Omelia ai funerali di don Pierluigi Toffenetti

Il saluto di don Pierluigi era abituale al termine della Eucarestia. Domenica scorso, con intensità particolare, ha voluto come congedarsi dalla sua comunità che nella Liturgia si rivela sempre per quello che è: la famiglia di Dio. Siamo raccolti intorno alla mensa della Parola e del Corpo di Gesù, comunione che ci unisce nell’intimo e che non è virtuale, ma è umana, incarnata, relazione affettiva che unisce con il Signore e anche tra noi. La sua famiglia, così presente, lo ha accompagnato fino all’ultimo, alla quarta generazione con il battesimo del pro-pronipote Davide. E anche questa sua famiglia che siete voi, fatta di tante relazioni, lo ha accompagnato per tanta parte della sua vita così come per la vostra. Il comandamento dell’amore non è mai a tempo, e nella fedeltà intuiamo il suo amore che non si stanca, si rinnova, si trasforma continuamente. “Amatevi gli uni gli altri” non è un invito generico, ma corpo, legame.

Gli occhi si aprono e così vediamo quello che restava nascosto e anche arde il cuore nel petto che ci spinge a comunicare questa gioia, a viverla tra di noi e tutti i giorni. La mensa ha sempre un lato rivolto verso la terra, dove siamo ammessi noi che camminiamo seguendo Gesù verso l’altro lato della stessa mensa di amore. Ci nutriamo tutti di questo unico pane di vita eterna, qui e nel banchetto del cielo. Ascendere al cielo, salire, cercare l’alto partendo dall’umiltà della nostra vita. Lasciarsi innalzare dal suo amore, e non dall’orgoglio che fa credere potenti, da quell’esaltazione vera che è servire il prossimo amandolo nel suo nome. È stata un po’ così tutta la vita di Pierluigi. A noi che pensiamo di capire tutto, i tempi e i momenti, Gesù manda il suo Spirito, il suo amore, che ci accompagna e che ci rivela tutto perché amore che fa amare e fa sentire amati. Solo così si comprende qualcosa della vita e solo l’amore accende di vita la vita ordinaria, rivelandone la bellezza e l’eternità. In un tempo come il nostro di grande disorientamento, paure, incertezze, con potenze che sconvolgono i cieli e irridono tante certezze che sembravano sicure, nel turbamento che sempre la morte di un fratello e di un padre genera nella nostra fragilità, anche noi ci domandiamo come i discepoli, segnati dal dubbio, dalla fatica a credere, qual è il futuro personale, suo, del mondo.

I discepoli cercavano una risposta definitiva, una volta per tutte, che risolvesse il problema di camminare, l’inquietudine della fede. Il nostro futuro è il cielo, ma io resto qui nell’incertezza della terra e il cielo appare lontano, immenso, ci perdiamo e fa venire la vertigine! Due uomini in bianche vesti, come al Sepolcro, due uomini che rappresentano la voce di Dio, il suo annuncio, ci parlano anche oggi. Perché state a guardare il cielo?  Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Resta e va via. Presenza che capiamo proprio nell’assenza. E noi siamo già uomini del cielo, perché Gesù ha vinto il mondo, perché portiamo negli occhi e nel cuore la luce di quel primo giorno dopo il sabato. E ogni volta che accogliamo nella nostra vita il seme della sua Parola, e lo gettiamo rendendolo amore nella terra degli uomini, capiamo quello che troveremo lassù. Gesù ci apre gli occhi e ci insegna a vedere il cielo sulla terra, nel nascosto nel cuore dell’umanità, nella bellezza. Ecco la vita di don Pierluigi e il motivo dei suoi legami. Attraverso di sé ci ha fatto incontrare Gesù. Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo. Siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo. Il cielo inizia incontrando le domande, le inquietudini, le sfide di oggi, lasciandoci guidare dallo Spirito che ci insegna ad accordarci tra noi e che genera comunione intima e umana.

Don Pierluigi ha sperimentato nella propria vita l’amore infinito e incondizionato di Dio e vi ha sempre portati a Lui, senza riserve e senza calcoli. Vi ha insegnato a cercare il cielo dentro di voi e negli altri, a difenderlo dall’inferno dell’esaltazione di sé, a curarlo nell’amore. Gioventù Studentesca è stata per tanti di voi casa, che non era solo una sede – è sempre importante un luogo fisico – ma dove si imparava a essere casa, un modo di essere. Questo non è scontato anche perché non si scontrava con tutti i fermenti di quella stagione, le polemiche, le discussioni, qualche volta davvero fini a se stessi. Don Nevio Ancarani, a cui don Pierluigi deve molto di questa apertura e radicalità evangelica, promosse il gruppo universitari. Don Pierluigi non dava risposte assertive ma criteri di scelta, di giudizio, suggeriva strade da percorrere alla luce del Vangelo. Ognuno si sentiva sempre accolto, anche nell’errore, e accompagnato con pazienza, gentilezza e premura.  La sua era una casa, costruita quindi con tanta libertà di coscienza ma pure con tanti legami che uniscono, ad iniziare da quello fondamentale con Gesù, perché altrimenti si finisce nell’individualismo. Aveva un grande senso della laicità e della convinzione che «il bene è indivisibile» e per questo si esercitava e vi esercitava a saper riconoscere ovunque i semi di bene. I semina verbi, avrebbe detto Papa Francesco. Il suo essere geometra, titolo di cui andava fiero, per don Pierluigi è stato fondamentale, anche per insegnare a tanti a diventare ciapinari (Elisabetta ha scritto con più eleganza bricoleur) sempre per rendere i luoghi accoglienti e belli. La corresponsabilità non era una teoria ma una prassi, piena di fiducia verso ognuno e anche di presenza. L’avete, in un modo o nell’altro, imparata tutti vivendola, come deve essere, con la sua sobria, caparbia, discreta ma ferma paternità (diceva anche che “la notte è fatta per dormire!”). E sempre con tanta comunione che univa e coinvolgeva tutti.  La bellezza delle amicizie, il valore del servizio, fare cose per gli altri, e della condivisione, il senso di sicurezza in sé che derivava dall’autonomia, così come farsi da mangiare, fare la spesa, pulire gli spazi, tener di conto del budget assegnato, era il segreto dei Campi estivi, di lavoro, dove si svolgevano attività a favore delle comunità, animazione dei bambini, sistemazione del cimitero, costruzione di muri di sostegno, vicinanza a popolazioni terremotate. La relazione con gli altri è stato il cuore della sua vita e del suo ministero, a partire dall’incontro con i poveri, come la casa della Carità a Fontanaluccia, e anche nel mondo perché ha insegnato ad interessarsi a tutta la realtà, a confrontarsi su di essa e ad impegnarsi così nelle realtà del mondo, favorendo insieme la creazione di spazi e occasioni per rendere concreto questo insegnamento.

Abbiamo ascoltato che i discepoli del Vangelo dubitavano. A GS si sapeva che «loro prendono tutti». Aveva ragione, ma non perché, come pensa qualcuno, alla fine va bene tutto e tutto è giustificato, ma perché sono tutti figli e solo dentro casa impariamo a conoscerla e ad amarla, a vivere la gioia del suo amore e la bellezza delle sue regole. I «confini sono sempre sfumati, perché in realtà arrivi e ne vedi un altro, non finisci e l’unica cosa che puoi fare è camminare insieme, in ricerca».

E adesso? L’Ascensione è un po’ come tagliare il cordone ombelicale con questa nostra e sua vita ma per nascere alla vita del cielo. È il passaggio doloroso della morte, nella fede di Gesù che ci apre la porta del cielo e ci insegna a vivere già da figli del cielo. “La vita è una ed essa è eterna”, diceva. “Ho le valigie pronte”, ripeteva ad ogni fine mandato dell’incarico, per vivendo fino alla fine donando tutto, come effettivamente ha fatto. Anche per questo dono di sé, e per le valigie pronte, l’ha vissuta tutta fino in fondo. Non restiamo a fissare il cielo, cerchiamolo ovunque e questa sua e nostra casa ci aiuterà sempre a vivere la bellissima avventura del cristiano, unito dal frutto dello Spirito, da quel legame che si chiama comunione, aperto e circolare, totale e personale, che non finisce perché ci accoglierà pienamente nella casa del cielo. E in questo mondo spendiamo tutto noi stessi fino alla fine. Ci aiuti ora don Pierluigi a trovare la nostra personale vocazione, a ritrovarla adesso nelle varie stagioni della nostra vita, a spenderci oggi per il Vangelo e per il mondo e per questa nostra Chiesa di Bologna. Alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio, dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta, umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà. Grazie don Pierluigi. Nella pace.

Chiesa di Santa Maria Maddalena - Bologna
19/05/2026
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