Lasciamoci sempre guidare sempre dalla Parola di Dio. Siamo cristiani perché il Verbo si è fatto carne, cioè la Parola è diventata vita per dare vita e chiede che sia così anche per noi. Senza non può dare frutto! E ricordiamoci che Gesù indica come suoi familiari non chi crede di esserlo per eredità, per sua presunzione, perché ha detto “Signore, Signore”, ma solo chi ascolta e mette in pratica la Parola, chi non la lascia confusa tra le tante parole finendo per ascoltare solo se stesso. “Il Vangelo è il libro della vita del Signore, fatto per diventare il libro della nostra vita. Le parole del Vangelo ci plasmano, ci modificano, in un certo senso ci assimilano. Quando teniamo il Vangelo tra le mani dovremmo pensare che vi abita il Verbo che vuol farsi carne in noi, impossessarsi di noi, perché con il suo cuore innestato sul nostro, il suo Spirito congiunto con il nostro spirito, noi ricominciamo la sua vita in un altro luogo”, cioè il nostro, scrisse Madelein Delbrel. Perché “non veniamo al mondo se non per adempiere una missione. Si tratta di scoprirla e poi di non esserle infedeli”. La Parola ce la fa scoprire e riscoprire.
Sant’Agostino ci aiuta a riflettere oggi su come si diventa cristiani e come vive un cristiano. Tanti cercano con inquietudine il senso, il futuro, la verità proprio come Agostino, che aveva una vita piena di inquietudine, contraddittoria, difficile, e non era contento. Come aiutare a scoprire o riscoprire l’incontro con Gesù? Alcuni cercano formule, altri difendono la verità come se fosse un codice morale e non un incontro di amore. Agostino proprio come l’innamorato, scopre Dio. Ma lo scopre non fuori di sé, lontano, ma dentro. Lui aveva una Madre che lo voleva cristiano, ma che seppe aspettare perché la fede non si impone. Per questo Papa Francesco diceva che non bisogna fare proselitismo, ma bisogna comunicare il Vangelo con la nostra vita e soprattutto con una vita da cristiani, con la luce dell’amore posta in alto, non nascosta! C’è bisogno di testimoni. Noi testimoniamo il Vangelo in modo che tanti, di tutte le età, oggi possano incontrare persone , comunità attraenti e accoglienti perché piene di amore? “Mi piego sotto il fardello, ma proprio quando questo mi opprime è allora che io mi risollevo perché mi sento amato”. Ecco il problema: trasmettere amore, anzitutto vivendolo, e trasmettere l’amore di Dio che diventa amore umano che ci solleva. È nostro proprio quando non lo possediamo. Capire che viene da Dio ci svela anche il mistero della nostra vita e ci fa trovare noi stessi. “Sei venuto a cercarci quando noi non ti cercavamo; e sei venuto a cercarci perché noi ti cercassimo”, diceva sempre Sant’Agostino. A cercarci perché la nostra vita incontri il suo segreto. “Ci ha creati con la sua potenza, è venuto a cercarci con la sua debolezza”. (Agostino, Comm. Giov. 4,6). La sua potenza è così diversa da quella terribile, preoccupante, abbrutente, disumana dei super uomini, e da quella più in piccolo da prestazione da leoni della tastiera, che poi non si fermano, che trattano male, perché devono imporsi per sentirsi qualcuno, che umiliano gli altri, che hanno pregiudizi, e così loro “ignoranti” giudicano gli altri inferiori, condannano con giudizi, e diventano schiavi della loro stessa prestazione. Devono dimostrare la loro supremazia perché non sanno essere fratelli del prossimo e non capiscono che il prossimo è nostro fratello.
“Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Nella mia bruttezza, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti e il tuo grido vinse la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza e respirai; e anelo verso di te; gustai e ho fame e sete; mi toccasti ed arsi per il desiderio della tua pace”. È un incontro di amore, ma noi dobbiamo essere innamorati, perché sempre Sant’Agostino diceva: “Ex amante alio accenditur alius” (Confess. 4, 14, 21). È dall’amore dell’uno che si accende l’amore dell’altro. Cambia tutto. Lo sappiamo anche noi, che pure sappiamo amare poco, verificandolo nella nostra esperienza. Solo se amiamo il prossimo sappiamo amarci. È troppo duro? Certo, per chi non ama è impossibile, come pensò quell’uomo ricco – ci si pensa ricchi anche con poco – attaccato alle ricchezze perché il cuore lo aveva messo lì e così lo aveva perso tanto che quando Gesù gli fece una proposta di amore di vendere tutto, darlo ai poveri e andare con Lui, se ne andò triste perché aveva molte ricchezze. San Francesco, invece, scopre la gioia solo quando si spoglia e diventa ricchissimo e con il vestito più bello. Perché “quando si ama, non si si fatica, o, se si fatica, questa stessa fatica è amata”. (De bono vid. 21, 26). Ecco perché così si costruisce e si vive la comunità. Quella che gli Atti degli Apostoli descrivono, quella in cui coloro che volevano bene a Gesù si volevano bene e tenevano ogni cosa in comune. È la regola della Casa del Padre dove tutto ciò che è mio è tuo e viceversa. Importante, però, è la notazione che tutti ne facevano parte, cioè ne erano partecipi, “secondo il bisogno di ciascuno”. Che bello! L’amore non è mai tutto uguale. Segue il criterio del bisogno e Gesù per questo ci ha detto di amare per primi i suoi fratelli più piccoli. Perché hanno più bisogno. La Chiesa è una famiglia, e quindi qui si prende pasto con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. Ci aiuta sempre Sant’Agostino: “Io non so come accada che quando un membro soffre il suo dolore divenga più leggero se le altre membra soffrono con lui. E l’alleviamento del dolore non deriva da una distribuzione comune dei medesimi mali, ma dalla consolazione che si trova nella carità degli altri”. Possiamo lasciare solo qualcuno? Vedete, c’è anche un’organizzazione, penso alla Caritas o alle Confraternite, ma tutti noi, partecipi di questa comunità, possiamo essere questo amore per l’altro lì dove siamo e per tutti. Usiamolo. Siamo cristiani e saremo rilevanti solo se amiamo. Per Agostino, il povero non è solo una persona da aiutare, ma la presenza sacramentale del Signore. Chi dice di amare Dio e non ha compassione per i bisognosi mente (cfr 1Gv 4,20). Lo capiamo per quello che dice l’Apostolo Giovanni: amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. Potremmo dire pure il contrario: se ami, conosci Dio. Magari senza saperlo, perché un giorno conoscerai che quel povero dirà “mi ha dato da mangiare” e scoprirai attraverso questo fratello chi è Gesù. Nessuno ha mai visto Dio. Lo conosceremo se ci amiamo gli uni gli altri, perché non si conosce in astratto, dimenticando la realtà, ma entrando in essa. Il Signore lo vediamo prendendo finalmente sul serio l’amore e vivendolo nel corpo della Chiesa, cioè delle nostre comunità. Questo vi comando: “Amatevi gli uni gli altri”. E gli altri chi sono? I miei? Quelli come me? Quelli buoni? Tutti. Sant’Agostino scrive a Proba, spiegandole che l’amicizia «si estende sino ai nemici, per i quali siamo tenuti anche a pregare” (Lettera 130, 2, 4) e prosegue ancora “non c’è alcuno nel genere umano a cui non si debba amore, basato, se non sulla vicendevole affezione, almeno sulla partecipazione alla comune natura umana”. Papa Leone XIV ha detto ai ragazzi: “Unendoci in amicizia, costruendo comunità possiamo trovare il vero significato della nostra vita”, ritrovandosi così “come amici, come fratelli e sorelle, in una comunità, in una parrocchia, in un’esperienza di vita vissuta insieme nella fede”, dove si può scoprire che “la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza” di cui tutti necessitiamo. “Ama veramente il suo amico colui che nel suo amico ama Dio” (Discorso 336).
“Io non sarei, Dio mio, non sarei affatto, se Tu non fossi in me. O meglio, non sarei, se non fossi in te” (Confessiones, I, 2). Grazie mio Dio e resta sempre con noi.
