Omelia III domenica di Quaresima 2020

Bologna, cattedrale
15-03-2020

In Quaresima siamo chiamati ad attraversare il deserto. E’ sempre stato così, ricordando quei quaranta anni del popolo di Israele e i quaranta giorni della lotta di Gesù con il diavolo. Per arrivare alla terra promessa, per sconfiggere il male e vedere la luce piena della Pasqua, bisogna attraversare il deserto. Certo, è un cammino non facile, duro, ma indispensabile per non restare prigionieri di illusioni che si rivelano feroci.

La Pasqua è la guarigione, la vittoria sul virus e su quei virus che uccidono l’anima, la paralizzano, l’atrofizzano, la spengono. Ecco, in questi giorni capiamo in maniera molto concreta, forse come non mai, la fatica di attraversare un mondo ridotto a deserto, come le nostre città così prive di vita. La Quaresima non è farsi del male, ma combattere il male, riconoscerlo e contrastarlo. E’ lotta per la vita, nella storia, non esercizi astratti di perfezionismo religioso. E’ un cammino che crediamo “andrà tutto bene”.

Sì, dopo la Quaresima c’è la Pasqua: il deserto diventerà un giardino, la distanza annullata, la paura dissolta. Il peccatore ritrova l’innocenza, la solitudine l’abbraccio, il buio la luce. Perché questo avvenga c’è bisogno di cambiare, cioè amare il Signore che motiva l’amore vero per il prossimo e dona la forza per non fermarsi davanti alle difficoltà del deserto. Solo l’amore permette di non arrendersi al male, di non rassegnarsi pensando che in fondo è inutile.

Non salvano gli idoli, le risposte facili, urlate e rapide, che si impongono e strappano consensi, fanno disprezzare quelle esigenti e profonde che chiedono di faticare, aspettare, insistere, rialzarsi, sacrificarsi, donare. Per vincere ci vuole tempo e insistenza, perché è una guerra, come quella contro il virus. E ci vuole che ognuno pensi a se stesso insieme agli altri. Ci si salva se insieme, come il popolo di Israele, come insegna Gesù che chiama a seguirlo un popolo universale. Proteggo me stesso proteggendo l’altro. Siamo affidati gli uni agli altri, per certi versi responsabili, finalmente, del nostro fratello, suoi custodi. “Sono forse io custode di mio fratello?” aveva risposto Caino a Dio. Gesù ci ha insegnato che sì, siamo custodi del nostro fratello e che l’altro lo è sempre, perché è il mio prossimo, lo può diventare. Solo così si vince il male.

Nel deserto tutto è provvisorio, pericoloso; ci sentiamo perduti, come in questi giorni. Abbiamo sete, cerchiamo l’acqua privi delle sicurezze di sempre e senza sapere quanto dura il cammino. Ricordiamo sempre per primi i più deboli. L’isolamento non deve farci ignorare l’altro. Anzi, ci deve aiutare a vederlo meglio, a capirlo ancora di più nelle sue necessità e sentirne anche la sua e mia necessità di abbracciarlo, di stargli vicino, di parlarci.

Per molti l’isolamento, indispensabile in questi giorni, si aggiunge ad una condizione di solitudine o fragilità, come gli anziani che non possono ricevere visite in istituto, come quanti non possono restare a casa perché non ce l’hanno o sono in carcere, coloro che hanno difficoltà di relazione per disagi psichiatrici o per malattie degenerative. Il peso del deserto è maggiore per loro. La distanza obbligata che ci è imposta ci aiuta a capire che dobbiamo vincerla. Possiamo iniziare a farlo offrendo una carezza, un segno di considerazione, di valore, di ricordo. E la prima carezza è la preghiera: sapere che qualcuno prega per me è già sicurezza e conforto, come il suono delle campane. E poi le carezze che possiamo mandare attraverso i mezzi di comunicazione, finalmente usati per unire e non isolarci dagli altri! Ma quanto mancano le carezze fisiche!

Come non commuoverci pensando a chi sta male e non può avere l’affetto dei propri cari? Quanto soffre chi non può stare vicino al proprio caro, chi non ha potuto accompagnarlo nell’ultimo tratto della vita o nell’ultimo saluto! Nel deserto possiamo, come il popolo di Israele, mormorare, indurirci, rassegnarci, arrabbiarci, fare finta di niente e continuare ad essere narcisisti, giustificare la personale durezza e violenza. Nel deserto diventiamo migliori, più vivi e più attenti ad un mondo pieno di deserti, come avviene in questi giorni difficili: la sofferenza ci fa capire di più chi soffre.

Gesù affronta il deserto. Lui è il Signore in mezzo a noi! E’ affaticato e assetato. Cammina per rendere il deserto un giardino di uomini capaci di volere bene, per guarirli e proteggerli dal male. Gesù, giudeo, parla con una donna Samaritana. I due popoli non “hanno rapporti”, non si parlano. Potremmo cominciare un elenco lunghissimo di etnie, identità, uomini che non hanno buoni rapporti tra loro, che si ignorano e quando non si parla parlano i pregiudizi e le divisioni.

Gesù invece parla a quella donna, le chiede aiuto per aiutarla, come un innamorato che chiede qualcosa per dare tutto, inizia un discorso per raggiungere la persona che ama. Lei ad un certo punto sembra interessata solo alla sua convenienza immediata, a non avere sete per non faticare più, per cavarsela, per risolvere il problema che le pesava. Gesù la aiuta a capire quello che le serve per davvero e per sempre, la sua sete di amore vero e non di un po’ di benessere.

Siamo tutti mendicanti e assetati di amore nel confronto con il male. Gesù aiuta quella donna ad essere davvero se stessa, parlandole con amore delle sue tante delusioni che l’hanno indurita, della sua instabilità. Aveva avuto tanti mariti, ma in fondo era sola! Gesù non la giudica, ma la porta alla verità dandole dignità piena. Non è un giudice che emette una sentenza, usando la verità come una pietra contro il peccatore. “Mi ha detto tutto ciò che ho fatto” ed è finalmente contenta!

Lui è la nostra verità perché ci ama con la nostra storia e ci cambia, ci restituisce a noi stessi ed agli altri. Lui ci rende una sorgente per gli altri. “Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. La sua acqua toglie la sete del cuore. Etty Hillesum diceva così: “Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta di pietre e sabbia: in quel momento Dio è sepolto, bisogna allora dissotterrarlo di nuovo”.

La donna lasciò la sua anfora. La dava a Gesù che aveva bisogno e lei non aveva più bisogno. E’ una donna nuova perché ha bevuto l’amore di Gesù e ha scoperto la sua sorgente. Ha trovato Colui che l’ha amata come nessuno e aiuta tutti donando l’acqua buona di un amore gratuito. Così il deserto è sconfitto.

“Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. Gesù non ci chiede di inventarci una realtà che non esiste, ma vedere la storia con gli occhi dell’amore. In questi giorni così difficili, di deserto di vita quando tutto sembra difficile o impossibile, Gesù ci chiede di guardare al domani.

Se vediamo oggi il futuro sappiamo che il male non vince e che in ogni seme un fiore c’è. Il male non vincerà. Vediamo oggi la citta ritrovarsi, la gioia di essere insieme, di scoprirsi vicini, la malattia sconfitta e con le messi che già biondeggiano negli occhi combattiamo oggi con intelligenza e passione il male. Non si ottiene se non si spera. “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Gesù ha sete per darci una speranza vera e che non delude. La speranza non è solo l’ultima a morire ma quella che oggi ci permette di preparare la vittoria sul male.

 

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