Aspirate alla santità, ovunque siate. È l’invito di questa Veglia che ci aiuta a fermarci, a guardarci dentro, a compiere il viaggio dentro di sé non per collezionare l’ennesima interpretazione ma per ascoltare il profondo del nostro cuore, lasciandoci raggiungere da un Tu che parla, che entra nel profondo e ci aiuta a trovare quella sorgente che Etty Hillesum aveva scoperto dentro di sé, molto profonda. “E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”. È lo sforzo di questa sera, spirituale nel senso più vero del termine, cioè dello Spirito, quello che non si vede eppure che dà vita, ce la fa capire, la trasforma, la rende nuova anche quando sembra inesorabilmente vecchia, che la cambia se ci affidiamo a Lui. Che succede, invece, quando lo Spirito è ridotto a sensazione superficiale? Nulla. La vita resta sempre la stessa. Le cose dello Spirito sono quelle che ci aiutano a vivere e a capire quelle della carne, ne rivelano il significato.
Lo Spirito non porta fuori dalla storia ma ci aiuta a capirne il senso e a capire in questo il personale essere. Lo Spirito ci fa scendere dentro noi stessi, ci unisce a Dio e così ci fa trovare il nostro io. C’è in questo qualcosa di molto personale, unico, ma che ci chiede anche rigore e pazienza. “Fermati, dove t’affretti? Il cielo è in te: Finché cercherai Dio altrove, sempre lo mancherai”, scrive Silesius. Sant’Agostino riconosce Dio «più intimo di ogni mia intimità». Aspirare alla santità non coincide affatto con la perfezione, con il diventare altro da sé, con il costringersi ad essere quello che Dio vuole e non quello che voglio io. La santità è ben diversa dalla prestazione che, questa sì, ci costringe ad essere quello che non siamo. La prestazione è esigente, si impone, dobbiamo nutrirla ossessivamente con la considerazione, con i giudizi, pericolosamente ci innalza e senza appello ci abbassa. Non è facile liberarsi da questa, perché la confondiamo con il cambiamento necessario per vincere il banale e idolatrico amore per se stessi e per imparare ad amarci per davvero.
Gesù ci chiede di rinunciare all’orgoglio non alla nostra vita, la santità la vita la rende bella, piena, attraente, perché è il suo amore che ci fa scoprire il nostro. Il santo è un innamorato di Gesù e del suo sogno per il mondo e per ciascuno. Così accade come quando scopriamo l’amore e diventiamo migliori, abbiamo voglia di esserlo, tiriamo fuori la parte migliore di noi, ci rendiamo attenti al prossimo, diventiamo diversi ma nel senso di essere liberi da maschere e ipocrisie. San Francesco voleva fare il cavaliere perché così era nella mentalità del tempo. Ma non stava bene, era sempre inquieto, insoddisfatto, e alla fine trovò ciò che cercava quando ascoltò come rivolta a sé la voce del Signore e quando vide il lebbroso e invece di scappare si fermò, invece di stare a distanza si fece vicino e lo abbracciò. Quando San Francesco si spoglia davanti al Vescovo e al padre non rinuncia, trova se stesso, è finalmente libero, senza ipocrisie. Ecco la santità: amore che diventa amore. Amore segnato dal nostro limite, dal nostro peccato, dalle contraddizioni, ma anche amore che supera i limiti, che unisce al prossimo, che diventa amicizia, fraternità, solidarietà. Santo si ritrova, immeritato come per tutti noi, il fratello piccolo che aveva sbagliato tutto. Santo è ciò che riflette l’amore di Dio e quindi ce lo fa conoscere e vedere, lo fa conoscere e vedere al prossimo. È esigente per questo, capace di sacrifici eccezionali, ma anche così umano. Santo è l’abbraccio del Padre che ci rende santi, cioè suoi perché finalmente noi stessi. Santo non è il fratello maggiore che pure ha sempre lavorato, forse con sacrificio ma senz’amore. Si rivela distante dalla misericordia del padre. Non aveva capito che tutto ciò che è del Padre è anche suo, come avviene nell’amore. Noi che cerchiamo sempre di vedere Gesù lo vediamo aprendo gli occhi del cuore. Ed è il suo amore che ci libera dalla paura: di sbagliare, di legarci troppo, di deludere e di essere delusi, di non avere tutte le riposte o di trovarci in situazioni difficili. Non le avremo mai tutte le risposte, ma abbiamo sempre Lui. E a Lui, solo a Lui dobbiamo essere fedeli. “Chi ama la propria vita la perde e chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. Non sono parole dette facilmente.
L’amore, se è amore, è anche sofferenza, esperienza che facciamo volentieri e che costa poco se per amore. Nel suo messaggio per la Giornata mondiale delle vocazioni, Papa Leone XIV scrive: «“Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore”. Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore» (cfr 1Gv 4,16). Ha ragione Papa Leone: siamo invitati a conoscere Dio attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i sacramenti, la vita della Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Scegliamo perché abbiamo trovato tutte le risposte e riempito tutte le caselle o perché, semplicemente, abbiamo capito l’amore che ha Dio per me e che ho io per Lui? Questa sarà la risposta a tutte le domande. Dio però non è il centro benessere individuale, il mental coach per risolvere tutti i pensieri, e non si farà mai catturare nel nostro universo pre-copernicano dove al centro ci siamo noi, tutto gira intorno a noi e deve essere in nostro possesso. Il suo amore ci apre all’amore per il prossimo, che poi vuol dire all’amore, perché che miseria sono i nostri legami quando si chiudono e che forza hanno, invece, quando li viviamo luminosi perché il mondo non ci è ostile e ogni incontro è un dono e occasione per donare? L’amicizia può veramente cambiare il mondo. L’amicizia è una strada per la pace. “Ogni persona desidera naturalmente questa vita buona, come i polmoni tendono all’aria, ma quanto è difficile trovarla! Quanto è difficile trovare un’amicizia autentica! Gesù con la sua amicizia ci insegna a volerci bene per davvero e ad essere amici”. Così cambia tutto e anche le nostre scelte non sono isole, fragili, perché sono dentro una comunità, una rete di amicizia. Le nostre scelte sono sempre personali, ma non individualiste. Tanti uomini che smettono di essere egocentrici conoscono un mondo di relazione, dove pensarsi insieme e non senza o contri gli altri, a cominciare da chi ha meno.
Chi ama il povero ama, perché ricordava Annalena Tonelli: “Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. LUI ha parlato solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonarci sempre … I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all’immaginazione di ciascuno di noi. Non aspettiamo di essere istruiti nel tempo del servizio. In questo inferno di mondo dove pare che LUI non ci sia, e lo rendiamo VIVO ogni volta che ci fermiamo presso un uomo ferito. Luigi Pintor, un cosiddetto ateo, scrisse un giorno che non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi. Così è per me. È nell’inginocchiarmi perché stringendomi il collo loro possano rialzarsi e riprendere il cammino o addirittura camminare dove mai avevano camminato che io trovo pace, carica fortissima, certezza che TUTTO è GRAZIA”.
Cosa possiamo fare in un mondo come il nostro, violento e inquietante? Da che parte stare? Cosa ci chiede il Signore? In un mondo impietoso, esibizionista, sedotto dalla forza, e non solo da quella dei tiranni che lo dominano, come ha detto Papa Leone XIV, che diventa inevitabilmente possessiva, violenta, senza il prossimo, viviamo quella che sa fermarsi, che sa chiedere scusa, avere tenerezza, prendersi cura. In un mondo come questo capiamo la nostra vocazione: essere santi, luminosi, perché altri possano vedere nel nostro amore il riflesso dell’amore di Dio. E questo avviene ovunque, perché l’amore di Dio è per tutti e arriva ovunque.
