Messa per il 9° anniversario della morte del cardinale Carlo Caffarra e nella memoria del beato Olinto Marella

Non dobbiamo sentirci debitori se non dell’amore vicendevole. È una grande libertà e ciò significa anche il debito che dobbiamo sempre mantenere con il Signore e con i fratelli e le sorelle. Il Vangelo ci chiede quello per cui siamo stati creati e che rende piena la nostra vita, la riempie di senso e di gratitudine, perché ci chiama a capire quanto siamo stati amati, e anche a riparare il debito proprio restituendo il tanto che ci è stato donato. È il fondamento della gratuità, ma anche della gratitudine, perché avere questo debito vuol dire che tanti ci hanno fatto credito, hanno avuto fiducia in noi quando noi non sapevamo amare. È il motivo per cui essere migliori, non accontentarci e anche di non diventarne mai proprietari.

Che grande pericolo quando pensiamo che l’amore sia nostro se lo possediamo, o se lo leghiamo a noi, in tanti modi, invece di regalare quello che abbiamo e di indicare solo Colui che è amore, Gesù! Conservare il debito ci aiuta a ricordarci ad essere premurosi, sensibili, di fare noi il primo passo, di non dare mai per scontato, e insegna a ricordarci che siamo stati amati quando eravamo distanti, distratti, presi da noi stessi, avari. Siamo tanto amati, senza misura, mentre finiamo per essere attenti alla contabilità e così l’amore diventa un’altra cosa. Un debito che paghiamo vuol dire anche che siamo contenti di considerare il prossimo più dell’amor proprio e questo ci aiuta a combattere l’egoismo e capire chi siamo. Se noi siamo debitori dell’amore, gli altri hanno un credito, cioè hanno il diritto ad essere amati, a partire dai più poveri.

Lasciamo, allora, che i nostri fratelli, a partire dai più poveri, vengano a riscuotere. Chiederanno amore, visita, parola, sostegno, consiglio, protezione. Proprio per questo cerca sempre di salvare la fraternità e il fratello e di non far crescere mai l’odio e la vendetta. Perché quello che leghiamo sarà legato in cielo, come quello che abbiamo sciolto. È una responsabilità individuale guadagnare un fratello, liberarci da un falso rispetto che giudica e non aiuta, che ha paura di aiutare perché non crede alla fraternità. O come se aiutare fosse contro il prossimo, mentre è l’indifferenza che distrugge la fraternità. I farisei giudicavano e non amavano. Gesù chiede sempre, e a tutti, di amare e per questo di non giudicare. A chi leghiamo il nostro cuore e cosa sciogliamo nell’incontro con il nostro prossimo? Se siamo sciolti da tutto, non piangiamo per qualcuno, non soffriamo per amore perché salviamo noi stessi e pensiamo di star bene con legami scambiabili e con un prossimo che resta una categoria e non un volto, una storia, una persona, e così restiamo soli e prigionieri della catena dell’individualismo.

Oggi volentieri ci sentiamo debitori verso due testimoni cui è legato questo giorno, lontani nel tempo, anche come servizio, sensibilità, esperienza, ma sempre nell’unica comunione che rende ogni nostro amore importante. La chiarezza del Cardinale e il suo appassionato amore per la Chiesa, sempre e solo Madre. Ho rivisto uno degli ultimi suoi interventi, proprio sulla morte: “Che cosa ho il diritto di sperare? Nulla. Che cosa posso ragionevolmente sperare? Molto poco. Che cosa mi è dato di sperare? Tutto, perché mi è dato di sperare la visione del volto di Dio”. “Sto parlando dell’esperienza della radicale insufficienza di ogni realtà finita, che muove il cammino dell’uomo verso la Sorgente, verso il Principio, per salire dai molti all’Uno, dai diversi all’Identico”. “La testimonianza cristiana sul dopo morte ha una dimensione oggettiva ed una dimensione soggettiva. Attesta il fatto decisivo: la risurrezione di Gesù”.

“Commovente è il dialogo fra il prefetto Rustico ed il martire San Giustino. «Comunque lo pensi, che salirai in cielo?» «Non lo penso; ne sono assolutamente sicuro». La testimonianza senza convinzione è menzogna; la convinzione senza contenuto è fanatismo. La testimonianza è la sintesi sempre in tensione tra libertà e verità, perché il testimone è liberamente vero e veramente libero”. “Esiste un luogo nel quale tu puoi gustare come l’antipasto del banchetto eterno? Sì. È la Liturgia: un pezzo di paradiso caduto in terra. La dissoluzione dell’azione liturgica, la sua dissacrazione, cui così spesso oggi assistiamo, è il danno maggiore che possiamo fare all’uomo. Lo lasciamo senza una risposta vera circa il dopo morte”.

Padre Marella ci parla della sua attenzione concreta, sociale, di tanta attenzione materiale che, però, nasceva dall’amore per Gesù. “Non lasciate mai la preghiera! La preghiera è il respiro dell’anima, l’elevazione del nostro spirito dalle cose umane alle cose divine, la nostra conversazione con Dio. Molti pregano soltanto quando hanno da chiedere aiuto, quando si trovano in pericolo, in necessità. Che cosa direste di un’amica che vi viene soltanto a trovare quando ha bisogno del vostro aiuto? Chiediamo anzitutto tutti i beni spirituali che ci occorrono per la salvezza dell’anima nostra, per la nostra santificazione.

Dopo chiediamo pure i beni temporali: il pane quotidiano, la salute, il lavoro, il successo, quello che a noi necessita ma dopo aver detto, dammi, liberami, aiutami, concedimi, aggiungiamo sempre col cuore sincero quello che Gesù ci ha insegnato col Suo divino esempio “non la mia, ma la tua Volontà sia fatta”. La preghiera è stata chiamata l’onnipotenza dell’uomo e l’impotenza di Dio, perché Iddio non sa resistere all’umile e costante invocazione della Sua creatura. Nessun rispetto umano ci deve trattenere dall’orazione. Vergogniamoci di non pregare. Fra tutti gli esseri del Creato l’uomo solo può elevare la mente a Dio, perché l’uomo solo ha un’anima a somiglianza di Dio. Ecco, come paghiamo il debito? Restituendolo, amando gratuitamente. E solo per amore l’estraneo diventerà fratello, sorella, prossimo. E così saremo sciolti dall’amore per noi, dalla prigionia di sé, perché finalmente in relazione con il prossimo.

Cattedrale di San Pietro, Bologna
06/09/2026
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