luogo di protezione, umanità e cultura, un aiuto per tutti a trovare il senso della vita, indicando il Signore come il Signore della vita, trasformando l’umanità in preghiera e questa in umanità! La preghiera è comunione di amore con Dio che diventa condivisione di amore nella solidarietà e nel servizio. Mi ha colpito la sproporzione tra il campanile e la Chiesa. La Chiesa doveva essere vista da lontano, per certi versi orientare il cammino spesso incerto. Ma anche perché il suono delle campane arrivasse lontano, a tutti.

Al termine del Concilio Paolo VI parlando senza trionfalismo con il noi della Chiesa che, in realtà, dovremmo tutti reimpararlo e rispettarlo, disse: “Come un suono di campane si effonde nel cielo, e arriva a tutti ed a ciascuno nel raggio di espansione delle sue onde sonore, così il Nostro saluto, in questo momento, a tutti ed a ciascuno si rivolge. A quelli che lo accolgono, ed a quelli che non lo accolgono: risuona ed urge all’orecchio d’ogni uomo. Tutti possono e debbono essere raggiunti. Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano. Ognuno, a cui è diretto il Nostro saluto, è un chiamato, un invitato; è, in certo senso, un presente. Lo dica il cuore di chi ama: ogni amato è presente! E Noi tutti, tutti Noi amiamo!”. Mi ricorda qualcun altro. La Chiesa non è mai per pochi, anche quando siamo pochi, non è dei puri, perché tutti peccatori, non può vivere per se stessa.

Il Cardinal Ratzinger scelse il suo nome Benedetto XVI per due motivi: quello così legato alla mia città per il suo e mio predecessore, Benedetto XV, profeta della pace in un mondo travolto dalla guerra – e che sia un’inutile strage non lo abbiamo capito poiché la logica dei nazionalismi umilia la fede e distrugge l’Europa – e anche per San Benedetto. Lui disse quando era ancora Cardinale: “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”.

Ecco perché questa Abbazia non è un mondo a parte, ma preghiera che diventa lavoro e lo scandisce. Ma anche lavoro che rende la preghiera nella vita. Papa Leone XIV nella sua Enciclica sulla magnifica humanitas, indicando proprio la grande intuizione di San Benedetto da Norcia che vedeva “l’attività quotidiana come parte della risposta della persona alla chiamata di Dio”, ricorda che la nostra vocazione è di non essere “spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere” (MH 148). La dimensione spirituale non ci porta fuori dal mondo ma nel profondo della storia e anche della nostra vita. Solo lo spirituale ci aiuta a vivere bene. Non dovremmo chiederci quanto poco lo curiamo rispetto all’attenzione che abbiamo per il nostro corpo e anche per la superficie dell’anima, per l’epidermide, e quanto poco invece curiamo l’interiorità? Ringrazio i ricostruttori nella preghiera perché rinnovano questa antica tradizione e rendono l’Abbazia un punto di riferimento, di accoglienza, di relazione, di comunità perché qui si incontra il Padre, l’Abbà, e quindi la sua paternità, per vivere dove siamo quello che qui troviamo. Ricostruiscono i cuori, riparano le relazioni, come solo l’amore di Dio sa fare. Chi cerca Dio trova sempre anche il prossimo.

Il collegamento con Dio è spirituale, ma poi chiede sempre il lavoro, cioè deve animare le nostre scelte. Lo spirituale si rivolge ad un Tu, si nutre dell’amore che riceve da un Tu, non da un’entità astratta, diffusa, senza volto. Incontriamo Dio nel Signore Gesù, suo figlio che ce lo ha fatto conoscere. Possiamo dire anche il contrario, che non consociamo Dio, per noi cristiani, senza Cristo. E conoscere non è mai questione di accademia, né di proselitismo, ma di vita, di cuore, di attrazione. Insomma, se lo riflettiamo nella nostra vita e non riflettiamo noi stessi tanti potranno vedere Cristo. I sapienti e i dotti non lo conoscono, come i moralisti infaticabili e ossessivi, ipocriti e farisei, che giudicano e non amano, che parlano di Dio e pensano di difenderlo e lo bestemmiano con la loro vita. Spirituali sono i piccoli, gli umili, i peccatori cercatori di speranza, chi apre il suo cuore all’amore di Dio e si affida come un figlio ad un Padre. È vero anche che non conosciamo l’uomo senza conoscere Cristo, perché possiamo conoscere la sociologia, i fenomeni, ma la persona la conosci solo se la ami, se riconosci nel prossimo un fratello e una sorella figli dello stesso padre, affidati alla stessa madre, quindi che sono parte di te, il prossimo non è un estraneo da sopportare ma un fratello da amare. E questo amore pieno è solo cristiano. C’è bisogno di case dove vincere le solitudini e ritrovarsi come comunità per ritrovare l’abbraccio del Padre. La nostra terra spaventa perché vince la cultura della potenza, quella che offende Dio, addirittura arriva ad usarlo.

Solo un cuore disarmato può disarmare un mondo che si riarma. Quanta differenza c’è tra difesa e riarmo, quello che fa perdere tutte le proporzioni e fa precipitare nella follia della guerra, perché la guerra rende folli ed è una follia! Dobbiamo vivere la cultura della civiltà dell’amore, che è l’unica civile. Questa casa è dedicata a Maria, e con lei Assunta in cielo questo diventa più vicino e più nostro. Il “cielo” non indica un luogo sopra le stelle, ma Cristo stesso: “Noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in comunione con Lui”. Oggi con Maria cantiamo anche noi l’inno di lode e di gioia: “L’anima magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio suo salvatore”. Chi magnifica Dio sa rende magnifica l’umanità, altrimenti offesa e umiliata e resa forza bruta, pericolosa. Maria canta il Magnificat ma non aveva visto ancora nulla. Il bambino è nel suo grembo e nulla era cambiato attorno a lei. Ma vede l’invisibile e prepara così il visibile. “Dio ha già spiegato la potenza del suo braccio, ha già disperso i superbi, rovesciato i potenti, innalzato gli umili, ricolmato di beni gli affamati e rimandato i ricchi a mani vuote. La sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi” (MH 243). Nome dolcissimo, nome di amore, insegnaci la via della beatitudine, ad ascoltare e mettere in pratica la Parola di Dio perché diventi carne. Insegnaci la via dell’umiltà per compiere le cose grandi di Dio e ad essere semplici nella tua semplicità, miti nella tua mitezza, oranti nella tua incessante preghiera e nella tua invocazione di pace. Abbiamo bisogno di gioia, di speranza, di pace. Tu che sei Madre di amore, insegnaci a non offendere mai l’unità e la comunione tra i tuoi figli. Aiutaci a pregare per essere immersi nel tuo amore e a lavorare perché questo diventi concreto per tanti. L’anima mia magnifica il Signore.

Abbazia di Pomposa - Codigoro (FE)
15/08/2026
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