L’uomo qualche volta pensa di insegnare a Dio come il suo “mestiere”. Così si perdono le proporzioni, si diventa come quelli che in nome della verità – la loro! – seminano divisioni, credendo così di aiutare la Chiesa mentre invece la offendono e la indeboliscono. Quando ci mettiamo al centro – si chiama egocentrismo – finiamo per credere che lo siamo per davvero. Noi, invece, stiamo bene solo quando amiamo e quando ci pensiamo in relazione agli altri e non da soli. Finiamo per crederci, tanto da divenare come quei “padreterni” a cui non si può dire nulla, che non ascoltano perché sanno già tutto, che parlano sugli altri invece di ascoltarli, che pensano di avere sempre qualcosa da dire e devono sempre dimostrare le loro capacità e verificare la loro prestazione.
Finiamo per credere che Dio debba fare ciò che pensiamo noi. Questo è proprio il peccato dell’uomo, che si vuole fare Dio e così rovina la sua vita, credendo di esserne il padrone perché la possiede e vive solo per se stesso, mentre è sua quando ama e si lascia amare. Dio, invece, fa il contrario: si fa uomo e regala la sua vita per insegnarci che solo diventando uomini che amano facciamo nostro quello che non finisce, si ama sé e gli altri, e così amando diventiamo per davvero come Lui. Possediamo perché amiamo e non viceversa, poichè quando possediamo non amiamo e non siamo amati! Gesù, che possiede tutto, dona tutto. Gesù vuole che gli uomini si ricordino che sono fatti a sua immagine e che solo prendendola sul serio, e riconoscendola nel prossimo, stanno bene e sono se stessi.
Gesù vero Dio e vero uomo, è vissuto e vive con noi, ha sofferto e soffre per noi e con noi, è risorto, ha spalancato la porta della morte perché anche noi possiamo risorgere con Lui in questa vita e, soprattutto, alla fine della nostra vita. Ecco perché “largamente perdona”. I suoi pensieri non sono i nostri miseri pensieri, le nostre vie, dove ci perdiamo dietro noi stessi, non sono le sue vie. Gesù è venuto per aiutarci a capire i suoi pensieri e per farci scoprire i nostri. Diventando suoi amici scopriamo il suo cuore, la sua mente, e si accende il nostro cuore, vediamo e capiamo. Gesù cammina sulle nostre vie, pericolose, a volte ingannevoli, perché vuole che le nostre vie non finiscano ma portino al cielo, e perché sappiamo riconoscere i tanti pezzi di cielo nel nostro cammino su questa terra. Quando pensiamo come Gesù, quando viviamo i suoi sentimenti, capiamo la vera grandezza della nostra vita, impariamo a vivere e diventiamo davvero umani. E lo capiamo in questa bellissima parabola ascoltata oggi.
Il Regno di Dio lo capiamo dall’amore che ha questo padrone di casa. È sempre una casa quella del Signore. Non un palazzo, un ufficio, una sede: è una casa. Egli ama la sua vigna e vuole che sia curata, che dia frutto e chiama tanti a lavorare. Anche chi lavora trova il frutto per la sua vita, capisce le sue capacità e fa sua la gioia di una vigna che è curata. Il padrone non si stanca di andare a cercare lavoratori. Ama la vigna e ama i lavoratori, non vuole vedere nessuno disoccupato, quindi poco importante, senza speranza. Rende questi disoccupati dei lavoratori, li coinvolge nella sua vigna. Tutti abbiamo bisogno di sapere che qualcuno ha bisogno di noi, che siamo preziosi, per cui il Padre eterno si scomoda a cercarci, proprio noi, e proprio lui che è onnipotente e che potrebbe fare a meno di tutto e di tutti.
È una grazia poter lavorare nella vigna. A quelli che chiama alle nove del mattino gli dice: quello che è giusto ve lo darò! Il nostro è un Dio giusto, ma la sua giustizia è diversa da quella degli uomini, supera quella degli scribi e dei farisei, perché è la giustizia dell’amore. Chi sono quelli senza lavoro? Diventano pigri, oziosi, svogliati e, quindi, non hanno niente da perdere e spesso possono fare anche cose brutte. È curioso che con il digitale, con il cellulare, abbiamo sempre da fare, “scrolliamo” di continuo immagini e guardiamo dappertutto ma, in realtà, siamo disoccupati. Un giudice – e quanto giudichiamo, spesso con malevolenza, invece di rispettare e amare! – avrebbe subito detto: “Sono così per colpa loro, non hanno voglia di fare niente”. Ascoltiamo invece come rispondono amaramente: “Nessuno ci ha preso a giornata”. È sera. La giornata è praticamente finita. Cosa fa quel padrone? Non li rimprovera, non li guarda male, non fa loro vaghe promesse per il futuro poichè oggi non c’è più niente da fare. No gli dice: “venite!”. Vuole che tutti lavorino, che nessuno sia disoccupato nella vita ma che viva, dia frutto, non resti senza far nulla.
Quando non si ha niente da fare la vita si riempie di tante cose inutili e pericolose. Quelle persone subito accettano perché non vedevano l’ora, e il padrone, fuori da ogni sua convenienza, gli offre un’opportunità, gli dà fiducia. Spesso chi è disoccupato pensa di non valer nulla e si butta via. E poi, lo sappiamo, le dipendenze prendono subito a giornata! Per tutti alla fine c’è solo un denaro, una ricompensa: ed è il vero denaro prezioso che è il suo amore. Perché basta quello per avere tutto ciò che serve, e non è come la ricompensa del mondo che non basta mai. Rispondendo alla mormorazione dei lavoratori della prima ora, che hanno lavorato oggettivamente più degli altri, quel padrone dice: “Ma tu sei invidioso perché sono buono?”.
Quei lavoratori pensano di meritare e dimenticano la grazia di essere stati chiamati. Il vero denaro è poter lavorare. Quando dimentichiamo la grazia, cioè l’amore ricevuto, diventiamo subito invidiosi, pieni di confronti, di ruoli, e perdiamo la bellezza delle cose che facciamo. Non sono contenti di avere avuto il denaro e che lo stesso amore venga donato anche a chi è stato chiamato solo alla fine. Come il fratello maggiore: non gli interessa del fratello ma di sé. Al padre interessa di tutti. E coloro che nella parabola sono stati chiamati per primi, i fratelli maggiori, impareranno solo quando saranno anche loro pieni di amore per il fratello, e per quei fratelli con cui possono lavorare insieme.
Anche noi siamo stati chiamati ad un servizio importante. Quello dell’altare. È un servizio che facciamo con cura nella vigna che è la comunità. Sapete che date tanta gioia, che fate sentire a casa? So che curate con attenzione e bellezza i gesti, perché tutti possano vederli bene e viverli con noi. L’Eucarestia è la cosa più preziosa che abbiamo e vogliamo che sia bella, solenne e familiare allo stesso tempo. Il Signore è la persona più importante che c’è e noi curiamo la Mensa come quando deve venire una persona importante a casa e prepariamo con cura la tavola perché si senta a casa. È Gesù, è Lui il pane, e aiutare a preparare la mensa ci fa sentire importanti perché Lui, che è il più importante, ci rende importanti amandoci e donandoci tutto se stesso.
L’Eucarestia è un mistero che vediamo con gli occhi del cuore, gli unici che vedono bene. Non lo capiamo mai tutto, e non lo capiamo subito. Ma è un mistero di amore: Gesù che ci parla e si fa nutrimento, pane per noi, con te, con noi. È pane che ci fa sentire amati, che dona la forza di amare. Abbiamo tanto bisogno di questo pane! Qualche volta pensiamo: “Ma come si fa ad amare un mondo così?”. Oppure pensiamo: “Non serve a nulla amare perché tutto resta come prima, e quello che faccio è irrilevante!”. Allora è questo pane ci dà forza. E poi è pane di fratelli, tutti riceviamo lo stesso pane, tutto, e basta a ognuno e a tutti. Ecco, il “denaro” che riceviamo è l’Eucarestia e noi possiamo aiutare Gesù a distribuirla. È pane per la nostra anima, che se non la nutriamo viviamo male. Si può vivere senza cuore? Si può vivere senza anima? Essere così vicini al Signore fa crescere in un’amicizia vera e profonda con Lui e dona tanta gioia. Comunicate a tutti il dono di questa amicizia, senza paura, cercando di essere amici e di raccontare come Gesù è con noi e come ci insegna ad amare, amandoci.
È un amore che ci aiuta a non rispondere al male con il male, che poi danneggia tutti, ma ad amare, con quell’amore che fa bene a tutti. Portiamo questo amore perché tanti possano sentirlo attraverso il nostro. Lui si fa comunione e noi viviamo la comunione, specialmente con chi è solo, malato, in difficoltà, chiamando tanti a lavorare nella vigna dell’amicizia e di questo mondo, magnifico, che dobbiamo rendere bello liberandolo dal male.
