Domenica 12 dicembre

Dossetti, sguardo su Dio e sui fratelli

L'omelia di Zuppi alla Messa dalla Cattedrale di Bologna nel 25° della morte

Domenica 12 dicembre dalle 16.30 in cattedrale Vespri e Messa presieduti dal cardinale in ricordo dei 25 anni dalla morte di don Giuseppe con diretta su questo sito e su “12Porte”.

 

L’omelia del Cardinale Matteo Zuppi alla Messa di suffragio

 

Il ricordo di Paolo Barabino

«Amore e morte; amore è morte. Cioè per capire bene l’Evangelo, le parole di Gesù, le sue esortazioni, le sue raccomandazioni, il suo testamento, la sua passione, la sua risurrezione, bisogna però sempre guardare al Crocifisso… Questo mi sembra il modo più elementare, più facile, più pigro se volete, di pregare. Sì, c’è una pigrizia e c’è la consapevolezza che se non lo fa lui di pregare e di realizzare la preghiera in noi, noi non lo facciamo. E c’è anche l’altra consapevolezza che il vero amore finisce, in tutti i sensi, nella morte. E che alla fine delle fini il vero cristiano è (come ci insegna sant’Ignazio) solo il martire, o colui che per lo meno tende con le sue forze, con i suoi limiti, al martirio. Perché se ci si sforza di fare il contrario o per lo meno se si cerca di dare una misura all’amore, non è più amore. Non dico che ci sforziamo noi di realizzare l’ultima misura, cosa di cui non siamo capaci; ma non possiamo porre nessuna misura precedente, più limitata, più al di qua; e dire: “sino a questo punto e poi più”. Invece no: bisogna lasciarsi andare e abbandonarsi!» (Giuseppe Dossetti, 1988).

Don Giuseppe si esprimeva così in un fine settembre di tanti anni fa, davanti alla comunità riunita, e queste parole mi hanno fatto tornare alla mente gli ultimi mesi della sua vita. I ricoveri in ospedale, le lunghe giornate di degenza e di fatica, i rientri a casa – nella piccola cella del monastero diventata così stretta per servire un malato ma anche così simbolica – sono stati tutti giorni segnati dalla sguardo verso il crocifisso e dalle molte preghiere, tante volte faticosamente espresse e tante altre volte rimaste negli occhi.

L’ultimo sguardo, il mattino presto del 15 dicembre 1996, fu poi quello verso il fratello vicino, il fedele Michele, mentre l’ultimo fremito di un corpo provato si portò via la sua vita in un momento. Uno sguardo con occhi grandi da bambino smarrito che cerca un appoggio. «In questi giorni, credo di aver raggiunto il vertice di una fraternità semplice e vera quale, forse l’ho sognata spesse volte ma mai sentita così pienamente realizzata, sia pure senza potere viverla, senza ombre e senza diaframmi, per pura Grazia di Dio, del Cristo Crocifisso e Risorto e della Santissima Sua Mamma», ci aveva scritto un anno prima dall’ospedale di Modena.

Quest’anno ricordiamo il 25° anniversario del suo transito e questi due sguardi ci sono ancora così presenti. Lo sguardo al crocifisso e quello al fratello, in una espansione del suo cuore che voleva raggiungere tutti e tutti raccogliere davanti a Dio. Don Giuseppe non ha mai sentito il suo cammino e la sua vicenda in modo individualistico, come un anelito individuale a Dio e neppure come aspirazione di un piccolo gruppo elitario più o meno separato, ma si è posto nella Chiesa con immediatezza e totalità per abbracciare il mondo (e quanto ha insistito sulla grandezza del mondo rispetto a ogni nostro piccolo e meschino confine, interiore o fisico).

Nell’impegno civile, politico ed ecclesiale ha sempre cercato di ascoltare e di capire per poter intervenire sulla realtà, modificarla, cambiarla. Aveva una grande consapevolezza della urgenza dei cambiamenti e del rischio del volontarismo e del protagonismo, così la sua vita si è spesa nel desiderio di farsi discepolo, di consegnarsi alla forza dello Spirito Santo e all’azione di Dio nell’uomo, libera e liberante. Ha saputo così prendersi responsabilità molto grandi ma anche fare molti passi indietro e lasciare posti importanti.

Credo che sarebbe felice che oggi la Chiesa, nella sua ricerca e difficoltà, si interroghi su una vita sinodale. Io credo che avrebbe tante cose da dire e tante domande che confesserebbe per lui stesso inevase ma essenziali. Credo che ci spingerebbe a fare le cose seriamente e a portare avanti la ricerca con verità interiore e radicalità, con fiducia in Dio ed energia. Don Giuseppe è stato in questo un maestro e un vero padre. Per tanti aspetti questi anni passati così rapidamente sono stati anche anni in cui ci è mancato moltissimo il suo insegnamento e il suo esempio, la sua capacità di penetrazione e di inclusione, di analisi e sintesi, ma ci è restato il suo insegnamento a volgerci al Crocifisso e al fratello.

Mi è caro ricordare in questa occasione e tra questi pensieri anche un suo figlio amatissimo, don Athos Righi, di cui il 19 dicembre ricorre il primo anniversario della morte. Nei prossimi giorni vorremmo ricordare don Dossetti in modo solenne nella celebrazione in cattedrale, presieduta dal cardinale, domenica 12 dicembre pomeriggio. Alle ore 16.30 ci saranno i Vespri e, al loro interno, una lettura di testi di Dossetti che riprendono alcuni tratti della sua larga paternità. Alle 17.30 la Santa Messa presieduta dal cardinale Matteo Zuppi. In libreria sono poi appena usciti alcuni volumi: «Lettere alla comunità dalla Terra Santa (1972-1975)», a cura della Piccola Famiglia dell’Annunziata, edizioni Paoline e «Il Signore della Gloria. Un discorso su conversione e storia», a cura di Enrico Galavotti e Fabrizio Mandreoli per i tipi de Il pozzo di Giacobbe.

Paolo Barabino, superiore della Piccola famiglia dell’Annunziata

Foto: www.dossetti.eu

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