Morire di speranza

Preghiera della Comunità di Sant’Egidio per i profughi

Mt. 25, 31-46

C’è il giudizio. Anzi, ne abbiamo bisogno, perché ci aiuta a capire chi siamo. Non pensiamo che Dio condanni. No. Ama e il suo è un giudizio di amore, per la vita. La sua misericordia è come un condono incredibile. Dio, invece, non può nulla per chi fa tutto da solo, per chi si crede giusto, quando ci chiudiamo a Lui che ci ama o quando non crediamo al perdono. Ci ama, ma non ce ne accorgiamo; apre ma non entriamo; ci cerca ma sfuggiamo. C’è e ci sarà un giudizio: di amore e sull’amore. C’è e per certi versi è già severissimo: che giustificazione possiamo avere quando qualcuno muore di speranza?

Il giudizio futuro ci aiuta a interrogarci oggi, perché il contrario della paura non è l’accettazione di come siamo, ma sentire l’amore e avere timore di perdere colui che amiamo. Il giudizio futuro ci aiuta a scegliere, a capire e valutare le nostre scelte, a vedere quello di cui non ci accorgiamo o che non prendiamo in considerazione. Noi abbiamo perso il senso del futuro che deve venire, limitati come siamo nel presente. Per noi il futuro è solo quello semplice, estensione del presente. Come non sappiamo più pensare al passato remoto e tutto diventa un passato prossimo, non conosciamo più il futuro anteriore, quello che indica l’anteriorità di un evento rispetto ad un altro. E se c’è uno c’è anche l’altro.

Alla fine dei tempi. C’è la fine dei tempi e lo capiamo già oggi scontrandoci, dolorosamente, con la fine del nostro tempo personale. C’è la fine dei tempi che follemente, con l’abuso delle risorse, acceleriamo e causiamo, rendendo la terra un inferno. Il Figlio dell’uomo viene già oggi nel suo Corpo e in quello dei suoi fratelli più piccoli. Il giudizio è e sarà per tutti e per tutti non secondo le nostre classifiche individuali o di appartenenza, ma su un’unica materia, quella che le nostre appartenenze dovrebbero aiutarci a vivere: l’amore.

Oggi ricordiamo le persone morte di speranza, quelle per cui nessuno ha dato da mangiare o che ha accolto. Sono morte non per caso, ma per omissione di soccorso. Non ci abituiamo. Non possiamo abituarci, e la tragedia della guerra ci aiuta a comprendere la tragedia di tutte le guerre, tutte uguali nell’orrore del fratello che alza le mani contro suo fratello. Capiamo come le conseguenze delle guerre durano a lungo dopo la fine del conflitto armato e sono fame, carestia, malattie.

Ecco da cosa scappa chi si aggrappa alla speranza, chi affronta il pericolo perché la disperazione è più forte della paura, perché la voglia di dare speranza ai propri cari è più forte dell’amore per sé. Noi diciamo questa sera, ascoltando i loro nomi e facendoli nostri: ti abbiamo visto affamato, assetato, carcerato nei campi profughi, malato, nudo spogliato soprattutto della dignità.

Li abbiamo visti. Li vediamo. Perché non andiamo a trovarli o non li curiamo? Perché li vediamo ma non pensiamo ci riguardi? I profughi sono tutti uguali per il Signore e ciascuno di loro ha sempre diritto di essere aiutato, da qualunque Paese scappi e di qualunque colore sia la sua pelle. Non c’è qualifica altra che non la fame, la sete, il carcere, la nudità, la malattia, la condizione di straniero. Li vediamo ma restano estranei, pensiamo che non c’entrino con noi e noi con loro. Non si accendono in noi gli occhi del cuore, quelli che fanno vedere.

A dire il vero si accendono ogni tanto, quando ci lasciamo ferire dall’umanità. Vedere i bambini ucraini, le lacrime delle loro mamme, immaginare gli occhi delle mamme che non sanno come e dove piangere i loro figli, ci spinge ad aiutare come possiamo e ci chiede di tradurre questa sofferenza in preghiera.

L’immigrazione è un’opportunità. Ne abbiamo bisogno strutturale se vogliamo un futuro vero, attento alla persona, come gli infermieri e le badanti la cui mancanza mette in seria difficoltà il modello italiano di welfare familiare, soprattutto per gli anziani e le persone con disabilità. La comunità di Sant’Egidio ha lanciato recentemente la possibilità del soggetto garante responsabile, prevista in leggi anteriori del nostro ordinamento, che facilita la prima fase di ingresso, la sistemazione alloggiativa e il reperimento di un’occupazione lavorativa.

È una sorta di corridoio umanitario personale, che dipende da ciascun di noi. È il modo per dare pane, vestito, visita. Come non fare piccoli gesti di amore, possibili a tutti, come dare qualcosa a chi ha fame? La misericordia ci fa trovare misericordia, oggi, cioè ci regala il cuore. E solo questo ci fa vivere bene! Non fare è escluderci dall’avere amore, perché le nostre scelte o non scelte hanno delle conseguenze. Ero forestiero e mi ha dato futuro perché ha capito che ero suo fratello, non un caso, un problema.

Quando inizia allora il regno di Dio? Quando uno che ha fame trova il pane per lui. Ecco la benedizione dell’accoglienza, dell’adozione di chi cerca speranza. Non ne abbiamo bisogno anche noi? Darla a loro ci aiuterà a trovarla. Quando ti ho visto affamato e ti ho dato da mangiare? Quando sei venuto a trovarmi. Quando hai dato coraggio a me che affrontavo il tunnel della paura.

Quando sei stato attento, premuroso, mi hai aspettato, non sei andato via subito, mi hai regalato un sorriso, la fiducia, mi hai fatto sentire importante e non un oggetto o un pericolo, mi hai aiutato con la lingua, mi hai insegnato un mestiere, hai capito quello che volevo studiare e mi hai offerto la possibilità di farlo, quando non hai avuto paura. Quando ti sei preso un po’ del mio dolore. Quando hai sentito tua la mia solitudine, il mio freddo, la mia paura nella malattia, la disperazione nel carcere. Quando non ti sei accontentato solo di avere ragione o delle teorie, ma mi hai incontrato nella carne.

“Venite, benedetti”. È proprio una benedizione volere bene. Così prenderemo parte alla gioia, donando. Ero io e lo hai fatto a me, dirà Gesù. I poveri sono sacramento di Cristo. Il loro corpo è il suo. Chi ama i poveri ama Dio. Dare da mangiare, visitare, coprire: così apparteniamo a Lui. Amare perché Lui ci possa amare. Il futuro è frutto dell’amore. Lo è personalmente per ognuno di noi e lo è anche per il nostro mondo, che non ha futuro senza amore per i più deboli e poveri. Chi lotta per la speranza, tanto da morire come in una guerra contro l’indifferenza e la paura, ci aiuta a sperare, a non avere paura, a costruire il futuro. Assieme, perché abbiamo bisogno gli uni degli altri. E prima impariamo che siamo fratelli tutti, prima vinceremo le pandemie, quelle che poi travolgono tutti. Se siamo una benedizione troveremo benedizione.

 

 

 

Santi Bartolomeo e Gaetano, Bologna
23/06/2022
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