Lasciamoci aiutare tutti dalla testimonianza mite, radicale, sapiente di San Domenico. La santità non finisce, ci rinnova e si rinnova. Ad esempio, i vostri neo diaconi e sacerdoti hanno scelto di diventare domenicani proprio perché colpiti dall’umanità dei vostri santi. I santi non sono fenomeni anzi, spesso, come San Domenico, sono i più umili, senza nessun protagonismo, tentazione con cui pensiamo, penosamente, di misurare efficacia e importanza. Il protagonismo individuale, anche il più roboante e affermato, perde l’efficacia perché serve a sé e non al prossimo!
E non confondiamo umile con mediocre! Sono i piccoli che compiono le cose grandi! San Domenico “anteponeva la santità alle sottigliezze del pensiero e il frutto spirituale alle foglie, che sono le parole”. Sappiamo come, a volte, le sottigliezze ci catturano e sembrano dimostrazione di capacità o di intelligenza. La santità è amore e solo l’amore ci chiede di essere migliori, di cambiare, di non accontentarci di quello che siamo e abbiamo. Quando viviamo questa inquietudine riconosciamo e ringraziamo per l’amore che ci è donato e che sentiamo nostro. La santità è nostra ma non la possediamo, perché amore: è dono! Il pensiero comuneafferma esattamente il contrario: “Fa quello che senti”, “fallo solo fin dove vuoi e ti va”, “non ti preoccupare”, come se fosse uguale farlo o non farlo. Sacrificarsi per qualcuno sembra un tradimento inaccettabile per l’idolatria del proprio io, vera religione che abbiamo combattuto poco, ritenendola innocua o perché distratti a combattere nemici che, in realtà, spesso ci cercavano. Quanti maestri, rassicuranti, da benessere senza sforzo, assecondano i capricci – i pruriti, superficiali e vani, che accarezzano l’istinto ma che poco hanno a che fare con la nostra interiorità – li interpretano, li eccitano, facendo perdere dietro a “favole”.
La versione digitale dei capricci li fa diventare un diritto, sempre possibili e indirizzati in una navigazione infinita e compulsiva. Le favole sono talmente credibili che non sappiamo più distinguere il vero dal falso. Eppure noi siamo il sale della terra e forse anche per questo ci chiama ad esserlo. Il problema è quando il sale perde il sapore, la luce resta nascosta e quindi vince il buio. Il sale perde il sapore se non si perde, conservandoci, come quando pensiamo di “avere sempre tanto tempo, “pure il lusso di sprecarlo” e poi ci ritroviamo una vita senza sapore. Facendo così lo togliamo agli altri che lo cercano e finiamo per comprarlo al mercato del benessere a tutti i costi, delle emozioni che diventano dipendenze.
San Domenico rendeva il Vangelo storia, vita, legame, amore pieno di sapore e di luce. Oggi ci insegna a combattere l’eresia, il tradimento del Vangelo, che è l’idolatria di sé che svuota la vita. Lo faceva non ergendosi a giudice, con condanne e verità ridotte a pietre per colpire, ma con la vita cristiana veramente tale, con l’ascolto della Parola, con la preghiera, con la fraternità, con il servizio ai poveri. Così si annuncia la Parola, opportune et inopportune, sempre e con tutti, e sempre, però con “ogni magnanimità e dottrina”, cioè con profondità e semplicità, come si raccomanda l’apostolo, senza malevolenza e supponenza – quanto è facile farla crescere e quanto distanza e freddezza crea! -, gratuitamente, donando la conoscenza della verità che è Cristo, attraverso un incontro e non una lezione.
È il primo frutto del Vangelo e premessa che lo rende vicino e attraente. San Domenico ci aiuta a capire cosa significa. “Il cuore gioioso rende lieto il volto”, scrivono di lui, ed egli “mostrava il pacato ordine dell’uomo interiore mediante una bontà manifesta al di fuori e la felicità del suo viso. E nonostante nel suo aspetto sempre brillasse una grande ilarità, tuttavia la luce del suo volto non cadeva a terra. Mediante questa ilarità si guadagnava facilmente l’amore di tutti e nell’affetto di tutti penetrava senza difficoltà, non appena lo guardassero”.
L’equilibrio pacato e sereno, il volto, la simpatia, non l’acidità, lo scontro. La simpatia non è accondiscendenza e lo scontro non è verità! “Ovunque si mostrava come un uomo evangelico nelle parole e nelle opere”. Da dove nasceva questa gioia? Dall’ascolto della Parola come una lettera di amore. Si sentiva il destinatario e la dirigeva a tutti. “Si applicò alle Sacre Scritture con una diligenza e un desiderio di apprendimento tali che quasi trascorreva le notti insonne”.
Quando leggeva la Parola “sembrava come se ascoltasse il Signore che parlava”, “come Mosè quando aveva visto il roveto ardente e così mentre leggeva solitario, venerava il libro e s’inchinava al libro e anche baciava il libro, specialmente se si trattava del codice dei Vangeli”. Pregava “come se discutesse con un compagno”. Ecco, così i cristiani cambiamo il mondo, siamo rilevanti perché sale e luce in un mondo di vita senza sapore e piena di oscurità.
Vorrei, infine, sottolineare l’importanza della fraternità e della compassione in San Domenico. E ne abbiamo tanto bisogno. Ci ha ricordato Papa Leone XIV che la sfida è “edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità”.
Quanto individualismo! Quante divisioni, etnicismi, suprematismi, alzano barriere, condannano l’altro ad essere nemico e non persona, addirittura arrivando a disprezzarne il dolore, a irriderlo, con definizioni che sono inaccettabili nella forma e nel contenuto, pericolose, induzione a reato, anti cristiane e disumane, incivili e offesa all’umana creanza! Ma si sa che, come la guerra permette tutto, così la logica della forza rende ordinario quello che è e resta inaccettabile, seme di divisione e di violenza.
Dove finisce la magnifica umanità, travolta dal culto ignorante della potenza che illude di difenderla mentre semplicemente la offende e la distrugge? Scriveva Papa Benedetto XVI: “Dove c’è dominio, possesso, sfruttamento, mercificazione dell’altro per il proprio egoismo, dove c’è l’arroganza dell’io chiuso in sé stesso, l’uomo viene impoverito, degradato, sfigurato. La fede cristiana, operosa nella carità e forte nella speranza, non limita, ma umanizza la vita, anzi la rende pienamente umana”. Egli si interrogava: “Come ha potuto svilupparsi l’idea che il messaggio di Gesù sia strettamente individualistico e miri solo al singolo? Come si è arrivati a interpretare la «salvezza dell’anima» come fuga davanti alla responsabilità per l’insieme, e a considerare di conseguenza il programma del cristianesimo come ricerca egoistica della salvezza che si rifiuta al servizio degli altri?”(SS16).
San Domenico viveva una fraternità piena e non a caso voleva vivere quella comunità che è all’inizio del cristianesimo e che sarà anche la sua conclusione, quando vivremo pienamente quel cuore solo e un’anima sola tra noi, immersi tutti nel cuore di Dio, cioè nel suo amore. Per San Domenico la fraternità, fisica, non virtuale, non idealizzata, esprime già qualche cosa della predicazione ed è equivalente al valore accordato alla testimonianza dei santi. Ha tanto amato la fraternità da voler essere con i suoi fratelli unendo la vita terrena a quella eterna, riposando nel coro, sperimentando l’unità di cuore nella preghiera come nel cenacolo.
E poi la compassione, per la sofferenza del prossimo. Per compassione arrivava al dono di sé. “Una donna si lamentò con lui per il fatto che il fratello era trattenuto in ostaggio dai saraceni. Egli, pieno di spirito di pietà, ferito da un profondo sentimento di compassione, offrì di vendersi per la liberazione dell’ostaggio”.
Come studente “turbato dal bisogno dei poveri e bruciando in sé per il sentimento della compassione, decise di seguire i consigli del Signore e, al tempo stesso, di porre rimedio per quanto era nelle sue possibilità alla mancanza di mezzi dei bisognosi che morivano. Vendette così i libri che possedeva e che gli erano assolutamente necessari – non i doppioni o quelli inutilizzati, e forse ciò forse significa anche qualcosa nei nostri studi! – con tutta la suppellettile, e così istituì un’elemosina che distribuì e diede ai poveri. E con l’esempio della sua pietà smosse gli animi degli altri studenti di teologia e dei maestri che questi, dalla generosità di un giovane giudicando la propria avara indolenza da allora abbondarono in elemosine più ricche”.
Una compassione senza limiti e che genera compassione. È scritto di lui: “Il beato Domenico era così pieno di zelo per la salvezza delle anime che la sua carità e la sua compassione non si estendevano soltanto ai fedeli, ma anche agli infedeli, ai pagani e fino ai dannati dell’inferno; piangeva molto per loro”. La compassione è circolare ed è premessa della comunione. “Siccome tutti amava, da tutti era riamato”, “questo predicatore che si commuove di fronte alla sofferenza degli uomini”. La compassione animava anche la predicazione, che non è mai tiepida o dimostrativa, ma passione del Vangelo. “Fra Domenico quando predicava trovava degli accenti così commoventi che, molto spesso, si commuoveva egli stesso fino alle lacrime e faceva piangere i suoi uditori”.
Diciamo con il beato Giordano di Sassonia: “Io ti supplico, illustre guida, padre sostentatore, beato Domenico; sì, te ne prego, assistici in tutti i nostri bisogni; sii per noi veramente Domenico, vigile custode del gregge del Signore. Custodiscici sempre e non cessare di governare tutti quelli che ti sono stati affidati; rendici puri e purificati raccomandaci. E, dopo questo esilio, presentaci di nuovo con gioia al Signore di benedizione, al tuo diletto, all’onnipotente figlio di Dio Gesù Cristo e nostro salvatore, al quale solo appartiene l’onore, la lode, la gloria, in compagnia della gloriosa corte dei cittadini del cielo, nei secoli dei secoli e per l’eternità. Amen”.
