Festa di San Luigi Orione

La Parola di Dio parla di noi e a noi. Confrontiamo sempre la nostra vita per capirla e viverla pienamente. È luce che illumina il buio, che ci apre gli occhi perché sempre Parola di amore. Don Orione si è sempre lasciato solo condurre dalla logica serrata dell’amore! Diceva di se stesso: Un cuore senza confini perché dilatato dalla carità del mio Dio”. Scrisse con tanta conoscenza dell’umanità, ma sempre con l’incanto dell’amore, il bellissimo Cantico delle anime: “Non saper vedere e amare nel mondo che le anime dei nostri fratelli. Anime di piccoli, anime di poveri, anime di peccatori, anime di giusti, anime di traviati, anime di penitenti, anime di ribelli alla volontà di Dio, anime ribelli alla Santa Chiesa di Cristo, anime di figli degeneri, anime di sacerdoti sciagurati e perfidi, anime sottomesse al dolore, anime bianche come colombe, anime semplici pure angeliche di vergini, anime cadute nella tenebra del senso e nella bassa bestialità della carne, anime orgogliose del male, anime avide di potenza e di oro, anime piene di sé, che solo vedono sé, anime smarrite che cercano una via, anime dolenti che cercano un rifugio o una parola di pietà, anime urlanti nella disperazione della condanna, o anime inebriate dalle ebbrezze della verità vissuta: tutte sono amate da Cristo, per tutte Cristo è morto, tutte Cristo vuole salve tra le Sue braccia e sul Suo Cuore trafitto. La nostra vita deve essere un cantico insieme e un olocausto di fraternità universale in Cristo. Dobbiamo avere in noi la musica profondissima della carità. Io non sento che una infinita, divina sinfonia di spiriti, palpitanti attorno alla Croce, e la Croce stilla per noi goccia a goccia, attraverso i secoli, il sangue divino sparso per ciascun’anima umana”. Per don Orione “la carità è la migliore apologia della fede cattolica”.

Era chiaro per lui che “le opere di carità, sia come atti personali e sia come servizi alle persone deboli offerti in grandi istituzioni, non possono mai ridursi a gesto filantropico, ma devono restare sempre tangibile espressione dell’amore provvidente di Dio”. Per fare questo – ricorda don Orione – “occorre essere impastati della carità soavissima di Nostro Signore mediante una vita spirituale autentica e santa. Solo così è possibile passare dalle opere della carità alla carità delle opere, perché anche le opere senza la carità di Dio, che le valorizzi davanti a lui, a nulla valgono”. “Vorrei farmi cibo spirituale per i miei fratelli che hanno fame e sete di verità e di Dio; e vorrei vestire di Dio gli ignudi, dare la luce di Dio ai ciechi e ai bramosi maggiore luce, aprire i cuori alle innumerevoli miserie umane e farmi servo dei servi, distribuendo la mia vita ai più indigenti e derelitti; vorrei diventare lo stolto di Cristo, e vivere e morire nella stoltezza della carità per i miei fratelli!”.

Il nostro amore per i poveri non è marginale, dall’alto in basso, meramente assistenziale, perché i poveri sono i fratelli più piccoli di Gesù. Sono “nostri”. “Uno dei lupi rapaci è proprio ridurre la carità a filantropia, oppure rincorrere l’idolatria della forza, cioè la Chiesa che crede di annunciare Cristo occupando il potere, o ridurre la carità a buonismo o a sacrificio. Al contrario, vi è più gioia nel dare che nel ricevere!”. Don Orione ci aiuta, ci coinvolge con il suo entusiasmo, ad aspirare ai carismi più grandi, come indica l’Apostolo. Il carisma è il dono personale, affidato dal Signore. Se ne facciamo un possesso, cioè motivo di orgoglio, di esibizione, lo perdiamo. Il carisma è un dono che è nostro, nel senso che lo capiamo perché lo doniamo. Non ci è chiesto, allora, di fare qualcosa che non è nostro, ma di tirare fuori la parte migliore di noi, quello che abbiamo e che scopriamo spedendolo. Solo volendo bene capiamo chi siamo. Non possedendo. Non cercate cose modeste ma le cose grandi! Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Quello che serve è l’amore, perché questo, quando è amore, è sempre grande e ci rende grandi. Senza amore non serve fare cose grandi, da prestazione. Perché le facciamo per noi!  E così si perde tutto. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna, sono un bel nulla, niente serve e “niente mi giova”.

La carità, cioè l’amore, è fortissima e ci fa “giovare” tutto! Ma la carità significa qualcosa di concreto e molto chiaro: non va bene tutto, non va bene pensare che tutto sia amore. Non è la mia emozione! Se non è paziente non è carità. Se non è benigna o è invidiosa, se si vanta e si gonfia, se manca di rispetto e cerca il suo interesse, la ricompensa, se si adira, se tiene conto del male ricevuto e se gode dell’ingiustizia, non è carità. L’esame è molto chiaro e non ammette giustificazioni. Com’è possibile che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta? Perché l’amore è fortissimo e una volta che ce l’hai lo vivi con tutti. Se è carità non finisce. Diceva Paolo Ricca: “La fede finirà perché diventerà visione, vedremo quello che ora solo crediamo. La speranza un giorno finirà perché diventerà realtà e sarà un fatto che constateremo. L’amore non finisce mai perché è l’inizio e la fine, perché tutto continua nell’amore. Tre cose durano. La fede può essere grande tanto da spostare le montagne. La speranza può essere grande da resistere a tutte le sconfitte e uscire vittoriosa da tutte le delusioni. L’amore è più grande, perché la fede è vivere davanti a Dio. La speranza è vivere in vista di Dio. L’amore è vivere in Dio. L’amore ci porta dentro Dio”. Ma dobbiamo vivere oggi la sua chiamata. Gesù manda noi, e ci manda non perché convenga a Lui, non per sé ma perché ha compassione. Se capiamo e ricordiamo questo andiamo e andremo. Altrimenti non capiamo e appena possiamo torniamo indietro! Guarda la folla stanca e sfinita. Non la giudica, non la analizza. La ama. Quanta sofferenza, spesso nascosta ma anche purtroppo evidente, davanti alla quale, come il sacerdote e il levita, passiamo oltre! Lavorare la messe significa amarla. Non ci sono operai. Ci sono tanti che pensano solo a sé, che non hanno carità. Si predica il Vangelo amando anche quando non conviene, credendo che l’amore restituisce la vita a noi e agli altri. Lui si è definito «il facchino della Divina Provvidenza». E noi non siamo nemmeno quello? Lo era perché amava e questo era il suo entusiasmo. Un innamorato. Aiutava l’Italia e l’America Latina, perché i poveri erano gli italiani! Andava con quei poveretti che cercavano fortuna! E noi non dobbiamo fare lo stesso oggi con chi lo è? E l’amore è affettivo, tenero e sen­sibile, fino alle lacrime, come quello di don Orione. “Dio solo è la santità nel suo grado più elevato! Dio solo è la sicurezza meglio fondata di entrare un giorno nel cielo. Dio solo, figli miei, Dio solo! Fa, o mio Dio, che tutta questa povera vita mia sia un solo cantico di divina carità in terra, perché voglio che sia – per la tua grazia, o Signore – un solo cantico di divina carità in cielo!”, così pregava San Luigi Orione.

Bologna, Parrocchia San Giuseppe Cottolengo
15/05/2026
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