I nostri giorni, che a volte appaiono così disordinati e imprevedibili, trovano il loro compimento nella domenica, nel primo giorno dopo il sabato, quando la luce dell’amore illumina il sepolcro della morte, le lacrime sono asciugate, gli occhi si aprono alla pienezza della vita. Tutti cerchiamo questo posto “dove non soffriremo e tutto sarà giusto”, come canta un nostro poeta. La nostra speranza è Gesù, perché niente ci può separare dal suo amore. Noi stessi, che pure non sappiamo amare molto, sperimentiamo come il legame con l’amato vince tutte le distanze e divisioni. Cristo è amore pieno, personale e universale, spirituale e materiale, legame che unisce il più intimo della nostra vita con il più alto del cielo. Lui non vuole separarci da noi e noi siamo “più che vincitori grazie a Colui che ci ha amati”. Chi ci separerà? Nessuno può essere rapito dalla mia mano, dice, perché Lui è un pastore e non un mercenario. Questo lo capiamo solo se capiamo l’amore, altrimenti noi finiamo come i dotti e gli intelligenti che non comprendono il mistero di Dio! Nell’incertezza a volte drammatica della nostra vita, in questa traversata che affronta improvvise e sorprendenti tempeste e rivela quanto siamo fragili, viviamo già oggi il legame che ci salva, di amore e di fede. “L’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore, è nostro e noi siamo suoi”.
Certo, a volte ci sentiamo abbandonati, soli, specialmente quando sperimentiamo la forza disumana del male, impietosa e terribile, e quando domina l’istinto di Caino che arma i sensi tanto che crescono parole, gesti, giudizi contro il nostro fratello trasformato in nemico. Quando vince il male tutto diventa possibile! Non vogliamo rassegnarci ad essere cattivi o che gli altri siano cattivi, addirittura credendo che esserlo sia necessario in una vita imbarbarita e violenta che richiede forza e durezza. La domenica apre gli occhi della mente e del cuore, quelli che ci fanno vedere le cose invisibili. Così capiamo, finalmente, che quelle sono essenziali e che non finiscono. Capiamo la nostra vera forza: l’amore che vince il male e che rivela la magnifica umanità che siamo. In questa domenica di luce ci confrontiamo con una oscurità terribile, spaventosa, inquietante, che toglie il respiro e riempie di paure e angosce, perché si può arrivare a tanto nell’imprevedibilità. Quanti giustamente – e non dimentichiamolo perché è vero in tutte le situazioni – hanno detto: potevo esserci anch’io là sotto! Il ricordo della strage ci fa rivivere quel dolore, personale e plurale, e farlo insieme ci aiuta a trasformarlo e a vedere la luce che lo illumina. Dobbiamo però sempre ripartire dal dolore, perché la speranza non è rimuovere i problemi ma attraversarli, l’amore vince il male perché lo affronta, non lo evita! Gesù mette al centro la nostra umanità e ci insegna a difenderla sempre e per tutti, a non abituarsi al male che la calpesta, a non abbrutirci, a non perderla mai. Doloroso è il racconto di un’infermiera dell’ospedale: “Due bambine di due e quattro anni piangevano e chiamavano la mamma che non c’era più. Il primo accolto aveva vent’anni, morto subito dopo, l’ultimo è stato M. di sei anni che fortunatamente ce l’ha fatta. Ricordo con profondo affetto S. di 24 anni, bellissimo, non poteva parlare, ma ha comunicato il suo nome chiudendo gli occhi quando l’infermiera gli indicava una lettera dall’alfabeto, ed è morto pochi giorni dopo”. “Non ricordarli — conclude — per me sarebbe un grande tradimento”.
Vorrei raccontare brevi note di alcuni. Mano a mano, se il Signore vuole, le farei tutte, perché il dolore è nome, persona, vita. Elisabetta Manea vedova De Marchi aveva 60 anni, era di Marano Vicentino dove, alla morte del marito avvenuta nel 1970, era rimasta con i suoi quattro figli. Il 2 agosto era in stazione con Roberto, il più giovane dei suoi figli che aveva 21 anni ed era un promettente pallavolista. Dovevano recarsi in Puglia per andare a trovare alcuni parenti. Decisero di attendere il treno in sala d’aspetto e fu proprio qui che l’esplosione colse Elisabetta, mentre il figlio era sul marciapiede del primo binario. Morirono entrambi. Ricordo la vittima più giovane e quella più vecchia. Maria Fresu, 24 anni, abitava a Gricciano di Montespertoli e la sua famiglia di origine sarda era composta dalla figlia Angela di tre anni, dai genitori e da sei sorelle ed un fratello. Stavano andando in vacanza sul Lago di Garda. L’esplosione le colpì in sala d’aspetto. Del corpo di Maria non si ebbe traccia fino al 29 dicembre, quando gli ultimi esami sui resti rinvenuti fra le macerie confermarono il suo ritrovamento. Angela, 3 anni, è la vittima più piccola della strage. Antonio Montanari, 86 anni, era di Santa Maria Codifiume, in provincia di Ferrara, aveva fatto il mezzadro ed era in pensione. Da molti anni viveva a Bologna con la moglie con la quale era sposato dal 1920 ed aveva due figli. La mattina del 2 agosto era andato all’autostazione per informarsi su alcuni orari delle corriere e stava ritornando a casa: aveva perso un autobus per un soffio e si era messo vicino al portico che sta di fronte alla stazione in attesa del bus successivo. A causa dell’esplosione numerosi oggetti si staccarono dall’edificio, uno di questi lo scaraventò a terra e lo ferì. Un amico che passava di lì̀ per caso lo accompagnò immediatamente all’ospedale, dove Antonio morì per le ferite riportate. È la vittima più anziana della strage.
ll Vangelo di oggi ci aiuta a capire la tragedia del 2 agosto e questa ci aiuta a capire il Vangelo, i gesti di Gesù e il loro significato. Il deserto è anche quello che la bomba – e ogni bomba in ogni luogo – provoca: dove c’era la vita, come quel sabato alla stazione, restano solo la disperazione e la morte. Il deserto è anche nei cuori che diventano aridi, senza il gusto della vita, persi. Gesù non smette di commuoversi. Non resta distante: ha compassione. È il sentimento che ci rende fratelli e civili, da cui partire sempre perché libera dalle ideologie e rimette al centro la persona, e ciò significa fare nostro il dolore altrui e anche scegliere di combattere le cause della sofferenza. La compassione è perdono ma esigendo giustizia. Trasforma il dolore in amicizia, protezione, cura. La compassione di Gesù non è mai dall’alto in basso, paternalistica o suprematista. L’altra mattina, molto presto, ho incontrato in Piazza Nettuno un signore che nella strage ha perso la mamma e il fratello. Mi ha detto, con i lucciconi che fanno luccicare, che quello che gli ha permesso di andare avanti in questi anni è stata la solidarietà che ha trovato. Il cuore di tanti e della nostra città. Non perdiamolo mai! E il cuore non si divide: è per tutti e ha bisogno di tutti. Non indeboliamolo con divisioni strumentali! Gesù ci chiede di essere noi a distribuire il pane. La sua compassione diventa la nostra solidarietà, gratuita. Siamo sazi tutti. Insieme, però: non qualche fortunato e altri esclusi. Coinvolge tutti noi: voi stessi date da mangiare. Ognuno mise quello che poteva fare. Tanti si misero a disposizione, affrontando l’orrore, la rabbia, il dolore nel vedere quei corpi straziati dalle ustioni. Gesù chiede di fronte alle conseguenze del male di metterci tutti a servire, a donare il pane che serve. Gesù ci insegna a non lamentarci, a non tenere il poco per noi pensando di poter stare bene da soli – che miseria, che meschinità! – a far stare meglio il prossimo perché solo così stiamo meglio tutti. Gesù non si rassegnerà mai a una terra che diventa un deserto di umanità. Lui stesso è il pane che continua a donarsi per nutrire il nostro cuore con il suo Corpo di solo amore.
Compassione significa anche combattere per la giustizia e la verità, combattere le complicità nascoste, le trame del male che quel deserto hanno voluto. Ho ricordato da poco Vittorio Occorsio, ucciso cinquant’anni or sono dal comandante militare di Ordine Nuovo. Ha sacrificato la sua vita per la verità e la giustizia, come altri e, tra gli altri, ricordo Mario Amato, ucciso proprio nel 1980 dai Nar perché indagava per spezzare le complicità tra terroristi neo-fascisti e tra questi e apparati dello Stato. Suggerisco a chi ancora può di chiarire le responsabilità, di confessare le proprie colpe, di aiutare una vera giustizia riparativa che sveli con vero coraggio, – questo sì e coraggio! – i modi con cui è stato possibile immaginare e realizzare tanto orrore.
Papa Giovanni Paolo II, due anni dopo, pregava così: “Il ricordo e il peso di quella orrenda strage sono tuttora profondamente incisi nella nostra coscienza di cittadini e di cristiani. Dona tu, nell’eterno amore, la pace e la gioia senza fine alle vittime innocenti, il cui sangue, come quello di Abele, grida a te, da questo suolo. Asciuga tu le lacrime umanamente inconsolabili dei loro congiunti, che attendono e chiedono verità e giustizia, e dà ad essi la grazia di saper perdonare con la forza del Cristo Crocifisso. Penetra tu nel cuore di coloro che, macchiandosi di un sì disumano delitto, hanno profanato e colpito l’Uomo, creato a tua immagine e somiglianza. Volgi il tuo sguardo benigno a questa città, che in questi anni ha dovuto pagare un alto tributo di sangue e di dolore; sappia essa ritrovare nelle sue feconde radici cristiane la forza per continuare con nuovo slancio il suo cammino sulle vie della pace, della solidarietà, della concordia”.
