La fermezza dell’Apostolo ci aiuta a capire la preoccupazione di Gesù che ieri abbiamo ascoltato nel Vangelo, quella di rendere ognuno consapevole delle conseguenze delle proprie scelte. Combattere il male, ma non con la freddezza dei giudici, distaccati, che non hanno niente a che vedere con il giudicato, anzi lo esaminano senza amore, guardano solo la pagliuzza, lo sbaglio, non il cuore, come, al contrario, fa Gesù. Il Signore cerca la pecora, l’unica che si è smarrita, e non è contento finché non può mettersela sulle spalle; ha zelo per la sua casa, perché la vuole una casa di preghiera e non di commercio; difende gli uomini dal grande ingannatore che li porta a farsi del male, a distruggersi, illudendoli di star bene. È sempre il primo peccato: quello di credere di star meglio impadronendosi dell’amore, facendosi proprietari, e non amati che amano e che per questo hanno tutto.
L’Apostolo è animato dalla passione per la comunità e, come chi ama, non può vedere l’amato farsi del male. San Paolo pianse per la comunità di Corinto perché padre e fratello. Il falso rispetto per cui mi accorgo e non aiuto, non dico nulla, è la stessa cosa del giudizio freddo e distante, di chi usa la verità per non amare, per condannare, per pensare con malevolenza e sospetto, perché non ha capito che non c’è bisogno di sacrificio ma di misericordia. Quello che cambia la vita è l’amore, e pure per amore “assente con il corpo ma presente con lo spirito”. L’Apostolo libera dall’orgoglio di chi si vanta di ciò che fa male. È l’amore che ci viene chiesto!
Quello che le osservanze esteriori, svuotate del loro spirito, non trovano. I farisei pensavano di difendere il sabato e quindi diffidano di Gesù che rimette al centro del sabato quello per cui è stato indicato: la persona. Il sabato è per l’uomo, non viceversa. La scelta è quella di salvare la vita o no. Non c’è via di mezzo possibile tra il bene e il male, e non fare nulla è fare del male. Se mettiamo condizioni, e quindi se non salviamo la vita, se non scegliamo il bene, condanniamo. Gesù fa sua la sofferenza di quell’uomo, rovinato, umiliato, senza futuro.
Gli scribi e i farisei l’unica cosa che sanno fare è osservare e poi, invece di gioire per una liberazione che restituisce la vita piena a chi l’aveva perduta, condannano Gesù e meditano come colpirlo. È la malevolenza che acceca, la tentazione di vedere problemi dove non ci sono, di osservare la regola della propria convenienza o di svuotare quella regola del suo significato, tanto da farne motivo per non amare. L’atteggiamento di molti, che si credono giusti – e perché poi? – che mormorano contro Gesù invece di sostenerlo, che dividono credendo di difendere la vita, che non sopportano la misericordia perché pensano che confonda. Sono i fratelli maggiori della parabola che non considerano il fratello del quale non hanno interesse, a differenza del padre.
Gesù la sofferenza di quell’uomo la mette al centro e pone la domanda dell’amore, di fare a lui quello che vorremmo fosse fatto a noi, di curarlo, sempre e comunque. Il sabato diventa motivo contro la persona quando sono più importanti i parametri economici, pur rilevanti, e proteggere quelli più affaristi, che salvare la vita. La sofferenza del compianto ci ricorda come Gesù chiede, e solo per amore, quando si spegne la speranza, di garantire consolazione e cura. Non è uguale se aiutiamo o no, se curiamo o no. Vediamo il mondo dalla parte dei piccoli per poterci vedere bene. Ecco la cura dai nostri sabati, dalle regole dell’individualismo. In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e da costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simile a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono.
Per questo, come credente tra i credenti, Maria ci ricorda che la Chiesa è madre e indirizza anche il nostro sguardo «sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati», educandoci «ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti. Il limite non è una condanna ma una domanda. E una madre lo accetta, non se ne allontana. Papa Leone XIV ricorda come il nostro rapporto con la vita è in crisi, perché “tutto ciò che appare come ‘limite’ – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione” (MH 118).
Dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite ma, spesso, attraverso il limite. Questo è il senso del nostro servizio: il limite deve essere attraversato, la cura è al centro delle nostre preoccupazioni. Quanto è vero che così impariamo la compassione, la sincera inquietudine di fronte ai bisogni degli altri, la generosità che sorprende anche in mezzo all’oscurità e al fallimento, l’esperienza spirituale e l’adorazione di Dio! “Lo vediamo in tanti momenti in cui il limite si fa concreto nella nostra vita, quando riceviamo un rifiuto, quando soffriamo per la malattia o la morte di una persona amata, quando sperimentiamo l’incapacità o il fallimento.
Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo, condividendo ciò che siamo e ciò che abbiamo, così che la presenza di Gesù cresca in mezzo a noi e prenda forma il suo Regno”. La scelta è sempre curare la vita, perché questo dà senso, vera dignità, la rende preziosa proprio quando è debole, eliminando il dolore e la solitudine, curando, accompagnando. Il valore della vita non ha prezzo, altrimenti si finisce per avere paura della vita stessa, tanto che non la facciamo nascere, non la difendiamo, non la capiamo più. Maria della Vita ci aiuti a rivestirla sempre di tanto amore, che sia sempre al centro, perché la sofferenza trovi le risposte adeguate, per tutti. Maria della Vita ci insegni ad avere cura.
Bologna, Santuario di Santa Maria della Vita
07/09/2026
