L'intervista

Mons. Bulgarelli: «La Chiesa italiana tra ascolto e carità»

Incontro con il preside della Fter da poco nominato Sottosegretario della Cei

BOLOGNA – Abbiamo intervistato monsignor Valentino Bulgarelli, preside della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna e da poco nominato sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei).

Sono settimane intense, anche di trattative, di verifiche per le vicende legate al Covid. Monsignor Bulgarelli, come sta andando? E la nomina che cosa ha portato nella sua vita?

Diciamo che
ha complicato
ulteriormente
la mia agenda
che era già
abbastanza
intensa. A parte la battuta, è un attestato di stima da parte dei Vescovi e di questo sono molto grato. Certamente però aumentano le responsabilità, soprattutto lavorando a livello di Segreteria generale, perché il compito, prima come uffici e poi come sottosegretario, è quello di aiutare il Segretario generale a vivere ciò che da tempo è auspicato da tutti: un esercizio di coinvolgimento, di sinodalità e quindi di cammino insieme anche delle Chiese locali italiane. Un impegno importante, ma anche interessante.

Siamo in tempo di Avvento, di attesa di un Natale quest’anno «pandemico». Cosa significa questo Natale così particolare?


Abbiamo già vissuto un’esperienza liturgica forte durante la pandemia, quella del primo lockdown, perché la Settimana Santa, il fulcro dell’esperienza credente, si è misurata con la situazione di emergenza sanitaria. In questo momento si percepisce un po’ lo scoraggiamento, perché forse ci si era illusi di aver superato la fase critica e «improvvisamente» (in realtà era stata preannunciata), ci siamo trovati a rivivere alcune cose già viste. Aggiungerei che il Natale porta soprattutto desiderio di intimità, di legami familiari e di riscoperta degli affetti più cari, più veri, più profondi. È chiaro, quindi, che si sta avvertendo la fatica di come vivere questo tempo. Aggiungerei però anche la lucidità pastorale dei Vescovi, perché veniamo da mesi in cui abbiamo vissuto la liturgia, che ovviamente è soltanto un aspetto della pastorale, con grande attenzione e quindi anche il recupero di un tema molto caro a papa Francesco, l’essenzialità. Perciò credo che anche il Natale per noi sarà occasione per vivere la bellezza dell’incarnazione del Figlio di Dio, anche nella bellezza della liturgia.

I Vescovi hanno accompagnato con un testo l’Avvento, entrando nelle domande esistenziali che questo tempo ha suscitato in ognuno, nelle drammatiche situazioni che stiamo vivendo. Tempo, dunque, di tribolazione, ma anche di preghiera e speranza…

Il messaggio del Consiglio episcopale permanente che è stato consegnato a tutte le comunità locali domenica scorsa è, dal mio punto di vista, molto bello, per alcuni versi anche profetico, nel senso che c’è un’istanza, percepita e raccolta dai Pastori delle nostre Chiese, di riuscire a farsi le domande giuste in questo tempo. È vero che c’è il problema del vivere l’aspetto liturgico, però c’è anche l’attenzione alle fragilità che sempre di più stanno emergendo, alle nuove povertà, alle fatiche delle famiglie di accompagnare i figli, di gestire il lavoro. Per cui questo messaggio dà veramente un respiro a 360 gradi. Letto, però, con gli occhi della fede. Il pessimismo, cioè, non appartiene alla vita cristiana, alla vita di fede: è la categoria, la virtù della speranza quella che permette una lettura anche del tempo presente.

Una speranza che viaggia anche attraverso le nuove modalità di connessione, nell’uso dei mezzi di comunicazione. In questi mesi si è data voce alla Chiesa, ai Pastori ma anche alla gente in un modo inedito e creativo. È un segno dei tempi, di una Chiesa che cambia pure il modo di comunicare?

Sì, e credo che questo debba anche aprire delle riflessioni, perché probabilmente abbiamo sempre inteso i mezzi della comunicazione semplicemente come strumenti. È un rischio che abbiamo visto anche nei mesi del lockdown precedente, tanto è vero che abbiamo portato, come si suol dire, «la Chiesa in casa» con i mezzi, le piattaforme, i social media e quant’altro. La riflessione che dobbiamo fare è che questo è un luogo. Come osservano papa Francesco, il Direttorio delle Comunicazioni sociali e tanti messaggi anche della Conferenza episcopale italiana, è un ambiente da vivere e abitare: ha una sua grammatica, suoi codici comunicativi. Si apre, quindi, anche una questione di evangelizzazione e annuncio. Non sono temi nuovi, però il tempo che stiamo vivendo, che io amo definire uno dei più grandi esperimenti sociali, ci sta costringendo anche a rivedere la categoria del «si è sempre fatto così». È però un aspetto che ha sempre toccato la vita della Chiesa nella storia, proprio perché la comunità cristiana abita il mondo e quindi in questo momento ci è chiesto, anche con fatica (che significa non dimenticare il dolore, la sofferenza, i morti, le tante famiglie provate da lutti), di vedere come poter dire oggi la buona e bella notizia. In questo senso, vi ringrazio per il vostro prezioso servizio di comunicazione.

Anche nei prossimi mesi dovremo affrontare delle prove. Come aiutare le persone che vivono una confusione ma anche una grande attesa, una grande speranza? Tutti si domandano come vivere il rapporto con le norme dello Stato, le restrizioni, ma anche la voglia di continuare a
vivere la
propria fede.


La linea che
l’episcopato
italiano ha
scelto è
quella,
responsabile,
di collaborare
con il governo
proprio perché è una questione di salute pubblica. Credo anche che abbiamo dato prova nei nostri luoghi di aver gestito al meglio tutti i protocolli richiesti, e ci è stato anche riconosciuto dallo Stato. D’altra parte, però, in questo momento si avverte davvero la necessità di aumentare la capacità di ascolto non solo della realtà, ma anche delle singole persone. Ciò interpella tutti gli operatori pastorali, presbiteri, parroci. Dal mio osservatorio per certi versi privilegiato vedo, nonostante tutto, il tentativo delle comunità parrocchiali, associazioni, movimenti, di mettersi in ascolto delle fragilità, delle nuove povertà, di questo luogo inedito che sta avanzando. È il tema di «Fratelli tutti» di papa Francesco, dell’attenzione, quindi, alla parabola del Samaritano che dice l’importanza del prendersi cura delle persone. Questa mi pare sia l’attenzione della Chiesa italiana in questo momento.

Alessandro Rondoni

condividi su