Ma per noi è così vero, come dice la saggezza del Siracide, che rancore e ira sono cose orribili? L’ira si può dominare oppure è enfatizzata da un modo egocentrico, epidermico di vivere, irriflesso, comandato dalle sensazioni e trascinato dall’istinto, senza la moderazione della fraternità, tanto da diventare un modo elettrico di vivere e di rapportarsi con il prossimo? Siracide ci ammonisce: “Se ti vendichi sperimenterai la vendetta del Signore”, cioè resti prigioniero dei tuoi peccati e costringi Dio a misurarti con la misura che tu usi. È molto facile conservare il rancore, pensare ingenuamente che sia inerte – mentre non è mai senza conseguenze, come l’odio, il pregiudizio, la vendetta -, arrivando pure a sentire il dovere di conservarlo, come fosse un dovere di giustizia per il ricordo del male subito, per non dimenticare la ferita, per conservare la chiarezza del nemico da riconoscere e combattere, per sentirsi vittima e in diritto di armarsi per difendersi. Il rancore giustifica il malumore, la malevolenza, arma il cuore per difendersi. Così il mondo si popola solo di nemici da cui difendersi. E, poi, come liberarsi dal rancore che, in realtà, è un nostro peccato che rovina il nostro cuore e le nostre relazioni? Si può imporre il perdono? Come fa Gesù a chiedere il perdono, sempre e di fronte a qualsiasi colpa subita? Certo, il perdono è interiormente anche un itinerario: i dubbi ritornano, come il dolore per la ferita e quindi il senso di ingiustizia e di odio, specie se il colpevole non fa nulla per meritarsi il perdono, anzi! Ma Gesù non ammette eccezioni e non vuole misure, con un atteggiamento interiore simile all’amore. Il perdono lo regali perché lo chiede a te Gesù.
Poi, poco alla volta, capirai perché te lo chiede. Fate tutto quello che vi dirà! E lo facciamo non perché abbiamo capito! Il perdono non è dimenticare ma non farsi attaccare dal male. Spesso, purtroppo, l’altro diventa solo il suo errore e così finiamo invischiati, senza via di uscita, nella catena terribile del rispondere al male con il male. E quando finisce? Annientando l’altro? La vendetta soddisfa o ti condanna alla stessa pena? Il perdono è una delle infinte declinazioni dell’amore, per cui a tuo fratello che commette colpe contro di te – e non c’è casistica, qualsiasi colpa quindi – non smetto di trattare l’altro come egli è: mio fratello. Anche quando sbaglia, non mi riconosce, resta mio fratello o io lo resto per lui! Anche Pietro pone la domanda sulla misura del perdono, è disposto a sacrificarsi ma non ad amare. Gesù dice: sempre! Non una misura, ma un atteggiamento. Occorre sempre difendere la fraternità, perché solo il perdono la ricostruisce, la rigenera, perché senza non c’è più mio fratello ma la sua colpa. Il perdono serve alla vittima, aiuta a non essere doppiamente vittima, a non condannarsi a subire le conseguenze del male subito. Lo capiamo ricordando come Dio sia un Padre che non smette di rimettere i nostri debiti. Il fratello maggiore non perdona! Si è molto discusso se è possibile imporre il perdono e ordinare il perdono. Chiedere di perdonare è per tutti, e dovrebbe donarlo chi lo ha ricevuto. E quanto perdono tutti noi abbiamo ricevuto da Dio e dai fratelli!
Quando smettiamo di illuderci, credendo di avere meriti, e ci ricordiamo delle proporzioni? Il debito è immenso come ciò che il padrone ci rimette, e lo fa solo per misericordia, è incredibile considerando proprio il torto subito, ed è così pur incredibile la mancanza di misericordia per un debito da poco. Il Signore non si stanca di pensarci figli e fratelli. È un Padre, non un giudice e il suo è sempre il giudizio di un Padre che ama. Solo il perdono permette di non farsi attaccare dal male, di non abbrutirsi, di non entrare nella spirale di odio e di inimicizia che fa precipitare tutti nella voragine della violenza, dell’inimicizia, della guerra. Solo il perdono, non l’indifferenza, far finta, la dimenticanza! È non rendere mai il male con il male che interrompe la catena. Il perdono ci fa disarmare, e disarmati possiamo cercare con fermezza e libertà la giustizia, che non solo non è contraria al perdono, ma ne è un compimento indispensabile. Il perdono libera dalla vendetta che deforma la giustizia. Ricordarci del debito che abbiamo verso nostro fratello è un modo per vivere la gioia della fraternità. Gesù lo farà fino alla fine, dalla croce, perché Lui ci giustifica, Lui fa il nostro avvocato presso il Padre, spiegando che non sappiamo quello che facciamo. E possiamo essere rigorosi nel perseguire la giustizia proprio perché è riparativa del male e non solo punitiva, e la punizione ha un senso solo se ripara e non diventa l’inutile vuoto che permette, invece, al male di rafforzarsi.
Possiamo trarre da questo insegnamento evangelico la dottrina sociale. La ricerca della pace inizia con il perdono. Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono. Troppo odio arma le mani e i cuori. Disarmiamoci e costruiamo la pace con il perdono, sapendo vedere nel nemico il fratello con cui trovare di nuovo il modo per vivere insieme. Ciò dovrebbe dire qualcosa anche per il sistema penitenziario, perché il non senso significa suicidi, recidività altissima e, quindi, il contrario della sicurezza che si crede vi possa essere sbandierando le chiavi buttate via e alzando i muri. È un inganno che soltanto incattivisce, tutti, compresa la vittima, davvero non tutelata e colpevole, che resta tale, ma senza speranza. Perdono non è buonismo, ma vittoria sul male, quindi forza, intelligenza, riparazione, ricostruzione di quello che il male ha rotto. Papa Benedetto XVI disse: “Perdonare non è ignorare ma trasformare: cioè Dio deve entrare in questo mondo e opporre all’oceano dell’ingiustizia un oceano più grande del bene e dell’amore”. Il perdono non lo dona chi sta bene, ma chi è ferito o ha ferito! Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Dio è gratuito, è tutto gratuità. Noi non possiamo ripagarlo ma quando perdoniamo il fratello o la sorella lo imitiamo e siamo umani, fatti a sua immagine. Perdonare non è, dunque, una buona azione che si può fare o non fare: perdonare è una condizione fondamentale per chi è cristiano, perché solo così si vince il male.
