È una grazia celebrare assieme questa Eucarestia all’inizio dell’anno che abbiamo dedicato al Pane e al Congresso Eucaristico. Tutte le nostre persone, con i limiti che portiamo, trovano pienezza nel vivere questa comunione. Non smettiamo di stupirci per la Sua presenza in mezzo a noi e nostra con Lui. È vero che siamo segnati dall’abitudine e ciò non ci scandalizza. Un’idea enfatica, da minimo alto, da prestazione spirituale è pericolosa e ambigua. Togliamoci i sandali dell’abitudine e della tiepidezza, e ringrazio, e ringraziamo per questa Eucarestia all’inizio dell’anno nel quale siamo chiamati a riscoprirla, ad apparecchiare la mensa eucaristica con rinnovata passione, renderla più presente nella vita quotidiana delle persone.
Siracide in questi giorni ci aiuta a cercare la saggezza, la vera intelligenza spirituale e, quindi, davvero umana. Sapiente è chi si applica a meditare la legge dell’Altissimo. Dovremmo pensare, però, che avvenga anche il contrario! Gesù benedice il Padre, esulta, perché ha nascosto il segreto del Regno, la sapienza del suo amore, la conoscenza del suo mistero ai dotti e agli intelligenti e li ha rivelati ai piccoli. Quindi dipende da noi. San Francesco univa la sapienza alla santa semplicità che confonde ogni sapienza di questo mondo e della carne (FF258). Semplicità è sorella germana della sapienza, diceva e riteneva che la possono acquistare e praticarla coloro che sono poveri di scienza. “Semplicità che lascia le tortuosità delle parole, le ostentazioni e le curiosità e cerca non la scorza – noi diremmo le apparenze, con versioni digitali molto attraenti – ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile bene” (FF775). In un mondo che enfatizza la cultura della potenza, in un mondo che ha paura della fragilità e fa del limite un difetto da correggere, la sapienza di Dio ci ricorda che l’umano non fiorisce malgrado il limite ma, spesso, attraverso il limite. Gesù parla alla folla, semina con larghezza, senza aspettare la ricompensa e senza verificare i frutti. Semina, predica “la parola di Dio”, perché dall’ascolto di questa nasce la fede, emerge la persona che trova se stessa.
Simone era stato disponibile – quanto è vero che la disponibilità è il primo modo che fa incontrare il Signore e il prossimo! – e aveva aiutato quello strano Maestro che predicava la parola di Dio a gente qualsiasi, a tutti, senza distinzioni. Gesù si rivolge proprio a lui: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. È Gesù che non si rende conto di Pietro e del diritto alla stanchezza, o parla a lui proprio per liberarlo dalla sua amarezza, dalla sconfitta, dalla delusione, perché vuole per lui una vita piena? Al largo, dove le acque sono più profonde, e non farlo svogliatamente, senza convinzione o solo per vedere se funziona, ma al largo come un nuovo inizio. Non lo fai per la tua esperienza, contro le tue convinzioni, e la nostra generazione pretende di capire prima di iniziare qualcosa, mentre invece capiremo e diventeremo sapienti solo vivendo. Capiremo se saremo come i piccoli, ridiventando piccoli come Nicodemo che accetta di nascere dall’alto anche se vecchio perché si lascia condurre da quel vento che non sa da dove viene e dove va ma che cambia il cuore e questo mondo. Simone non fa finta, non nasconde i suoi problemi. È sincero. È davvero se stesso mettendosi di fronte a Gesù. Questo è trovare la risposta, la vera definizione di sé, altrimenti ineffabile o misera. Parla del limite, della delusione, della notte, della fatica e, per certi versi, dell’inutilità. Forse non mi prende sul serio proponendo una cosa così, tanto che mi chiede di farla di nuovo come se niente fosse? Non ha rispetto? Il Signore sembra chiedergli più di quanto lui possa dare mentre, in realtà, gli permette di fare quel tanto che può. È un peso, ma sulla tua parola getterò le reti. Gesù l’aiuta a vedere i risultati anche quando non prendono nulla. Pietro, quando vide l’abbondanza dei frutti si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Lui gli rispose: «Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini», avrà forse altre notti amare, ma ora sa la forza della Parola che cambia la vita. Scopriamo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua. Affidiamoci come bambini nelle braccia di Dio, sempre tanto più grande del nostro cuore e della nostra piccolezza, peccatori come siamo e come restiamo, ma amati da Lui. Non l’esaltazione di sé, non la presunzione delle personali capacità, come il mondo insegna per credersi importanti, ma l’umiltà di essere suoi, e di farlo solo perché me lo chiede Lui. È il Signore che chiama. Non ci chiamiamo da soli, è la sua chiamata ci fa cambiare e anche ringraziare. Bisogna avere fiducia nella sua forza. Non c’è abbondanza senza mettere al centro la Parola e il suo corpo, e affidandosi al suo corpo. Peschiamo uomini, come disse Papa Benedetto XVI, che vivono alienati – diremmo fuori di sé – dispersi in un mare di oscurità senza luce, e lo facciamo per mostrare Dio agli uomini. E quando si vede Dio, la sua luce, il riflesso del suo amore, comincia veramente la vita. In questa nostra Chiesa di Bologna, nostra Madre, e alle comunità che portiamo nel cuore e che rappresentiamo, oggi un nostro fratello chiede di essere ammesso tra i candidati al sacramento dell’Ordine.
Gesù ha detto: “Pregate il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe”. Oggi corrispondendo alla sollecitudine del Signore e alla necessità della Chiesa, questo fratello è pronto ad accogliere la divina chiamata con le parole del profeta: “Eccomi, manda me”. È Mario Paparone, della nostra, diocesana, Piccola Famiglia dell’Annunziata. Come tanti è figlio del meridione, nato a Capo d’Orlando. Come tanti è venuto a Bologna per frequentare Medicina. Ospite dai dehoniani sentì il desiderio della confermazione – gli itinerari del Signore sono imprevedibili e non pensiamo di renderli tutti previsti come in un noioso navigatore! -, e fu seguito da don Isidoro e portato verso San Vincenzo de Paoli, il Vangelo e i sacramenti. Si sente doppiamente figlio della nostra Chiesa. Trasferito a San Lorenzo incontrò don Marcello Galletti – i semi danno frutto – che lo ha accompagnato con la sua paternità spirituale, responsabile, soprattutto vicina, piena di rispetto e anche di passione. La sua vita cambiò con un pellegrinaggio proprio in Terra Santa e con una veglia di preghiera al Santo Sepolcro. Il legame con Monte Sole e con Don Athos, il suo calore, gli ha permesso di superare tante difficoltà. Presiedere nella comunione ci chiede tanta paternità spirituale, in una generazione dove il padre, come sappiamo, non sa più chi è. Ha lasciato tutti i suoi beni secondo le indicazioni del Vangelo e distribuendoli ai poveri. Erano tanti e lui stesso afferma, con sincerità, non posso dire che mi fossero estranei, e parla con gioia della libertà che viene da questa spogliazione. A Bonifati fino al 2021 e poi a Main in Giordania da cinque anni. Ora la chiamata al presbiterato come servizio per la comunità e per i cristiani latini. È una grazia per noi, un legame che abbiamo desiderato fosse di tutti proprio in questo giorno, sia attraverso la Piccola Famiglia, con la sua storia e la sua presenza benedetta, sia per la presenza qui del card. Pizzaballa che ci unisce ancora di più. Tutto questo ci deve spingere a pregare quotidianamente per la Terra Santa e anche ad avere una vicinanza maggiore con segni di solidarietà, nella comunione cattolica che rende la nostra Chiesa familiare ovunque e con tutti. La fede si lascia interrogare dalla storia, dai segni dei tempi, perché chi è di Dio è anche degli uomini.
Dossetti nel 1964 aveva scritto da Gerusalemme: «Dalla finestra che è proprio di fronte all’altare intravedo la finestra del Cenacolo. Si sentivano i canti degli ebrei, ma non disturbavano, anzi, accentuavano l’impressione di questo immenso disegno di Dio, che da millenni abbraccia tutta l’umanità in un grande abbraccio di Misericordia e di Amore». Continuiamo a pregare perché nonostante i muri altissimi di odio, di sofferenza, di incomprensione, proprio dalla Terra Santa e dal Medio Oriente si ricomprenda quel disegno di Dio, immenso e profanato dall’uomo, ma sempre indicato da Dio, per il quale continuiamo a gettare le reti con la nostra vita.
